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MOSCA-KIEV, UNA CRISI DA NON MINIMIZZARE 3/1/06

Per l'economista Mario Deaglio (nell'immagine a fianco) l’allarme non va sottovalutato. I ritadi dell'Italia. L'incognita dell'atomo

Attilio Scarpellini

Martedi' 3 Gennaio 2006

“Non credo che l’allarme vada sottovalutato, al contrario lo trovo molto reale: la verità è che abbiamo poche scorte e rischiamo di pagare il prezzo di una politica energetica completamente ripiegata sul metano e gestita un po’ troppo alla giornata.” L’economista Mario Deaglio non si schiera tra i minimizzatori del rischio energetico conseguente a una chiusura dei rubinetti russi del gasdotto che dall’Ucraina fornisce l’80% del metano europeo.Anche se la crisi è dettata da un conflitto squisitamente politico tra la Russia di Putin e l’Ucraina di Yushenko – dice l’autore di Postglobal- l’allarme non va preso sotto gamba. Soprattutto in Italia. Dove questa eventualità ha immediatamente messo in evidenza le lacune di un modello energetico che, a differenza di quello di altri paesi, si è attardato sulle scelte del passato

Professor Deaglio, la Francia si approvvigiona attraverso il nucleare, la Germania si è attrezzata con il gasdotto baltico. L’Italia invece…

L’Italia dovrebbe affettarsi a cercare di collegarsi al gasdotto tedesco, un’opzione che nel giro di due anni potrebbe diventare operativa. E dovrebbe anche, se non ripensare, quanto meno aggiornare le sue scelte di approvvigionamento energetico. La verità è che quando abbiamo costruito i gasdotti c’era l’Urss e per noi, malgrado tutto, andava bene, la consideravamo un partner affidabile. Poi il crollo dell’impero ha lasciato una situazione di tensioni e di conflitti che avrebbe dovuto spingerci a diversificare le forniture. Ma il nostro modello era pigro e poco elastico. Per anni il metano è stata la vera politica alternativa dell’Italia al petrolio. E anche l’unica

Dobbiamo rimpiangere i tempi in cui l’Eni dettava legge alla politica estera italiana?

Rimpiangere è una parola eccessiva: un paese sovrano deve avere una sua politica estera che nessuno condiziona, neanche l’Eni. Ma dobbiamo riconoscere che il capitolo degli approvvigionamenti energetici è stato assai ben governato dall’Eni in passato. Mentre oggi scontiamo una politica relativamente debole. Ci siamo adagiati: per trent’anni ci è andata bene, il riscaldamento c’era e abbiamo preferito non pensare alle possibili emergenze del futuro. Anche perché la politica energetica non gode di buona stampa, è antipatica, incide sul territorio e crea contrasti con le comunità locali

Come l’alta velocità nel settore dei trasporti?

Proprio come l’alta velocità: tutti vogliono godere degli effetti del progresso, ma nessuno vuole pagarne il prezzo, soprattutto quando coinvolge direttamente il proprio habitat. E’ per non aprire conflitti con le comunità locali che abbiamo preferito soprassedere al problema dello stoccaggio delle riserve gasiere. Il terminale di rigassificazione di Monfalcone, che pure rappresentava un’alternativa ai gasdotti, venne bocciato con un referendum nel 1996, anche se l’impianto non era previsto in terraferma, ma nelle acque dell’Adriatico

Un referendum bocciò il nucleare nel 1987. Ora sono in molti, soprattutto nel governo, a dire che quella scelta andrebbe rivista. Cosa ne pensa?

Devo dire che sul nucleare non ho opinioni assolute. Bisognerebbe ripartire dalla crisi di Chernobyl che determinò quella scelta e capire cosa che è cambiato dal punto di vista della sicurezza nelle tecnologie nucleari. Se cioè esiste un tipo di impianto che garantisca una sicurezza, non dico assoluta, ma ragionevole rispetto agli equilibri e alle esigenze di un paese ambientalmente delicato quale è l’Italia.



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