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I CYBER-RIBELLI DI BEN ALI 12/11/05

Alla vigilia del summit sulla società dell'informazione, viaggio tra i web-dissidenti tunisini. Giovani e informatizzati

Paola Caridi

Sabato 12 Novembre 2005

Mourad Dridi e Sami Ben Gharbia erano solo degli adolescenti, quando Zine el Abidine Ben Ali salì al potere, a Tunisi, nel 1987. Per poco meno di vent’anni, il presidente Ben Ali li ha – per così dire – accompagnati, loro come gli altri ragazzi tunisini, guidando il paese maghrebino tra pugno di ferro e mito della modernizzazione.
Ora Dridi è esule a Parigi. Sami ben Gharbia, alias Chamseddine, invece, in Olanda. Rifugiato politico. Nonostante le distanze, però, entrambi è come se lavorassero a Tunisi. In una Tunisi virtuale, certo. Fatta di forum, newsgroup, chat, siti. E soprattutto blog, i diari virtuali cresciuti come funghi in tutto il mondo arabo.
Entrambi fondatori dell’ATPD, un’associazione tunisina “per la promozione e la difesa del cyberspazio”, Mourad e Sami sono i cyberfigli ribelli di Ben Ali. Cresciuti nel sogno che il presidente aveva programmato per la Tunisia, il primo dei paesi africani a collegarsi a internet nel 1996: costruire il futuro del piccolo Stato maghrebino (poco meno di dieci milioni di abitanti) su computer, software, bytes. Creare una forza lavoro qualificata a basso costo. Invertire, in questo modo, la rotta dell’emigrazione, passando dalla manovalanza da mandare in Europa ai tecnici da far lavorare a Tunisi.
Il sogno di Ben Ali, in un certo senso, si è avverato, anche se la Tunisia è ben lontana dall’essere l’incubatrice della società dell’informazione in Africa. Ben Ali ha fatto della Information Technology il suo cavallo di battaglia. Addirittura la priorità, la cifra del suo potere. Un milione di computer dentro le case tunisine entro il 2009, è per esempio uno dei suoi slogan preferiti degli ultimi tempi. È il progetto del “computer familiare”, venduto a prezzi più bassi e con discrete agevolazioni di pagamento. 700 dinari per un pc da tavolo, 1200 per un portatile.
Versione tunisina dell’ormai classica visione del “pc in ogni casa” di Bill Gates, il progetto di Ben Ali è solo l’ultima di una lunga serie. Dai centri di alfabetizzazione informatica per bambini, ai 300 internet-cafè pubblici (i publinet), dagli e-caravan per far conoscere il computer nelle zone più remoto del paese sino agli 800mila utenti di internet. Sino ai collegamenti dentro scuole, biblioteche, uffici pubblici e ai parchi tecnologici.
Tunisi, certo, non è Bangalore, ma con l’informatizzazione sulle coste meridionali del Mediterraneo un bel po’ di lavoro è arrivato. Soprattutto con le società offshore. E così i tecnici tunisini assemblano software soprattutto per i committenti francesi, e fanno assistenza virtuale a chi possiede un pc, mentre schiere di altri ragazzi – magari laureati ma soprattutto perfettamente in grado di esprimersi in francese - trovano un impiego dentro i callcenter delocalizzati. Rispondono a utenti d’oltralpe che, ignari di essere collegati con Tunisi al prezzo di una chiamata urbana, ricevono informazioni di qualsiasi tipo.
Anche Mourad e Sami, a loro modo, sono il prodotto di questo sogno. Il primo, ingegnere informatico. Il secondo, uomo di lettere che, però, il suo libro (Borj Erroumi XL.
Voyage dans un monde hostile) lo ha pubblicato in Rete. Il sogno, Mourad e Sami, lo hanno perseguito sino in fondo: sono entrati in internet e hanno assaporato la libertà dell’agorà telematica. In un paese dove stampa e tv sono controllate, dove la censura è capillare, internet è stato un rifugio. “La censura esercitata dal regime tunisino verso tutte le voci discordanti ha spinto gli oppositori e i tunisini in genere a esistere nella Rete”, spiega Dridi. Salvo che, a un certo punto, la censura è arrivata anche lì, dentro il mondo virtuale che molti tunisini si erano ritagliati.
Molti dei siti dell’opposizione sono invisibili, in Tunisia, perché ne autorità ne bloccano l’accesso. Una situazione stigmatizzata da tutte le associazioni per la difesa della libertà di espressione. E che ha sollevato molte voci critiche sulla decisione, presa dall’Onu, di far svolgere il Summit mondiale sulla società dell’informazione proprio a Tunisi, a metà novembre. Le Nazioni Unite hanno difeso la loro scelta. Salvo stigmatizzare le violazioni della Tunisia, attraverso l’esperto della Commissione per i diritti umani sulla libertà di espressione, Ambeyi Ligabo, che ha chiesto la liberazione di tutti i prigionieri incarcerati per reati d’opinione.
