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Il governo italiano diserta l'incontro organizzato dalla Fnsi a Roma venerdi scorso. E l'ambasciata tunisina chiama Siddi per esprimere "rammarcio". Nel mirino chi è contro il regime di Ben Ali

Emanuele Giordana

Domenica 13 Novembre 2005

Mentre si scaldano i motori del World Summit on the Information Society (Wsis), il vertice Onu che inizia il 16 a Tunisi sulla società dell’informazione, anche la diplomazia di Ben Ali ha cominciato a darsi da fare, trattandosi di un summit dove si finirà a parlare di libertà di espressione, materia sensibile nel bel paese mediterraneo. L’ambasciata tunisina in Italia ha preso la cosa alla lettera e ha alzato il telefono per chiamare Franco Siddi, presidente della Federazione nazionale della stampa (il sindacato dei giornalisti italiani), esprimendo “rammarico” per un incontro a cui la Fnsi aveva invitato, tra gli altri, i rappresentanti del sindacato indipendente dei colleghi tunisini e un avvocato dei diritti umani. Presenze che all’ambasciata dovevano suonare antipatiche ma che la Fnsi ha ovviamente difeso, ribadendo che una delle preoccupazioni del sindacato (anche di quello internazionale) e che, come ha detto il segretario Serventi Longhi, a Tunisi “si finisca di parlare soprattutto di aspetti imprenditoriali e tecnologici dimenticando i contenuti”, in una parola il diritto a informare o a informarsi.
La querelle sarebbe finita rapidamente se anche la diplomazia italiana non avesse voluto, forse in omaggio ai solidi rapporti d’amicizia tra i due paesi, essere più lealista del re. All’incontro promosso dalla Fnsi (cui hanno partecipato, oltre ai colleghi tunisini, diversi giornalisti italiani e alcuni parlamentari) doveva infatti essere presente, per il governo, Stefano Gatti, consigliere diplomatico e capo dell' Ufficio internazionale del ministro per l' innovazione Lucio Stanca. Ma quando l’ufficio del ministro ha saputo chi sarebbe stato presente all’incontro promosso dalla Fnsi, Gatti ha fatto una repentina marcia indietro. Adducendo il fatto che la presenza di “personaggi dell’opposizione” lo avrebbe messo a “disagio”. Il disagio in realtà ha finito per pervadere la sala della riunione, se anche il nostro governo sente il bisogno di prendere le distanze da un avvocato e da un giornalista tunisini in odore di opposizione. Ma, come hanno spiegato proprio gli invitati maghrebini, la posizione di Roma verso Tunisi è da sempre molto morbida, visto che “anche se molti paesi europei mandano osservatori ai processi per reati d’opinione – hanno detto - l’Italia non lo fa”. In un paese dove navigare su Internet, com’è accaduto a nove ragazzi (gli internauti di Zarzis) può costare una condanna a 13 anni di galera.



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