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IL GAS ITALIANO CHE VIENE DAL FREDDO 19/1/06

Dipendiamo molto da Russia e Algeria. Che fare in futuro? Molte opzioni ma poca voglia di batterle

Lettera22

Giovedi' 19 Gennaio 2006

Ha un bel dire il ministro Claudio Scajola che '''non c’e' al momento un problema legato al possibile aumento del prezzo del gas perché lo stiamo già pagando caro”. Quello che tutti temono è invece proprio un aumento delle tariffe. Perché la verità che ormai tutti sanno è che il nostro paese è in Europa tra quelli maggiormente dipendenti dall’estero. E quindi dai suoi capricci.
Il consumo nazionale di gas in Italia si è attestato a circa 80,7 miliardi di metri cubi ma la domanda di energia complessiva è in crescita: e se dieci anni fa dipendevamo dall’estero all'81%, la dipendenza era all'83,6% già nel 2001. Il gas lo compriamo principalmente da algerini e russi. Ecco perché la febbre è salita in questi giorni. Mosca non è dunque l’unica fornitrice ma è tra le più rilevanti. Nel 2004 le importazioni di gas dalla Russia sono state infatti pari a 23,6 miliardi di metri cubi, un paio di punti in meno rispetto alle importazione dell’Algeria, nell’ordine di 25,6 miliardi. Poi c’è l’Olanda con 8,1 miliardi. 5,2 li comprima invece dai norvegesi, 1,1 dalla Gran Bretagna e infine altri 4 miliardi di metri cubi vengono acquistati da altri fornitori minori, come l’Austria ad esempio. Quanto all’energia che produciamo non è tantissima, circa 13 miliardi di metri cubi, pari cioè al 15% circa delle nostre necessità. Non di meno esiste la possibilità di incrementarla perché, secondo le stime di Assomineraria, avremmo riserve per quasi 300 miliardi di metri cubi, la metà delle quali però solo “potenziali”, cioè ancora tutte da scoprire.
In problema è che il gas, in Italia, dovrebbe scalzare il petrolio nella produzione di elettricità entro il 2015 diventando la principale fonte energetica e coprendo oltre il 40% del totale dei consumi energetici nazionali. Così che la dipendenza energetica dall'estero non potrà che salire. Che fare?
Le strade indicate sono diverse. Se si esclude il nucleare, è necessario potenziare prospezioni e ricerche nel sottosuolo italiano da una parte e investire nelle fonti di energie alternative o in sistemi innovativi (come ad esempio il “teleriscaldamento” già operante in alcune città italiane). Ma proprio la ricerca è carente nel nostro paese, come si capisce da quanto sostiene in un suo rapporto l’Enea, l’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente: “L'Italia – sostiene l’Enea - continua a situarsi molto indietro fra i Paesi aderenti all'Ocse per intensità d'investimenti in ricerca rispetto al Prodotto interno lordo. Nel 2001, con circa l'1,1% di spesa per ricerca e sviluppo sul Pil, ha un rapporto pari a poco più di un terzo di quello del Giappone e a meno della metà di quello degli Stati Uniti. Esso risulta pari a circa la metà delle nostre dirette concorrenti sul piano economico-commerciale (Francia,2,2% e Germania, 2,5%) e ben al di sotto della media europea”.
Un’altra opzione è la rigassificazione ossia gas naturale liquefatto, trasportato da una nave metaniera, a pressione atmosferica e temperatura di –161°C, che arriva a un terminale marittimo dove viene stoccato in serbatoi coibentati fino al momento in cui se ne renda necessaria l’utilizzazione. A quel punto , l’impianto riporta il gas naturale dallo stato liquido allo stato gassoso, lo comprime alla pressione del gasdotto e lo immette nei tubi. Da diversi anni in Italia se ne parla, ma al momento è stato completato un solo stabilimento, a Panigaglia (La Spezia). Con questo sistema potremmo agilmente comprare anche lontano da casa, dall'Indonesia al Golfo. Non ridurremmo la dipendenza dall’estero, ma almeno la diversificheremmo.



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