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La "prima guerra mondiale africana" è stato il conflitto che ha fatto più morti dopo la Seconda guerra mondiale. Lo dimostra una ricerca dell'ong americana International Rescue Committee, pubblicata dalla rivista medica "The Lancet"

Irene Panozzo

Sabato 7 Gennaio 2006
3,9 milioni di morti in sei anni e, nell'arco di un anno e mezzo, circa seicento mila decessi in eccesso rispetto a quanto prevedibile basandosi sui tassi di mortalità della regione: la guerra nella Repubblica democratica del Congo (RdC), l'ex Zaire, è il conflitto che ha causato più morti dalla Seconda guerra mondiale in poi. Questa è la conclusione a cui è giunta una ricerca della ong americana International Rescue Committee (Irc), pubblicata ieri sulla rivista medica The Lancet.
Cifre di gran lunga più alte di quelle registrate in conflitti recenti e più “famosi”, come la guerra di Bosnia (dove i morti furono circa duecentocinquanta mila) o del Kossovo (dodici mila), il genocidio del Ruanda (ottocento mila) o quello del Darfur (settanta mila). Una conta che può sembrare cinica, ma che restituisce alla “prima guerra mondiale africana”, così chiamata per il coinvolgimento nel conflitto di cinque paesi confinanti con la ricchissima e immensa nazione africana, le dimensioni reali di una tragedia che dal punto di vista mediatico è stata tra le meno coperte degli ultimi anni.
Nell'arco di tre mesi, tra l'aprile e il giugno 2004, i ricercatori dell'Irc hanno visitato e intervistato quasi ventimila famiglie, di cui più di tredici mila nell'Est del paese, la regione dove la guerra non è mai finita, e seimila nell'Ovest, chiedendo conto dei decessi avvenuti nei precedenti diciotto mesi. Un totale di circa centoventi mila persone sentite, il che ha permesso all'Irc di elaborare delle statistiche rappresentative della situazione nell'intero paese. E i numeri impressionano. “Le conseguenze che la guerra ha avuto sulla salute delle persone”, recita Lancet “sono state simili per natura ma molto più grandi in quantità di quelle di altri conflitti che hanno avuto luogo negli ultimi due decenni”. Per rendere lo stesso concetto in cifre, ecco subito il primo dato: il tasso nazionale di mortalità registrato nei mesi di indagine è di 2,1 morti ogni mille persone al mese, ovvero circa il 40% in più rispetto al tasso medio dell'intera Africa sub-sahariana (ma la percentuale sale al 60% se si considera il solo Est). Che corrisponde a circa trentotto mila morti in eccesso al mese, rispetto ai livelli dei paesi vicini e a quelli della stessa RdC prima dell'inizio del conflitto. Decessi causati, più che dalla violenza in sé, dai suoi effetti dirompenti sulle strutture sociali e sanitarie, tanto da rendere mortali malattie come diarrea, morbillo o malaria, che in altre condizioni possono essere prevenute o comunque curate facilmente.
Lo studio, che dimostra “che la Repubblica democratica del Congo rimane attanagliata da una crisi umanitaria di vaste proporzioni che continua a essere particolarmente seria nelle province orientali”, non tiene conto dei dati sulla mortalità per il periodo successivo all'inizio di giugno 2004, durante il quale c'è stata una recrudescenza della violenza in alcune zone del paese, dall'area di Bukavu, al confine con il Ruanda (dove nel giugno 2004 la milizia del generale Laurent Nkunda ha tentato una breve occupazione della città) alla provincia dell'Ituri, al confine con l'Uganda, dove nei primi mesi del 2005 gli scontri tra le diverse milizie sono ripresi su vasta scala, costringendo alla fuga decine di migliaia di persone e coinvolgendo anche i peacekeepers dell'Onu.
Negli ultimi mesi la situazione nell'Est ha iniziato molto lentamente a migliorare. E ci sono stati degli importanti passi avanti anche a livello politico. Il 18 e 19 dicembre scorsi una vasta maggioranza ha detto sì al referendum costituzionale, approvando così la nuova costituzione. Un'eventuale bocciatura avrebbe fatto slittare ancora di chissà quanto tempo le elezioni presidenziali e legislative – le prime dopo quarant'anni – previste per il prossimo luglio, tappa importante nel processo di transizione. Nel frattempo però un'altra crisi è scoppiata nella parte più meridionale del paese, nella regione del Katanga, dove circa centoventi mila persone hanno lasciato le proprie case per sfuggire agli scontri tra l'esercito nazionale e la milizia Mayi-Mayi. Segno che la strada per la pacificazione definitiva del gigante congolese è ancora lunga.

L'articolo è apparso su il manifesto in edicola oggi
Leggilo in fracese, nella traduzione di M.-A. Patrizio



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