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SIRIA, LA DANZA DEL GATTO COL TOPO 26/10/05

Bush preme sull'acceleratore: l'Onu deve chiedere conto a Damasco del suo coinvolgimento nell'assassinio di Rafiq Hariri

Paola Caridi

Mercoledi' 26 Ottobre 2005
La danza è cominciata. Nei termini in cui tutti quanti, sia il gatto americano sia il topo siriano, l’avevano prevista. Ad aumentare il ritmo, ci ha pensato ieri George W. Bush, alla fine di un pomeriggio tutto concentrato sull’intervento del magistrato tedesco Detlev Mehlis di fronte al consiglio di sicurezza dell’Onu per presentare il suo rapporto sull’assassinio di Rafiq Hariri. Quell’”Onu deve agire” perché la Siria “renda conto” delle sue responsabilità sul caso Hariri, pronunciato da Bush proprio mentre al Palazzo di Vetro di New York Mehlis parlava, è indicativo di quanto gli Stati Uniti stiano premendo ancora una volta per avere dietro di loro il sostegno delle Nazioni Unite.
Il pensiero va -ovvio - al copione seguito nei mesi che hanno preceduto l’intervento militare angloamericano in Iraq. L’escalation dei toni, la pressione sul Palazzo di Vetro, la minaccia militare. Definita sempre ieri da Bush, dagli schermi di Al Arabyia, come l’extrema ratio di un presidente. L’ultima chance, è vero, ma sempre pronta nel cassetto. Anche nel caso della Siria. Sulla quale pende, secondo gli esperti, non tanto l’ipotesi di una invasione militare, quanto un intervento militare più ristretto, con l’obiettivo di premere per un cambio di regime dall’interno. Brevi incursioni di terra dal confine che la Siria condivide con l’Iraq, dove le truppe americane sono sempre più presenti. Oppure raid aerei che pesino su Bashar così come pesarono, per esempio, sul regime di Slobodan Milosevic. Tempi previsti, come spesso è accaduto, prima che inizi la primavera.
Se gli scenari di guerra sul fronte siriano sono già argomento di discussione e di analisi da parecchio tempo, è pur vero che la diplomazia è ancora al lavoro. E ancora al lavoro è lo stesso Detlev Mehlis, magistrato e investigatore di razza, uomo che non si arrende ma che sa, al contrario, attendere. Com’è successo alla sua indagine sull’attentato discoteca di Berlino in cui finirono nella rete – dopo un bel po’ di tempo - gli esecutori libici dell’attacco. Nonostante abbia presentato il suo rapporto, infatti, Mehlis ha chiesto una necessaria estensione del suo mandato, almeno sino al 15 dicembre. Una estensione che, peraltro, fa proprio il gioco di chi vuole esercitare pressioni sulla Siria.
Da tecnico, Mehlis deve necessariamente continuare l’indagine, proprio per quegli omissis che ha dovuto togliere nella versione ufficiale del rapporto. I nomi eccellenti che vi si fanno (compresi quelli di alcuni dei familiari più vicini a Bashar) provengono solo da un testimone e non hanno ancora trovato riscontro. Sarebbe impossibile presentarli di fronte a qualsiasi tribunale, nazionale o internazionale che sia.
Per continuare il suo lavoro, dunque, Mehlis ha bisogno della cooperazione siriana, quella che è oggetto da giorni dei negoziati dietro le quinte tra le cancellerie. Tutti sembrano nella sostanza d’accordo, infatti, che la risoluzione del consiglio di sicurezza debba chiedere a Damasco di collaborare con gli investigatori. Le divergenze nascono sulla necessità o meno di minacciare sanzioni già da ora, invece di attendere il secondo giro di questa danza al gatto e al topo.
Gli USA sono evidentemente per la linea dura, ma la Francia storce la bocca. Nonostante sin dal primo momento sia stata l’alleata fondamentale di Washington per premere su Damasco, quando Bashar decise – poco più di un anno fa – di tenere sulla poltrona di presidente il suo uomo più fedele, Emile Lahoud, scaricando proprio Hariri. Ora, però, la Francia fiuta il pericolo che corre il suo ruolo nel mondo arabo. E lo fa sapere anche in pubblico. Il problema, per Parigi, non è la Siria. È il Libano privato del suo più grande alleato, Rafiq Hariri. E non è detto che Jacques Chirac voglia seguire Bush in una pressione così prepotente contro Bashar. Soprattutto visto che sulla Francia, stavolta, pesa in misura crescente quel retrogusto coloniale che non pesava ai tempi dell’Iraq. Meglio sarebbe, per la Francia, che Bashar arrivasse a più miti consigli. E si ravvedesse come Gheddafi
Una soluzione possibile ma con poche chance, è quella del tribunale internazionale sull’omicidio Hariri. Richiesta dal figlio dell’ex premier libanese, Saad, la soluzione del tribunale militare non piace per niente, però, agli americani. Come il caso Saddam dimostra. Meglio un tribunale speciale che concentrare il potere giudiziario dentro quella Corte penale internazionale permanente che gli USA hanno sempre osteggiato, sin dal suo realizzarsi nel 1998, perché non volevano che alla sbarra andassero i loro soldati o, peggio, i loro politici accusati di crimini di guerra. Se, dunque, l’Olanda (paese ospitante del Tribunale dell’Aja) si dichiara disposta a dare appoggio a un processo ai responsabili della morte di Hariri e di altre 22 persone nell’attentato di San Valentino a Beirut nel 2005, difficile che la risposta di Washington possa essere positiva. Sarebbe come aprire un vaso di Pandora.



Leggi l'articolo in prima su Il Riformista



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