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MAROCCO, LOTTA BIS ALLA CANNA 12/1/06

Con eccellenti eccezioni

Ornella Tommasi

Giovedi' 12 Gennaio 2006

Tangeri - Non c’è solo la militarizzazione delle frontiere con Ceuta e Melilla a cambiare il volto del Marocco. Una piccola rivoluzione è in corso già dall’estate, in una parte dello stesso teatro dove si svolge il dramma dell’emigrazione clandestina. E’ l’operazione “lotta alla cannabis”, kif, chira o chocolat come graziosamente è ribattezzata “l’erba” che si coltiva in grande quantità. In modo che tanto clandestino non è e che dà lavoro a 800mila persone, con 130mila ettari di piantagioni concentrati in una fascia che va dalle montagne del Rif, affacciate sulla costa mediterranea, alla zona intorno a Larache, sull’Atlantico.
L’operazione-pulizia è cominciata proprio da qui, in un sito noto al turista per la vicinanza con l’antica Lixus, sede, secondo il mito, del Giardino delle Esperidi, quello dell’undicesima fatica di Ercole. La produzione locale di cannabis non è di primissima qualità, specie se rapportata a quella di Chefchaouen, in pieno Rif. Inoltre un anno di siccità aveva già compromesso i raccolti, altro fattore strategico che ha fatto di Larache la cavia di una campagna annunciata, sferrata per terra e per cielo a forza di trattori e canadair che spargono diserbanti. Ma che si combatte anche a mani nude nelle zone di difficile accesso.
Per ora son piccoli numeri, “solo” 3.600 ettari bonificati in due mesi, ma il malcontento non tarda a farsi sentire tra una popolazione priva di altre risorse e scettica sulle promesse di risarcimenti e sulle colture alternative. Ci aveva già provato il defunto re Hassan II, nel ’93, ma i famosi stanziamenti europei per rifondere i contadini non sono mai arrivati. E oggi non bastano i sermoni degli imam che nelle moschee cercano di convincere i fedeli che la cannabis è “haram”, illecita: non solo perché la pipa di kif, sebsì in gergo, è di uso tradizionale e perfino interclassista, ma anche perché il 95% dei terreni coltivati a cannabis è dato in affitto dal Ministero per gli affari religiosi, con una clausola che proibisce le colture illegali ma di fatto a un prezzo così alto da sollevare qualche dubbio sulla sua buona fede. Da fonti ufficiali quello di Larache non è che l’inizio, anche se per ora non sembra preoccupare i grandi trafficanti con profitti intorno ai 12 miliardi di dollari all’anno. Sui giornali ricorre la leggenda di Mohamed El Ouazzani, più conosciuto come El Nené, il barone della droga di Ceuta condannato a 8 anni di prigione ma con “ampia libertà di movimento”: era in gita fuori porta mentre dentro i compagni protestavano proprio per denunciare gli strani privilegi di quel “detenuto eccellente”.




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