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LA PROSPETTIVA ROVESCIATA DI GIAN MARIA TOSATTI 25/11/05

All'Angelo Mai due installazioni del giovane regista ispirate a Dostoevskij e ai Vangeli dell'infanzia (Nella foto di Leda Ricchi un momento di Magdalena)

Attilio Scarpellini

Venerdi' 25 Novembre 2005
Roma- Cantine, anzi caverne: il teatro contemporaneo che ama Dostoevskij, si rifugia giustamente nel sottosuolo. Prende lo spettatore per mano, lo veste da monaco e lungo ripide scale lo conduce a spiare un mondo che ha l’aria di vivere senza bisogno dello sguardo di nessuno: preghiere cantate in una lingua armoniosa e sconosciuta (lo slavonico della antica liturgia ortodossa), piccoli concerti di capane tubolari, sassi votivi offerti da monaci, più buddisti che cristiani, incorniciati in una nicchia del muro. Stazione dopo stazione, “Le lait miraculeux de la vierge”, la prima delle due “devozioni” che Gian Maria Tosatti ha installato all’ex Istituto (fortunatamente occupato) Angelo Mai si offre come un cammino iniziatico in cui dapprima non accade nulla: l’aspro odore del vino spillato dalle botti acuisce l’umidità dell’aria. Ma a un certo punto, dal fondo dei cunicoli come un refolo di vento giunge uno spasmo – contrappunto sonoro alla perfetta intonazione dei monaci cantori – un sospiro in cui l’estasi e il dolore si confondono. Nell’ultima cella, nascosta come un’ape regina, ci attende una donna che dai seni nudi stilla fiotti di latte. E’ una visione accuratamente preparata, ma anche una definitiva rottura del contesto. Era Roland Barthes che, nel suo libro sulla fotografia, distingueva uno “studium”, cioè un campo di applicazione dell’immagine, da un “punctum” che, partendo dalla scena, ne rompe l’equilibrio per colpire lo spettatore. Bene, negli ultimi spettacoli di Gian Maria Tosatti alla capziosa precisione dello “studium” – alla cura maniacale dell’architettura scenica - risponde la violenza traumatica del “punctum”, una rivelazione che produce una crisi della visione. Le “devozioni” sono sì delle riparazioni, delle riscritture piranesiane che riportano alla luce la memoria sepolta dei luoghi – i sotterranei dell’Angelo Mai nel “Lait miraculeux…” o la Chiesa sconsacrata in “Magdalena”:“ferite che vengono ripulite per tornare a sanguinare”- ma appartengono anche alla grammatica anarchica del sogno. “Le lait miraculeux de la Vierge”, come del resto Magdalena, dilata un momento dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij (il momento di Aliocha) e nel contempo si ispira ai cosiddetti Vangeli dell’Infanzia. Che sul teatro di Tosatti incomba un’intenzione “gnostica” è fuor di dubbio. Queste “devozioni” funzionano come altrettanti Misteri: chiamano al cammino e allo smarrimento, all’obbedienza e all’abbandono, per aprire nello spettatore una breccia estetica da cui sarà possibile contemplare…il pleroma. La visione centrale attorno a cui si articolano, e fatalmente si raggrumano, è tanto suggestiva quanto irreprensibile: non potendola comprendere, la si subisce, come le immagini primigenie - come gli archetipi junghiani che spiegano tutto, tranne se stessi. Nel caso di Tosatti, poi, è in azione un altra e più moderna gnosi: quella delle avanguardie che vedono più in là di quel che realizzano e promettono più di quel che riescono a mantenere. “Le lait miraculeux “è uno spiraglio sulla totalità di un’opera sempre annunciata – e sempre a venire – una levigata scheggia di utopia.
Ma, a un mese di distanza dalla prima installazione, ecco “Magdalena”, il secondo frammento del romanzo teatrale di Tosatti. Disteso sulla superficie orizzontale di una chiesa sconsacrata, non è più un’approssimazione, un esperimento - è una bellissima riuscita. Il nocciolo della visione, il “punctum “in cui si concentra un’esecuzione al solito accuratissima stavolta rompe gli indugi, folgora le premesse: una donna sciancata arranca verso l’altare simmetricamente a un’altra prostrata a terra. Poi, d’un tratto, l’inaspettato: con la sua stampella fracassa un uovo da cui sprizza un copioso getto di sangue, provocando un improvviso corto-circuito del campo visivo. E’ un fatale, precipitoso colpo al cuore. La stessa accelerazione oltranzistica si è vista di recente all’opera sullo schermo di “Caché”, il fim di Michael Haneke dove di