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VIA DALL'IRAQ NEL 2006? MANOVRA ELETTORALE 25/11/06

Colloquio con lo storico Angelo Del Boca dopo l'annuncio del premier sul ritiro del nostro contingente

Emanuele Giordana

Venerdi' 25 Novembre 2005
“L’annuncio del ritiro del contingente italiano dall’Iraq entro il 2006 mi sembra avere tutta l’aria di un’operazione elettorale, fatta da un governo che si sente in difficoltà e che cerca adesso, come già qualche settimana fa, di parlare a quell’ampio movimento di cittadini italiani che la guerra ha sempre contestato e che ha sempre chiesto il ritiro immediato dei nostri soldati dalla palude irachena”. Il giorno dopo le dichiarazioni di Silvio Berlusconi sul ritiro dei soldati italiani dal teatro iracheno entro il 2006, la polemica divampa sui tempi, sui modi sulle date. Ma Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano, crede che le dichiarazioni del premier siano contraddittorie. E non solo sull’Iraq. “Penso che anche sull’evacuazione dei sommergibili nucleari da La Maddalena sarà necessario attendere che dalle parole si passi ai fatti”. Secondo Del Boca gli italiani hanno un brutto vizio: ammantare con parole vaghe e confuse la realtà. Un’eredità che viene da lontano.

Lei accusa il governo di essere sempre stato ambiguo rispetto alla guerra in Iraq

Lo dico perché le dichiarazioni mi danno ragione. Tanto per cominciare la spedizione italiana in Iraq è stata chiamata “missione di pace” ma, come si è visto, si trattava di una vera e propria guerra dove diverse decine dei nostri ragazzi hanno pagato con la vita anche il prezzo di questa ambiguità. Se torniamo ai fatti di Nassiriya, che tra l’altro hanno visto il nostro contingente asserragliato in una posizione praticamente indifendibile, alla fine di un ponte e senza quasi sbarramenti difensivi, ci dobbiamo anche ricordare dello stupore che seguì alla strage. Ma come, proprio noi? I bravi italiani mandati a fare del bene? Si adombrò persino la tesi che avessimo accordi segreti con gli iracheni, che insomma eravamo diversi. Preferisco la posizione fredda di un Tony Blair che se deve andare in guerra ci va e basta, parlando ai britannici in modo chiaro
Lei vuol dire che noi abbiamo mistificato la natura stessa della missione?

Si e sulla scia di un vecchio refrain, quello degli italiani brava gente, che si muovono come eroi buoni e soltanto per fare del bene

“Italiani brava gente?” è anche il titolo del suo ultimo libro dove lei parla dello sviluppo di un mito assolutorio creatosi nell’arco di 150 anni. Questa eredità assolve il governo?

Direi proprio di no, perché il rapporto tra un governo e i suoi cittadini dev’essere basato sulla chiarezza e sull’onestà. Certo esiste un’eredità deleteria che evidentemente non muore. Il mito del bravo italiano non comincia, come si crede, durante il fascismo, ma addirittura con l’unità d’Italia quando un corpo di 100mila uomini venne spedito in Meridione per stroncare l’”insurrezione dei briganti”. Il mio libro comincia da lì, da quello che è forse il primo eclatante esempio. Certo briganti ce n’erano nel Sud ma, a pagare il prezzo di quella spedizione, furono anche i contadini del Sud, oltre ai resti dell’esercito borbonico. Poi il mito si propagò nell’Italia della liberaldemocrazia e nelle prime avventure coloniali. Mussolini raffinò la macchina condendola con la sua ambiguità: non solo i ponti e le strade in Africa, ma anche, per fare un esempio, la promessa, il 10 giugno del 1940, che la guerra sarebbe stata rapidissima e si sarebbe risolta in settimane…

Torniamo al ritiro dall’Iraq

Forse sarà bene ricordare che l’Italia repubblicana, tanto per cominciare, non poteva andare in guerra perché la nostra Costituzione lo impedisce. Nasce forse da lì tutta l’ambiguità di un’operazione cui si cerca adesso di porre tardivamente rimedio. Con un occhio all’elettorato

Articolo uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno



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