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BALLOTTAGGIO CILENO 12/1/06

Si torna alle urne per scegliere tra Michelle Bachelet (centrosinistra e nell'immagine a fianco) e Sebastian Piñeda (centrodestra)

Adalberto Belfiore

Giovedi' 12 Gennaio 2006

Il 15 gennaio prossimo il Cile torna alle urne per il ballottaggio tra Micelle Bachelet (centrosinistra) e Sebastian Piñeda (centrodestra). Salvo improbabili sorprese la Bachelet, erede del presidente uscente Ricardo Lagos e in vantaggio di circa 8 punti nei sondaggi, sarà la prima donna presidente di tutto il Sudamerica e riconfermerà al potere la Concertaciòn, coalizione tra democristiani, socialisti e socialdemocratici che governa dal 1989 da dopo il referendum voluto dal dittatore Augusto Pinochet per legittimare il suo potere nato dal golpe del ‘73 contro il governo del socialista Salvador Allende, che ne sancì invece la sconfitta e l’inizio del ritorno alla democrazia.
Il Cile, paese di geografia particolarissima, è una lunga striscia di terra, larga in qualche punto poche decine di km, stretta tra la catena delle Ande e il Pacifico. Grande più del doppio dell’Italia ma con solo15 milioni di abitanti, questa giovane democrazia è dagli anni novanta uno dei fiori all’occhiello del Fondo monetario internazionale. I governi democratici, tutti di centrosinistra, hanno applicato quasi alla lettera le ricette neoliberali del cosiddetto Consenso di Washington basate privatizzazioni, contenimento della spesa pubblica ed equilibrio macroeconomico. Con successo, almeno ad una prima osservazione: i suoi tassi di sviluppo attorno al 5 – 6 % per un decennio, ne hanno fatto fino a poco tempo fa l’unico paese latinoamericano ritenuto in procinto di uscire dal sottosviluppo, in un quadro regionale dove tutti gli altri paesi, anche colossi come il Brasile e l’Argentina, stentavano ad intaccare le cause strutturali del loro ritardo. Prossimo a paesi instabili come Bolivia, Perù e Argentina, spesso scossi da convulsioni sociali e violenze politiche, il paese andino, forte di cospicue risorse naturali, prima tra tutte il rame di cui è il primo produttore mondiale, ha fatto da sé anche in politica estera, guardando più all’integrazione nel mercato mondiale che a quella latinoamericana. Anche sul piano politico i progressi sono stati notevoli e le riforme concordate con l’opposizione, permisero a Lagos nel 1997 di dichiarare conclusa la “democrazia protetta” costruita dal dittatore Pinochet. Il nuovo presidente, il cui mandato passa da sei a quattro anni, non potrà più designare parlamentari ma potrà nominare e rimuovere i comandanti delle forze armate. E controllerà il Consiglio per la sicurezza nazionale, già potente organo della dittatura, ridotto ora ad una funzione consultiva.
Sulla spinta di questi risultati si è diffuso il luogo comune del Cile come “la più europea delle nazioni sudamericane” che ha rafforzato una sorta di senso di superiorità rispetto ai vicini e incoraggiato una politica basata su accordi commerciali bilaterali con le aree forti del pianeta e un certo isolamento nel continente. Nel 2002 sono stati firmati sia un trattato di associazione politica ed economica con l’Unione europea che un accordo di libero scambio con gli Stati uniti. E nel 2005 impegnativi accordi bilaterali con Cina e Corea del Sud. Ma non è tutto oro ciò che luccica e due grandi problemi saranno al centro dell’agenda del nuovo presidente, chiunque risulti vincitore: la riforma del sistema elettorale binominale, che cancella le minoranze, e la disuguaglianza sociale, inferiore solo a quella del Brasile, e definita “scandalosa” anche dalla Conferenza episcopale cilena.
Il sistema binominale prevede che per ogni circoscrizione, sia per camera che per senato, siano eletti solo due candidati. Ciò costringe i partiti ad associarsi ma determina l’impossibilità per le formazioni minori di ottenere rappresentanti. Fu concepito per escludere il Partito comunista che pur ottenendo circa il 10% alle comunali, in cui vige un sistema proporzionale, non ha mai avuto neppure un rappresentante in parlamento. Ma è soprattutto l’esclusione sociale che caratterizza il modello cileno: secondo la Cepal, la Commissione economica per l’America latina delle Nazioni unite e la Banca mondiale, il Cile è uno dei paesi con le maggiori disuguaglianze sociali al mondo e il 15% della popolazione detiene quasi l’80% della ricchezza nazionale.
Entrambi i candidati promettono di risolvere questi problemi, ma che ricette propongono? Ciò che caratterizza la politica cilena è proprio la sostanziale omogeneità dei programmi degli opposti schieramenti. E una clamorosa conferma di questa vicinanza l’ha data la recente polemica sui 120 punti del programma dell’imprenditore Piñeda, accusato dalla Bachelet di averli copiati in buona parte da quello della Concertaciòn. Ed effettivamente, il programma elettorale di Piñeda, considerato il Berlusconi cileno per la “generosità” delle promesse elettorali, ma anche per il patrimonio personale e la proprietà di un canale televisivo, coincide in ben 66 punti con quello della Bachelet. Ma è pur vero che il sistema elettorale e le disuguaglianze sociali sono frutti del modello ereditato dalla dittatura e in buona parte mantenuto dalla Concertaciòn.
Molti analisti concordano nel ritenere che, chiunque sia il prossimo presidente, non cambierà molto nell’azione di governo. Il Cile confermerà il suo modello liberista, la sua politica di accordi bilaterali e una politica fiscale che mira sia ad evitare processi inflattivi che un eccessivo indebitamento. Dunque con una spesa sociale contenuta e scarsa propensione alla ridistribuzione delle ricchezze prodotte. “Un modello politico economico di successo” come sostiene il noto politologo Guillermo Hollzman “condiviso da tutti i partiti, che dà stabilità e credibilità al modello cileno” o un paese “che era il più egualitario prima di Pinochet e ora è uno dei più diseguali” come afferma il sociologo Atilio Boron, segretario del Consiglio latinoamericano delle scienze sociali? Sta di fatto che il Cile non sembra più essere un modello per i vicini e rischia di risultare marginale rispetto alle grandi novità, sia politiche che economiche, che stanno avvenendo dall’altra parte delle Ande.



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