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KITEMMURT, L'AMLETO FOGGIANO DI GAETANO VENTRIGLIA 17/11/05

Al Teatro del Porto di Livorno un assolo shakespiriano della stessa materia di cui sono fatti i sogni

Attilio Scarpellini

Giovedi' 17 Novembre 2005

Livorno - A un certo punto del suo “Kitèmmurt”, poetica e solitaria versione dell’Amleto, Gaetano Ventriglia afferra per il manico un piccolo registratore. E’ uno strumento autistico, regressivo e, forse per questo, evoca lontani ricordi. Un altro registratore, molti anni fa, compariva sotto la giacca del protagonista di “Quattro notti di un sognatore”, il film di Robert Bresson ispirato alle Notti bianche di Dostoevskij. Anche il gesto di Ventriglia ha un’origine per così dire dostoeveskjana: in “Nella luce idiota”, lo spettacolo sull’Idiota scritto e interpretato assieme a Silvia Garbuggino, l’attore foggiano impugnava nello stesso identico modo un cesto di mele rosse. Era anche allora un gesto piccolo – nel senso evangelico del termine – ma immensamente patetico, la cifra di un teatro fatto di minuziose, talvolta impercettibili, trasfigurazioni di corpi e di cose. Amleto e Myskin sono entrambi dei prìncipi, entrambi hanno una spiccata propensione alla malinconia, all’introspezione, alla clownerie – e al nulla. Sono due “uomini superflui”, Amleto e Myskin, appartengono al mondo dei figli, meglio: a quello degli orfani. Ma “Nella luce idiota” disegnava un mondo concentrandone i frammenti – era un prisma stretto in un pugno – “Kitèmmurt” decompone ogni mondo possibile fino a cancellare lo spazio scenico in un campo magnetico di apparizioni. A forza di apparire e scomparire in ogni punto della scena, di essere e non essere, seduto o in piedi, moltiplicato dagli stacchi di luce, Ventriglia fa trasumanare se stesso al livello imponderabile dei sogni che mette in scena - shakespirianamente, ne riveste la materia. L’attore è cera che cola fino a esaurire ogni senso – ogni ragione: una follia che il vecchio Polonio vorrebbe piena di metodo. Ma che in “Kitèmmurt” rivela la propria lucidità soltanto scivolando – discorso senza più soggetto - di sonno in sonno e di voce in voce. E questo principe debilitato che indossa il nero punk, parla in foggiano, trapassando bruscamente dal lamento all’invettiva, dalle vocali larghe e leziose ai suoni tronchi e minacciosi, è un acrobata dello slittamento. La sua fantasmagorica gamma di registri ha la stessa agilità delle sue interpolazioni al testo, tradotto in una tessitura di brani scelti dalla memoria o dalla passione, anch’esso trasfigurato, ridotto a oggetto poetico, a irreprensibile ready-made. Magma da riordinare, tragedia sempre “da scrivere”, l’Amleto si presta alla prova o alla confessione. Ventriglia unisce una e l’altra, dice se stesso dissimulandosi nella “recita” (proprio come il Principe di Danimarca), e afferma il teatro come luogo in cui la verità, messa tra due specchi, perde la bussola e si moltiplica. Veste il personaggio e insieme, con il suo ventriloquio dialettale, lo svuota: getta la paglia del mito nel rogo di leggende che sarebbero private se solo, su questa scena brulicante come un presepe e vuota come un deserto, il pubblico e il privato conservassero i propri contorni. Demiurgico e fragilissimo, è Duchamp che aggiunge i baffi alla Gioconda, ma anche Don Chisciotte che carica i mulini a vento con in testa uno scolapasta. La sua ironia è l’esatta (contro)misura del suo romanticismo, come la sua comicità è il rovescio clownesco del suo patetismo. Puer aeternus , Amleto preme un tasto del famoso registratore e ne escono le note di una canzone d’amore: “E adesso tu” di Eros Ramazzotti. Raggelante ironia (come vuole il canone dell’avanguardia) o forse, chissà, autentico, e dunque maldestro colpo al cuore. Introiettato fino all’ossessione – “ricordati di me!” – il fantasma del padre è subito tradito dalla memoria del figlio: “Ho sognato che dovevo sostituirti, ma avevo dimenticato la parte.” Che a pensarci bene è il compito di ogni arte – dimenticare, come il ragazzo che in “Andrei Rublev” costruisce la campana– ma anche l’inganno di ogni destino, costretto a ripetersi sui passi che ha smarrito. Ofelia specchia la sua amorosa pazzia nel chiarore fiabesco di una bacinella, Amleto la congeda con un messaggio registrato sulla segreteria telefonica. Sul fondo un sipario rosso fuoco si schiude sulle acque annientanti. L’ultima proiezione di Ventriglia è anche la più agghiacciata: quella dell’attore che, nel finale, se ne va col frettoloso imbarazzo di chi abbandona un funerale. Al pubblico chiede quel che il fantasma chiede ad Amleto: di ricordare. Ma è una richiesta vaga, distratta, come la memoria a cui si rivolge. “ Non subito …poi, domani… senza impegno”. Il canto dell’orfano non rifluisce più nel silenzio che resta, si sbriciola nel brusio di una qualunque serata a teatro. Poche cose, al giorno d’ oggi, sembrano più futili di una tragedia.

Kitèmmurt
Di e con Gaetano Ventriglia
Visto al Teatro del Porto di Livorno




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