Nonostante le pressioni, però, le autorità tunisine non sembrano voler cedere. La cyberpolizia continua a controllare i siti, e a censurare quelli non graditi. E in galera continuano a rimanere gli internauti di Zarzis, ragazzi condannati a 13 anni di detenzione in appello, per aver scaricato materiale ritenuto collegabile ad al Qaeda. Così come l’avvocato Mohammed Abbo, reo di aver diffuso su una rivista telematica opinioni contrarie a quelle del regime di Ben Ali. L’ultima: aveva stigmatizzato l’ipotesi che il premier israeliano Ariel Sharon venisse a Tunisi proprio per il summit dell’IT. Arrestato, Abbo è stato condannato a tre anni e mezzo di prigione, e all’inizio di ottobre si è cucito letteralmente la bocca per quattro giorni per attirare l’attenzione su di sé e sulla condizione dei prigionieri d’opinione. Mentre sette tra i più importanti intellettuali dell’opposizione hanno cominciato uno sciopero della fame a tempo inderminato. Ovviamente pubblicizzato solo su internet.
Se da un lato internet è divenuta l’unica piazza possibile della cyberdissidenza tunisina, è pur vero che anche l’altra parte della gioventù, quella meno politicizzata, o addirittura qualunquista, nella Rete ci va lo stesso. Adib è un caso esemplare. Nella vita fa il un veterinario, e non vive neanche a Tunisi. Ma anche lui è stato conquistato dal blog, dal diario virtuale.
“A Tunisi siamo quasi cento, di cui un quarto blogger donne”, spiega Adib in un italiano di discreto livello. La gran parte di loro (“i due terzi”, precisa Adib) scrive su web in francese, un terzo in inglese e solo alcuni in arabo. Un paradosso, se si vuole, visto che i giovani tunisini il francese non lo parlano certo così bene come i loro fratelli maggiori, i loro padri, i loro nonni. Ma, avverte, “la totalità dei blog in Tunisia non parla di politica interna, una autocensura per proteggere questo strumento di espressione. Io, per esempio, parlo di animali, di cinema e di esperienze di vita”.
La cosa singolare è che il blogging, e cioè un gioco che a prima vista sembrerebbe decisamente virtuale e aleatorio, si è travasato in maniera molto semplice nella vita reale. Da una lato, nella vita reale è scesa la cyberdissidenza, che secondo Mourad Dridi « non si contenta più di creare una dinamica limitata a se stessa, ma piuttosto rivificare l’opposizione di tipo classico”. Un esempio? Visto che non è possibile manifestare per strada, i tunisini che s’oppongono a Ben Ali hanno deciso di farlo sulla Rete, con tanto di foto e slogan, sul sito del gruppo yezzi.org. Ne abbiamo abbastanza, dicono, ma la loro faccia è quasi sempre nascosta da una maschera o da un cartello. Per paura della repressione.
Ma anche gli altri protagonisti della scena web tunisina, pur celandosi dietro pseudonimi, sono tutt’altro che sconosciuti gli uni agli altri. Anzi. Si stanno trasformando in una consorteria, se è vero che i meetin mensili di cui parlava Adib solo quest’estate sono velocemente diventati più frequenti. Soprattutto, nelle ultime settimane, per il ramadan. Via, insomma, agli incontri nei posti pubblici, nei ristoranti e nei caffè della capitale. Davanti a un iftar, il pasto che rompe il digiuno. “Per parlare del blogging, per conoscere i nuovi blogger, per essere uniti”, questa la spiegazione di Adib.
“La blogosfera araba è ancora giovane, se paragonata a quella di altre regioni del mondo”, dice subzeroblue, un altro dei blogger tunisini più in vista, anche lui tra i promotori di maghreblog.net. “La voce dei blogger arabi ha cominciato solo quest’anno a mostrare l’impatto che può avere”. Ma, inshallah, anche subzeroblue è convinto che questo pianeta virtuale “continuerà a crescere e ad avere sempre maggiore influenza nel mondo arabo”.
Con o senza l’approvazione delle autorità nazionali. Sempre più in affanno a controllare ciò che è sempre più difficile controllare. L’agorà.



Leggi il reportage su D-La Repubblica delle Donne



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