colpo, inopinatamente, un uomo si tagliava la gola davanti a un altro (e anche a quest’ultimo, come alla vecchia orante di “Magdalena”, non restava altro che urlare disperatamente “no!” per cercare di lacerare la patina dell’incubo, per negare il proprio sguardo). Qui, a differenza che nel primo spettacolo, la “madre di tutte le immagini” non si rivela alla fine del percorso, irrompe al centro, azione indecidibile che col suo eccesso di senso deforma e rimodula la temporalità (rompe e scandisce come direbbe Barthes) dell’intera sequenza. C’era un prologo in attesa nell’atrio della Chiesa tappezzato di ex voto; ci sarà un esito, anzi un esodo finale all’esterno dell’edificio, in un giardino incolto dove una tavola apparecchiata accoglie gli otto pellegrini. Ma non c’è più un prima e un dopo, da quando il gesto, né vero né falso, semplicemente figurale, si è impresso traumaticamente sulla pellicola dei nostri nervi. Tutto, è vero, congiurava al sogno: la posizione delle due donne (e più ancora il fatto che non entrassero in scena, ma fossero lì come da sempre), le linee troppo simmetriche di uno spazio lucido governato da una sensibilità pittorica metafisica e intemporale – Ernst? Delvaux? forse la scena più propria è quella della “Profanazione dell’Ostia” di Paolo Uccello – il canto dei monaci seminascosti nel coro…Tutto congiurava al sogno, ma solo il brusco trasalire del gesto ha scatenato il maelstrom in cui anche il disegno è stato risucchiato. Nei cunicoli misterici di “Le lait miraculeux de la vierge” ci si sentiva ancora a proprio agio, spettatori-spie di un cerimoniale (cosa c’è di più rassicurante, in fondo, di più “messo in scena”?); nella Chiesa profanata di “Magdalena” un disagio immediato e inspiegabile sbaraglia ogni proposito sapienziale. Tosatti non ha neanche più bisogno di citare Tarkovskij nelle note di regia: producendo un effetto più misterioso di qualunque Mistero e più profondo di qualunque feticcio di Profondità, incontra e abbandona il maestro di “Lo specchio”. Si può anche fare a meno dell’excusatio critica in cui l’autore sottrae le sue “devozioni” al teatro per annetterle al ridondante catalogo delle “arti visive”: nessuna performance “visiva”, ammesso che si possa tornare a fissare dei confini, utilizzerebbe il tempo con altrettanta perversione. Solo il teatro, come diceva José Bergamin, è “spazio temporalizzato”. Così come il sogno, a dispetto delle sue interpretazioni, resta essenzialmente una narrazione, anche se il tempo si congela nella visione e la prospettiva, come spiegava il buon padre Florenskij, ne risulta “rovesciata”. Nessun opera di arte visiva, d’altronde, darebbe ai suoi spettatori il tempo di uscirne, accompagnandoli come convalescenti in un giardino dove li aspetta una tavola bianca illuminata da candele e frugalmente servita per otto. Né concederebbe loro l’ironica libertà di sedersi o non sedersi (tutti si siedono), di scrivere o non scrivere con il lapis messo accanto al foglio bianco (qualcuno scrive), di leggere o non leggere il programma allegato al piatto (tutti fingono di leggere) e, infine, di mangiare, o di non mangiare, la piccola mela rossa e immatura che è l’unico genere commestibile offerto, al termine del viaggio, dalla compagnia Hotel de la Lune (nessuno mangia - solo io, che detesto l’innocenza dell’arte, rubo la mela per addentarla di nascosto).
Nelle sessioni di arte contemporanea, come è noto, il libero arbitrio non è granché alla moda. Contrariamente ad alcuni dei suoi modelli artistici, invece, Gian Maria Tosatti non sembra aver solo voglia di ustionare il pubblico. Forse non gli basta esprimere qualcosa. Vorrebbe, persino, comunicare con qualcuno.


Le lait miraculeux de la Vierge e Magdalena
due installazioni di Gian Maria Tosatti
azione:Sara Allevi, Matteo Baccano, Alessandro Mengali, Elisabetta Mancini,
Laura Sampedro, Chiara Crupi, Giacomo D’Alelio (Le lait miraculeux de la Vierge)
Simone Caffari, Roberto Cresca, Gerry Duni, Simone Gentili, Gilda Lapardhaja, Debora Pappalardo (Magdalena)
interventi sullo spazio: Tommaso Garavini, Giovanna Pistone
realizzazione dei costumi: Aurelia Lurenti, Francesca Patanìa
responsabile dell’allestimento: Elisabetta Mancini

Visti all'Angelo Mai Occupato di Roma



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