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ESPULSIONE O RENDITION? LA TRAMA OSCURA DIETRO LA STORIA DI ALMA 11/7/13

ITALIA/TUNISIA COME LA PENSA IL MINISTRO STANCA 18/11/05

L'Italia non si schiera con chi ha torto a priori. Cioè con Reporter senza frontiere. Frontiere chiuse, quelle tuinisne, a Robert Menard (nell'immagine il ministro Stanca)

Lettera22

Venerdi' 18 Novembre 2005

“Non mi schiero a priori tra coloro che, sempre e comunque, vedono il lato negativo delle cose…” così il nostro ministro più tecnologico, Lucio Stanca, ha commentato ieri la notizia che il direttore di Rsf, Robert Menard era stato respinto all’aereoporto di Tunisi. Nella Tunisi nevrotizzata dal Wsis, il “lato negativo delle cose” è riassumibile più o meno come segue: accoltellamento dell’inviato di Libération Boltanski; oscuramento dei siti, soprattutto francesi e italiani, colpevoli di aver criticato il regime di Zine al Abidine Ben Ali (e di aver pubblicato l’appello per la liberare gli internauti di Zarzis); pestaggio degli attivisti tunisini dei diritti umani; divieto di svolgimento del contro-vertice dei dissidenti; minacce e intimidazioni poliziesche contro i giornalisti stranieri presenti al summit. E si tratta solo di una manciata di giorni in cui per altro la Tunisia era sotto gli occhi del mondo. Ciò che il regime riesce a fare quando ha le mani libere e i media fuori dai piedi, invece, è ben sintetizzato dal grottesco processo contro i giovani di Zarzis: decine di anni di galera per aver navigato su siti in odore di islamismo. Ma il ministro “pensa positivo”. La Tunisia gli sembra un’oasi di diversità in un panorama desolante, il paese che “nell’area ha fatto i maggiori progressi e ha bisogno di aiuto per continuare a crescere in questa direzione.” La Tunisia, poi, è un “paese amico” (ci mancherebbe, 1 investitore su 4 è italiano). Ne ricordiamo un altro di regime che faceva sempre eccezione rispetto al suo blocco: era la Romania di Nicolae Ceausescu, da molti ritenuto– soprattutto in Italia e, ahinoi, persino nella sinistra più avveduta – un bonario autocrate che si batteva per un socialismo diverso da quello sovietico. La Romania, in realtà, era un paese dove chi possedeva una macchina da scrivere era schedato dalla polizia. Il controllo poliziesco vi era così capillare, e il mestiere della delazione così diffuso, che quando il regime crollò, i numerosi disoccupati della Securitate si diedero al brigantaggio nelle foreste. In Tunisia, è vero, ci sono le elezioni: servono a rieleggere ogni 5 anni il Presidente Ben Alì, con una regolarità e un volume di suffragi (il 99%) che in qualunque altra democrazia risulterebbero sospetti. La Tunisia ha sottoscritto la Convenzione Internazionale contro la tortura. Ma poiché non permette agli ispettori di visitare le sue prigioni, polizie ufficiali e parallele sono libere di torturare in santa pace. La Tunisia riconosce la libera stampa, ma il governo sorveglia l’accesso alle tipografie, le galere rigurgitano di detenuti per reati di opinione e nei report sulla libertà di stampa il paese è al 147 posto, su 167. Che la Tunisia, come dice Stanca, vada aiutata, non c’è dubbio. Magari non proprio “in questa direzione”. Occhio alle cantonate, signor ministro. Ceausescu insegna.

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