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TRA BUROCRAZIA E DISCRIMINAZIONE 31/12/05

Essere sudanesi al Cairo è difficile. A causa di trafile lunghe e spesso inutili per ottenere il tanto agognato status di rifugiato. Ma anche per la mancanza di diritti che impedisce una vita dignitosa e per la costante discriminazione di cui si è vittime

Irene Panozzo

Sabato 31 Dicembre 2005
“Siamo pronti a morire, non abbiamo altro posto dove andare”. Con queste parole uno dei leader della protesta dei richiedenti asilo sudanesi, in corso da settembre di fronte alla sede del Cairo dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Acnur), aveva spiegato a novembre al settimanale egiziano Al-Ahram Weekly la determinazione di migliaia di persone. E la loro disperazione.
Essere profughi in Egitto non è cosa facile, indipendentemente dal paese di provenienza. Lo è ancor meno per i sudanesi che hanno cercato rifugio nella capitale egiziana a partire dalla metà degli anni Novanta. Una comunità molto numerosa, che conta parecchie decine di migliaia di persone e che ha continuato a ingrandirsi anche negli ultimi anni, con l’arrivo, secondo le stime, di circa duecento sud-sudanesi al mese.
Per quasi tutti raggiungere Il Cairo è solo di una tappa di un lunghissimo viaggio, iniziato lasciando il villaggio di origine distrutto dalla guerra nella speranza di arrivare un giorno a ottenere il resettlement, il trasferimento negli Stati Uniti, in Canada o in Australia, entrando a far parte dei programmi di accoglienza per i rifugiati che questi governi finanziano. Ma la realtà è spesso diversa. Nella maggioranza dei casi, la corsa finisce nella capitale egiziana. Dove, passati i trenta giorni di validità del visto turistico, i nuovi arrivati diventano velocemente dei clandestini. L’unico modo per cambiare status è ottenere la yellow card dell’Acnur, una sorta di carta d’identità riservata ai richiedenti asilo. Ovvero a quelli che, dopo alcuni mesi di attesa, iniziano la lunga trafila di interviste e di scartoffie necessaria all’organizzazione internazionale per capire se chi si presenta ai suoi uffici può essere considerato un rifugiato oppure no. Nel frattempo, bisogna sopravvivere senza un permesso di lavoro valido, senza una casa, senza le cure mediche per sé e per i propri familiari e senza la possibilità di mandare nelle scuole egiziane i propri figli.
Da un anno, la situazione legale dei richiedenti asilo si è fatta ancor più ingarbugliata. Dopo la firma della pace tra Nord e Sud Sudan, il 9 gennaio 2005 a Nairobi, l’Acnur ha distribuito dei permessi di residenza temporanei, rinnovabili ogni sei mesi, e ha garantito che i sud-sudanesi non saranno rimpatriati a forza dal governo egiziano. Il quale, dal canto suo, continua a sostenere che i sudanesi sono protetti da un accordo bilaterale concluso da Sudan ed Egitto nel giugno 2004, che garantisce ai cittadini di entrambi gli stati libertà di movimento, residenza, proprietà e lavoro nei due paesi.
Le cose però vanno diversamente. Neanche la concessione dello status di rifugiato, che dopo la firma della pace è diventata un obiettivo ancora più difficile da raggiungere, ha mai assicurato i diritti essenziali. Il colore della carta d’identità cambia, da giallo diventa blu. Ma è la sostanza a non cambiare. Il riconoscimento mette in regola per quanto riguarda la permanenza in Egitto, ma non garantisce l’accesso alla casa, all’istruzione pubblica o all’assistenza sanitaria di base. Il governo egiziano, pur avendo sottoscritto la Convenzione Onu sui rifugiati del 1951, non ha mai adottato le misure necessarie ad assicurare ai rifugiati il pieno godimento dei diritti e dei doveri che dovrebbe essere garantito loro dal paese ospite. I sudanesi, come anche le meno numerose comunità di etiopi e di eritrei, rimangono quindi cittadini a metà.
A colmare i buchi ci pensano le chiese, che hanno aperto scuole, dispensari e ambulatori per la comunità sud-sudanese, in larghissima parte composta da cristiani (sia cattolici che protestanti) o da fedeli delle religioni tradizionali inclini a convertirsi. Il coordinamento e la collaborazione tra le varie denominazioni cristiane hanno reso possibile avviare una serie di progetti congiunti.
Le possibilità di incontro tra sudanesi ed egiziani sono minime. Colpa dei diritti non riconosciuti ai richiedenti asilo e ai rifugiati, ma anche di una discriminazione neanche tanto nascosta da parte degli egiziani. I sudanesi che non lavorano nelle scuole aperte dalle chiese per i loro figli solitamente trovano un impiego nelle case dei locali e degli stranieri. E si tratta soprattutto di donne. Per gli uomini trovare un posto, seppur umile, è estremamente difficile. Parlare quindi di scambio e integrazione diventa quasi impossibile, anche per quelle famiglie che riescono a raggiungere standard di vita simili a quelli della media locale. I meno fortunati, invece, continuano a vivere nelle shanty-towns della periferia cairota, in mezzo sporcizia e povertà.

L'articolo è apparso sull'edizione odierna de il manifesto



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