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TRA BUROCRAZIA E DISCRIMINAZIONE 31/12/05

ISOLA NERA AL CAIRO 07/05/05

L'INIZIO DI UN NUOVO RAMADAN AL CAIRO 18/10/04

A TUNISI, IN CERCA DI UNITA'. IN SHA'ALLAH 21/05/04

SOGNANDO I MONDIALI 14/05/04

MUBARAK HA IL RAFFREDDORE. E SI PARLA DEL SUCCESSORE 21/11/03

IO, CRISTIANA IN TERRA ISLAMICA 31/10/03

GLOBALIZZAZIONE NELLA SPAZZATURA

OSCURANTISMI. INFIBULAZIONE, DIVORZI COATTI, CARICHE INTERDETTE 11/10/03

MIRACOLO SUL NILO 4/10/2003

OMAGGIO ALLA MORTE 22/07/2003

YOUSSEF CHAHINE: IL CINEMA E' LA MIA PAZZIA

BUSH FA PACE CON GLI ARABI 4/6/03

PIAZZA MAHFOUZ 27/5/2003

DIMENTICARE MOUSSA

DESERTO A KHAN EL KHALILI 9/4/2003

Diario di una sera particolare. A parlare di guerra

Irene Panozzo

Mercoledi' 9 Aprile 2003
Khan al-Khalili, sono le dieci di una sera particolare. È il primo venerdì dall’inizio della guerra in Iraq, il primo giorno di violente proteste e aperti scontri tra manifestanti e polizia al Cairo e nelle altre capitali del mondo arabo. Qui accanto, alla grande moschea di Al-Azhar, le manifestazioni cairote sono iniziate nel pomeriggio, dopo la preghiera pubblica di mezzogiorno, per poi continuare in altre zone della città. Il grande suq è quasi deserto, si respira un’aria irreale. Nella zona dei negozi dell’oro e dell’argento, molti commercianti hanno preferito abbassare le saracinesche e prendersi un giorno di riposo. La loro massima fonte di guadagno sono i gruppi di turisti che solitamente arrivano a frotte, ma oggi i turisti sono stati tenuti alla larga dal centro della città. Anche stasera per arrivare qui è stato necessario fare un lungo pezzo a piedi, dopo più di un rifiuto da parte dei taxisti di portare due occidentali in questa parte della metropoli. Girando per i vicoli vuoti, gli unici altri stranieri che si incontrano sono quattro giapponesi.
Questa calma così strana per un luogo solitamente sovraffollato è un po’ inquietante, ma in realtà non si respira ostilità. Anzi, per l’ennesima volta i luoghi comuni sono sconfessati dall’esperienza diretta. Così un sacerdote e una donna indubbiamente occidentali vengono invitati a sedersi ai tavolini all’aperto di un bar, davanti alle immagini della guerra trasmesse in diretta dalla tv satellitare Al-Jazeera, per bere un tè e parlare di questo conflitto che qui nessuno accetta. È vero, la prima domanda riguarda la nostra nazionalità e il poter dire di essere italiani e non americani o inglesi è un gran sollievo. Ma la conversazione prosegue in modo assolutamente tranquillo e rilassato, coinvolgendo un numero sempre maggiore di avventori, sino a diventare quasi un dibattito vero e proprio. E se all’inizio tutti rimangono un po’ sulla difensiva, non sapendo bene cosa pensa e chi è l’interlocutore, man mano che i minuti passano e ci si incontra su posizioni simili, se non comuni, anche questo atteggiamento difensivo cade e possiamo finalmente capire quali siano le opinioni e i timori che questa guerra suscita negli egiziani.
L’idea di fondo, condivisa da tutti, è che l’unica ragione della guerra sia il petrolio. Non una delle ragioni, neanche la più importante, ma l’unica. E che tutti i discorsi anglo-americani sulla difesa del popolo iracheno e della sua libertà e sulla necessità di portare la democrazia nel paese siano poco credibili. Si percepisce chiaramente la frustrazione di chi si sente preso in giro dalla retorica di Bush e ha paura che l’attuale guerra in Iraq sia solo il primo atto di una tragedia molto più lunga che rischia di coinvolgere tutta la regione. Se veramente agli Stati Uniti interessa portare la libertà, la stabilità e la democrazia nell’area, perché non hanno dato più tempo agli ispettori per poter poi agire nella legalità? E perché non hanno fatto in modo di risolvere il problema israelo-palestinese prima di passare ad attaccare Saddam? Perché non hanno affondato il colpo durante la prima guerra del Golfo, invece di ritirarsi lasciando il regime iracheno al suo posto per altri dodici anni? Queste sono alcune delle domande sul tappeto, domande ripetute anche altrove e che fanno da corollario alla convinzione che gli Stati Uniti stessero solo cercando una scusa buona per attaccare l’Iraq per i propri interessi petroliferi e strategici.
Viste e vissute da qui, le cose assumono una prospettiva diversa e si ha la netta sensazione che chi ha deciso di dare inizio al conflitto non si sia reso conto o abbia comunque sottovalutato le possibili pesanti conseguenze di questa guerra in tutta l’area mediorientale, che rischia di essere ulteriormente destabilizzata sia da un punto di vista politico che sociale dall’evolversi della situazione. Nessuno sostiene apertamente Saddam, ma se si parla di “cattivi” i nomi sono solo quelli di Bush e di Sharon. Quando noi aggiungiamo anche Saddam al gruppo, nessuno protesta, ma allo stesso tempo nessuno applaude. E si corre il rischio che Saddam diventi in tutto il mondo arabo il simbolo, per quanto malconcio, dell’orgoglio e della resistenza di una nazione araba nella lotta impari contro una nuova forma di controllo coloniale.
Per quanto le questioni sollevate abbiano riscaldato gli animi, in nessun momento di questa strana serata è stato possibile percepire odio o anche solo ostilità: nessuno ce l’ha con il singolo straniero, i nemici sono Bush e Blair, anche perché tutti sanno che le opinioni pubbliche dei paesi occidentali si sono opposte in larga maggioranza a questa guerra. E al momento del conto, il prezzo da pagare è più basso del previsto “perché siete amici e parlate arabo”.



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