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BANLIEUE: LA CRISI DEL MODELLO FRANCESE 8/11/05

Colloquio con Gilles Martinet. Vecchio socialista, più volte segretario nazionale del Partito, già ambasciatore in Italia nel periodo d’oro del mitterandismo e deputato europeo, autore di diversi libri sulla storia del movimento operaio, Martinet (nella foto a sinistra) non arretra sulla laicità e sull’integrazione

Attilio Scarpellini

Martedi' 8 Novembre 2005
“Il modello di cittadinanza francese non è in crisi. Si scontra con un elemento difficilmente assimilabile e questo elemento, inutile negarlo, è l’Islam”. Gilles Martinet non vuol sentir parlare di guerre civili e, pur senza negare le responsabilità del governo di Dominique de Villepin in generale, e quelle di Nicolas Sarkozy in particolare, dice che davanti ai casseurs che infuriano nella banlieue parigina qualunque altra compagine politica sarebbe stata costretta ad usare la linea dura. Vecchio socialista, più volte segretario nazionale del Partito, già ambasciatore in Italia nel periodo d’oro del mitterandismo e deputato europeo, autore di diversi libri sulla storia del movimento operaio – l’ultimo, L’observatuer engagé è un’autobiografia edita da Lattès – Martinet non arretra sulla laicità e sull’integrazione che, dice, “non sono feticci, ma realtà faticosamente costruite con un laborioso compromesso tra le componenti del Paese”. E indica un grande colpevole della violenza che infiamma le periferie francesi: la disoccupazione e una crescita economica che resta al palo.

Non è una guerra civile, dunque. E tanto meno una rivoluzione. Come bisogna chiamarla, allora?

C’è una tradizione gallica di rivolte sociali, le cosiddette jacqueries. E questa sembra corrispondervi: tanto più violenta, quanto meno sembra orientata politicamente su una parola d’ordine condivisa. I movimenti sociali, per quanto violenti possano essere, hanno una piattaforma, non si limitano al rifiuto di qualcosa, vogliono qualcos’altro. L’unica richiesta che accomuna i giovani incendiari sono le dimissioni del ministro dell’interno, l’odiato Sarkozy che viene preso a pesci in faccia in piazza come sul web. Per il resto, rabbia e sofferenza allo stato puro.

Con la gauche, insomma, sarebbe accaduta la stessa cosa?

La sinistra ha governato per dieci anni, cinque più cinque, e qualcosa per le periferie ha tentato di farla. Ha creato 100.000 nuovi posti di lavoro nel 1997. E ha cercato di cambiare i rapporti tra la polizia e le periferie più emarginate, creando la cosiddetta “polizia di prossimità”, il poliziotto di quartiere che conosce tutti e non si limita a reprimere, parla con la gente, la guarda in faccia. Una novità che Sarkozy ha smantellato. La causa profonda degli incidenti, però, non dipende dalle politiche d’ordine pubblico, ma dall’economia. Quel dieci per cento stabile di disoccupazione che affligge l’economia francese riguarda soprattutto i giovani maghrebini. E la disoccupazione aumenta il degrado e allenta il legame sociale. Tra questi giovani c’è un tasso altissimo di fallimento scolare, vivono abbandonati a se stessi in una specie di mondo a parte e neanche le famiglie riescono più a comunicare con loro. Le famiglie lasciano fare, hanno già abbastanza problemi…

Resta il fatto che il modello di integrazione francese, fondato sull’uguaglianza e la laicità, con loro non funziona. Non sarà venuto il momento di ripensarlo o di stemperare le sue durezze?

Francamente non credo. Questo modello, checché se ne dica, ha funzionato per più di un secolo e con le minoranze più diverse. Il problema si è posto con i 4 milioni di musulmani che oggi popolano la Francia. La cultura musulmana è riluttante all’assimilazione e alla mescolanza. Perché ci sia integrazione, ad esempio, ci vogliono matrimoni misti. Con i musulmani ce ne sono pochi e rischiano di essercene sempre meno da quando l’integralismo è diventato il supplemento d’anima del disagio sociale.

Come giudica la linea del governo francese. Oltre al coprifuoco, non si impone anche una riflessione?

Non c’è dubbio e dovrà coinvolgere diversi istituzioni, la polizia come la municipalità, la scuola quanto il governo e le forze politiche. Soprattutto, lo ripeto, ci si dovrà sforzare di ridurre le cifre della disoccupazione. L’economia francese, come del resto quella italiana, cresce troppo debolmente. Prima, però, bisogna ristabilire la legalità, processare il più in fretta possibile i responsabili delle violenze. E non sarà facile, visto che molti di loro hanno meno di sedici anni…

Questa intervista è uscita oggi sulla Gazzetta del Mezzogiorno



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