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Si deciderà il 15 gennaio la contesa elettorale cilena. Michelle Bachelet, candidata della formazione di centro-sinistra "Concertazione", ha conquistato il 46% dei voti, non sufficienti per una vittoria al primo turno. Dovrà vedersela al ballottaggio col candidato di destra Sebastián Piñera, che può contare sull'appoggio dello sconfitto Joaquín Lavín. Rimane comunque favorita la candidata del centro-sinistra, che nel voto di domenica ha conquistato anche la maggioranza nel parlamento.

(nella foto, in senso orario: Michelle Bachelet, Tomás Hirsch, Sebastián Piñera, Joaquín Lavín)

G.C.

Martedi' 13 Dicembre 2005
La caccia ai voti degli sconfitti è già cominciata. Non ce l’ha fatta Michelle Bachelet, candidata del fronte di centro-sinistra Concertazione, a trionfare al primo turno delle elezioni cilene. Il nuovo presidente sarà quindi eletto nel ballottaggio del 15 gennaio. Con la vittoria, la Bachelet sarebbe diventata la prima donna a entrare nel palazzo della Moneda che fu di Salvador Allende. Un avvenimento non da poco in un paese dove il machismo la fa ancora da padrone. Pediatra, ex ministro della salute e della difesa del premier uscente Ricardo Lagos, la 45enne Bachelet si è fermata intorno al 46%. Troppo distante dalla maggioranza assoluta necessaria per occupare da subito la poltrona di presidente. Per gli osservatori, comunque, rimane lei la favorita del secondo turno, anche se dovrà vedersela con un avversario che ci proverà fino alla fine: Sebastián Piñera, ribattezzato il “Berlusconi cileno”. Imprenditore di successo, padrone della Línea Aérea Nacional e del canale televisivo Chilevisión, è ricordato, tra le altre cose, per aver introdotto in Cile la carta di credito. Con poco più del 25% dei voti, il candidato del movimento conservatore Rinnovamento Nazionale è nettamente distaccato dalla sua avversaria, ma potrà contare sui voti dell’altro candidato di destra, Joaquín Lavín dell’Unione democratica indipendente. Quest’ultimo ha subito riconosciuto la sconfitta e ha messo a disposizione di Piñera il suo 23,2%. Le due anime della destra cilena, quella incarnata da Piñera, che ha rotto col passato della dittatura pinochetista, e quella di Lavín, rappresentante della destra ultracattolica ancora legata al regime del vecchio dittatore, hanno stretto un’alleanza obbligata. Più difficile, invece, è immaginare un’alleanza ufficiale tra la Bachelet e Tomás Hirsch, candidato della sinistra extraparlamentare, che con il suo Patto “Juntos Podemos Más” (Uniti possiamo di più) sperava in qualcosa di più del 5,4%. Ma i due leader della sinistra non avranno bisogno di scendere a patti. E’ facile prevedere che gli elettori di Hirsch votino compatti per la Bachelet pur di impedire la vittoria della destra, che in Cile non conquista il potere con mezzi democratici dal lontano 1958. Ed è probabile che la campagna per il ballottaggio, come quella del primo turno, sarà dominata più dalle personalità dei due contendenti che dai programmi.
La candidata di Concertazione ha ostentato ottimismo: “Avrei preferito vincere al primo turno. Prendo questi risultati come un motivo per lavorare ancora più duro perché, dopo tutto, le donne sono abituate a lavorare il doppio”. La Bachelet può comunque consolarsi per aver conquistato la maggioranza dei seggi nei due rami del parlamento. Gli otto milioni e 200mila cileni accorsi domenica alle urne, infatti, hanno votato anche per rinnovare l’intera camera dei deputati e metà del senato. Nel caso Piñera riesca a realizzare una difficile rimonta, dovrà dunque confrontarsi con un parlamento ostile. Il Cile si sposta così a sinistra, anche se i risultati delle presidenziali mostrano un paese spaccato in due, che ha comunque dato prova di voler rispettare le regole della democrazia. Il voto di domenica si è svolto infatti senza particolari incidenti e si è distinto per l’alta affluenza. La sinistra cilena della Bachelet, del resto, ha poco a che spartire con le sinistre di altri paesi latinoamericani, come la Bolivia e il Venezuela, dove lo scontro politico sfocia spesso in prove di forza. La Concertazione è un movimento moderato che punta a una redistribuzione della ricchezza del paese, cresciuta grazie alla congiuntura economica favorevole degli ultimi due anni ma concentrata ancora in poche mani. La Bachelet, insomma, assomiglia più a Lula e a Kirchner che a Hugo Chávez o al leader “cocalero” boliviano Evo Morales. In campagna elettorale l’ex ministra ha promesso istruzione salari migliori per le donne e finanziamenti alle piccole e medie imprese. E’ favorevole alla pillola del giorno dopo, ma non ritiene il paese pronto per il matrimonio tra omosessuali. In un paese dove le disuguaglianze sociali sono ancora forti, alcuni ritengono la sua linea troppo morbida.. Nel voto di domenica, si è anche celebrato un rito dalla forte valenza simbolica. Attorno allo Stadio nazionale, che Pinochet trasformò nel più grande campo di detenzione del paese, è stato allestito il più grande seggio elettorale con 168 tavoli. Tra gli elettori in fila, anche Isabel Allende, nipote del Salvador morto nel colpo di stato del 1973.

Questo articolo è apparso oggi sul Riformista



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