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LE AMNESIE DEI TG ITALIANI 14/01/06

Un rapporto di Medici Senza Frontiere fa le pulci ai tg nazionali di pranzo e sera di Rai, Mediaset e La7. La ricerca rivela che i telegiornali italiani hanno dedicato alle emergenze umanitarie l'11,6% del tempo totale, mentre alcune crisi sono state completamente dimenticate.

Gabriele Carchella

Sabato 14 Gennaio 2006
Non si muore di solo Iraq. Le crisi umanitarie, è noto, affliggono molte altre regioni del mondo. Ma le rare volte che i telegiornali italiani non trattano di cronaca o politica interna, difficilmente si allontanano dal Medio Oriente. Di quel che succede in Sudan, India e Costa d’Avorio, gli italiani che vedono solo i tg sanno molto poco. Sono molti i “buchi neri” dei telegiornali nostrani secondo Medici Senza Frontiere (Msf). Per il secondo anno consecutivo, l’Ong ha presentato uno studio che fa le pulci ai tg nazionali di pranzo e sera di Rai, Mediaset e La7. Per ogni canale sono considerate la quantità e la qualità delle ore dedicate alle emergenze umanitarie nel 2005, con un’attenzione particolare alle dieci crisi più ignorate dai media internazionali. La rilevazione prende infatti spunto dal rapporto sulle crisi dimenticate della sezione Usa di Msf, che ha stilato una top ten delle crisi umanitarie più ignorate dai tg della sera di tre importanti network. Nella classifica dell’oblio ci sono Repubblica Democratica del Congo, Cecenia, Haiti, Aids, India nord-orientale, Sudan meridionale, Somalia, Colombia, Uganda e Costa d’Avorio. Anche l’informazione internazionale, insomma, dimentica intere aree del pianeta. E in Italia? La ricerca di Msf Italia, realizzata in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, rivela che le cose non vanno meglio.
Nel complesso, i nostri tg hanno dedicato alle crisi umanitarie circa 293 ore su oltre 2500 totali. Il che equivale all’11,6% del tempo complessivo di trasmissione, una percentuale in deciso calo rispetto al 17,5% registrato negli ultimi sei mesi del 2004. Proprio sul finire del 2004 avvenne infatti qualcosa di inaspettato: la tragedia dello tsunami spostò i riflettori dei media sui paesi del Sudest asiatico, anche se gli inviati, salvo poche eccezioni, si interessarono più del destino dei nostri connazionali in vacanza che della sorte delle popolazioni locali. L’atteggiamento dei media italiani, in quelle circostanze, confermò un vizio di fondo delle nostra informazione: quando si puntano le telecamere su un paese in difficoltà, è quasi sempre per raccontare le vicissitudini di italiani o al massimo di occidentali inviati sul campo. Lo dimostrano anche i dati sulla crisi irachena, la più seguita dai nostri tg con 136 ore, cioè il 46% del tempo totale dedicato alle emergenze. La maggior parte dei servizi iracheni (50 ore circa) hanno trattato di sequestri eccellenti, politica italiana (12 ore), statunitense (85 ore) e processo a Saddam (4 ore), lasciando solo 24 minuti agli aiuti umanitari (0,3%), 5 minuti ai profughi (0,1%) e 4 minuti alle vittime civili. Manca dunque quasi del tutto la prospettiva “rovesciata”, il punto di vista delle popolazioni colpite dalle emergenze. Certo, i programmi di approfondimento, concentrati spesso in seconda serata, meglio si prestano dei tg a mettersi dall’altra parte e a raccontare storie di popoli in pericolo. Ma i dati sullo spazio nei tg italiani per le 10 crisi più ignorate dai network internazionali fanno comunque riflettere: zero minuti per Costa d’Avorio, Sud Sudan e India nord-orientale; 4 minuti per l’Uganda; 8 per il Congo. Va un po’ meglio per Aids (1 ora e 37 minuti), Somalia (1 ora e 24) , Cecenia (58 min.), Colombia (28) e Haiti (21). Anche in questi casi, però, è davvero esiguo il tempo dedicato alle condizioni della popolazione civile. A differenza delle tv internazionali, quelle italiane hanno poi trascurato la crisi alimentare in Niger (oltre 60mila bambini malnutriti) e il terremoto in Pakistan (73mila vittime e due milioni e mezzo di senzatetto). Sono dati preoccupanti, perché tra i tanti poteri dell’informazione c’è anche quello di influenzare il flusso delle donazioni: quando tutte le telecamere erano puntate sulle coste devastate dallo tsunami, proprio Msf annunciò a solo nove giorni dalla tragedia la sospensione della raccolta fondi, ritenuti ormai sufficienti. Alcuni di quei fondi vennero in seguito destinati ad altre emergenze col permesso dei donatori. Per non dipendere troppo dai capricci dell’informazione, l’Ong ha ora creato un fondo per le emergenze in corso ma anche per quelle future, confidando sulla fiducia dei suoi sostenitori. In tempi di dittatura Auditel, meglio arrangiarsi da sé.

Questo articolo è apparso oggi sul Manifesto



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