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CILE, LA VITTORIA SCONTATA DI MICHELLE 17/1/06

La prima donna ad essere eletta presidente in tutta la storia del Cile e del Sudamerica (nell'immagine un manifesto per le elezioni presidenziali cilene)

Adalberto Belfiore

Martedi' 17 Gennaio 2006

Come era predibile e previsto Michelle Bachelet ce l’ha fatta: nel ballottaggio di domenica scorsa ha avuto il 53,5 dei voti contro il 46,5 ottenuto dallo sfidante della destra “modernizzatrice”, l’imprenditore Sebastian Piñera. E’ la prima donna ad essere eletta presidente in tutta la storia del Cile e del Sudamerica. Considerando tutta l’America latina, vi sono solo due precedenti. Mireya Moscoso a Panamà, pressoché ignota, e Violeta Chamorro in Nicaragua, il cui governo traghettò il disgraziato paese centro americano fuori dalla guerra civile. Ma che si affermò in buona parte per la memoria del marito, Pedro Joaquìn Chamorro, martire della dittatura dei Somoza.
La Bachelet, pediatra ed esperta di salute pubblica e questioni militari, è invece una self made woman la cui biografia ha tutto un altro rilievo e la sua storia limpida ed intensa sembra incarnare la lotta per l’emancipazione di un’intera generazione di donne progressiste, cilene e sudamericane. Figlia di un generale rimasto fedele al legittimo presidente socialista Salvador Allende e per questo torturato a morte dalla dittatura di Pinochet subito dopo il golpe del 1973, fu imprigionata lei stessa con la madre nella famigerata Villa Grimaldi, dove gli oppositori venivano torturati e uccisi. Costretta all’esilio, ha studiato in Australia, Repubblica democratica tedesca e Stati uniti prima di rientrare nel ‘79 in Cile. Il presidente uscente Ricardo Lagos le affidò il ministero della salute e, prima donna anche in questo caso, il ministero della difesa. Divorziata con due figlie, si professa agnostica e favorevole al riconoscimento delle unioni di fatto e dei diritti degli omosessuali. In un paese machista, dove la chiesa cattolica (e l’Opus dei) ha un peso enorme, non sono cose da poco. Infatti sulle sue prese di posizione in tema diritti civili si erano appuntati gli strali della destra nel tentativo di sottrarle consensi. Non è improbabile che su questi stessi temi si assisterà ad una radicalizzazione dello scontro, anche al di la delle intenzioni e dei programmi della Bachelet, tra due visioni etiche per molti aspetti diametralmente opposte.
Al contrario, sui temi economici ed anche politici non vi è stata eccessiva asprezza, né tanto meno demonizzazione dell’avversario. Lo sconfitto è stato tra i primi a complimentarsi con la vincitrice e le ha garantito un’opposizione ferma, ma costruttiva. Il “Berlusconi cileno”, come è definito Piñera per la fortuna personale e la proprietà di un canale Tv, ha il merito di aver emarginato, probabilmente per sempre, tentazioni autoritarie e nostalgiche della dittatura. E sarà il leader indiscusso dell’opposizione. Un fair play favorito dal fatto che l’impostazione di fondo del modello cileno, liberista e basato sull’integrazione nei mercati internazionali come esportatore di materie prime e prodotti agricoli di qualità, è sostanzialmente condivisa dai due schieramenti.
Ora però, dopo aver portato la sua Concertaciòn democratica, coalizione tra socialisti, democristiani e socialdemocratici, alla quarta affermazione elettorale consecutiva, la Bachelet è chiamata ad un compito non facile: proseguire sviluppo economico e modernizzazione del Cile, ma anche modificare la tendenza all’esclusione sociale insita nel suo modello. Il Cile, governato dal 1990 dalla Concertaciòn, di fatto è secondo solo al Brasile in termini di disuguaglianza sociale e concentrazione della ricchezza, secondo i dati della Cepal e della Banca Mondiale. Ma i recenti scioperi nelle miniere di rame, settore di punta dell’economia cilena, e le critiche al modello pensionistico a capitalizzazione privata, imposto da Pinochet e mantenuto dalla Concertaciòn, stanno a dimostrare una diffusa e crescente opposizione sociale. Un ruolo nell’assetto politico ereditato dalla dittatura, definito da qualcuno “democrazia escludente” lo svolge anche il sistema elettorale binominale che ha permesso di tener fuori dal parlamento i partiti minori non coalizzati e le istanze che questi esprimono. In particolare ai danni del Partito comunista e del Partito umanista, i voti del cui elettorato, confluiti al ballottaggio sulla Bachelet, hanno contribuito a darle la vittoria. La neo presidente si è impegnata solennemente a riformare la legge elettorale e a lottare contro le disuguaglianze, ma per farlo dovrà probabilmente misurarsi con forti resistenze dell’establishment, anche all’interno della sua stessa coalizione.
Un singolare rapporto, quasi un sotterraneo parallelismo, sembra legare le vicende politiche del Cile e quelle di casa nostra e questo forse spiega l’interesse dell’opinione pubblica italiana per ciò che avviene nel paese di Neruda. Nel lontano 1973, dopo il golpe di Pinochet, Enrico Berlinguer lanciò la sua strategia del compromesso storico, indicando nell’alleanza tra le grandi tradizioni politiche democratiche italiane la via per modernizzare il paese e allontanare le tentazioni autoritarie. La destra nostrana parlò di “spaghetti in salsa cilena” per esorcizzare la prospettiva di un ingresso dei comunisti nell’area del potere. A quei tempi il Muro sembrava incrollabile, noi eravamo nel pieno degli anni di piombo, le tentazioni golpiste non erano solo fantapolitica e nella vicina Grecia governavano i colonnelli. E laggiù in Cile gli Stati uniti di Henry Kissinger, come è ormai assodato dopo la declassificazione dei documenti, appoggiando Pinochet avevano spazzato via la prima esperienza di socialismo democratico in America latina. Insomma, forse qualcosa l’abbiamo rischiata anche noi. Ma ora tutto è cambiato. Pinochet, ancor vivo, è ormai un imbarazzante scheletro nell’armadio e la figlia di una sua vittima è giunta al palazzo della Moneda. Quel palazzo le cui immagini sotto i bombardamenti, assieme a quelle di Salvador Allende con l’elmetto e l’aria atterrita sono ancora nella memoria di tutta una generazione di italiani. Ora dittature e golpe non sono praticabili e neppure più di moda. Nemmeno in America latina.



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