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L'ASIA DELLA MARGHERITA 1/12/05

Si apre oggi a Roma “Asia Europa, una nuova partnership strategica”, dialogo tra democratici asiatici ed europei organizzato dalla Margherita

Emanuele Giordana

Giovedi' 1 Dicembre 2005

Anche la questione coreana, e un invito alla totale denuclearizzazione della penisola, troverà spazio nel documento finale che concluderà la tre giorni (1-3 dicembre) “Asia Europa, una nuova partnership strategica”, dialogo tra democratici asiatici ed europei organizzato dalla Margherita a Roma. Il sottotitolo dell’incontro, “Il futuro è iniziato”, è forse la frase che meglio dà la cifra dell’evento. Rimedio a un ritardo ormai quasi fisiologico di un’Italia molto ripiegata su se stessa, “che non va oltre il medio oriente”, commenta un parlamentare.
Il dialogo con gli asiatici, dell’Asia meridionale e di quella orientale (per utilizzare i nostri vecchi parametri geopolitici), è allestito con un lauto parterre: dai giapponesi del Pd, riformisti “bonsai”, come qualcuno li ha definiti, che hanno vivacizzati un asfittico panorama politico a senso unico (monopolizzato dall’inossidabile Partito liberaldemocratico), agli esponenti del partito del Congresso, la più grande, senza tema di smentita, organizzazione progressista del mondo. Eppoi i democratici (non in ottime acque) di Thailandia, Hong Kong, i liberali delle Filippine e il partito-persona di Sam Rainsy, radicale cambogiano. A parte qualche vistosa assenza (il Pd indonesiano, ad esempio, che pur avendo solo il 7% alle politiche ha fatto eleggere un presidente), l’area riformista è ben rappresentata.
“Puntiamo ai contenuti – spiega Gianni Vernetti, tra gli organizzatori dell’agenda – e dunque anche a colmare un ritardo che ha finito per caratterizzare la politica estera italiana”: dialogo, cooperazione, integrazione economica in un rapporto tra Asia ed Europa che è ormai strategico e che, dice il responsabile per le relazioni internazionali della Margherita, “ha ormai un impatto forte sulla vita quotidiana di ogni cittadino dell’Unione”, oltre dunque le sole ragioni del commercio o della geopolitica. La chiave è insomma quella di aprire e non di chiudere le porte, come in Italia vorrebbero i neo protezionisti, a un futuro già cominciato e che ha le sue cifre, se si sommano i due continenti: quasi il 50% della popolazione globale e il 60% del commercio mondiale.
Vernetti tiene però a sottolineare che non si parlerà solo di cifre o di economia: c’è il tema dei diritti, delle libertà religiose o quello delle nuove tecnologie di produzione d’energia, tema caro a due colossi che di energia hanno molta fame ma che ne possiedono pochina. Un buon tema sarà la Cina. Il che fare col colosso che cresce a dismisura si riassume in due parole: “integrare e coinvolgere Pechino – dice Vernetti – in un sistema di valori condivisi”, una linea sicuramente condivisa dagli ospiti del convegno. Che ne pensano gli americani si potrà sapere dagli invitati d’Oltreoceano, come Ivan Doherty, del National Democratic Institute for International Affaire, in un momento in cui gli americani sembrano divisi (per usare l’espressione utilizzata a proposito della politica indiana) su un fronte che ha due “forni”: quello in cui si cucina il contenimento del pericolo giallo e quello che vorrebbe coinvolgere la Cina in una partnership strategica. Chissà che l’Europa, il cui orientamento generale è molto simile a quello scelto dall’incontro, non finisca per influenzare le scelte della potenza unipolare. “La direzione – dice Vernetti – è quella di una strategia comune transatlantica. Preferiamo mettere l’accento sui punti di contatto che non sulle frizioni”. Quanto all’Asia, sarà utile sentire cosa verranno a raccontare. C’è attenzione al vecchio continente, dice Vernetti, “e l’Europa dovrebbe favorire l’attrazione di investimenti”, già cominciati per altro con una rete di aziende, soprattutto indiane e cinesi, che sono già presenti sul territorio nazionale anche con acquisizioni dirette.
L’incontro promosso dalla Margherita va dunque nella direzione di aprire uno spazio che poi la politica estera avrebbe il compito di riempire, distratti come siamo sulle vicende asiatiche, se non per un’attenzione alla Cina che dura da tempo. Ma il resto di quel mondo produttivo, che oltre alle merci sforna cultura e che oltre all’esotismo si sforza di indagare nuove strade di sviluppo,è stato abbandonato a qualche raro saggio sulle riviste accademiche. Se da qui parte una nuova via della seta naturalmente resta da vedere. Se son rose, come si dice, fioriranno: dai giardini di Shiraz, famosi proprio per le rose, ai canneti dell’Asia orientale, quella che Pierre Gourou, il padre della geografia umana, definiva la “civiltà del vegetale”. E che oggi, con le sue impalcature di bambù, costruisce i grattacieli più alti della terra.

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