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Commento pubblicato da Metro il 4/4/2003

di Paola Caridi

Venerdi' 4 Aprile 2003
“Da dove vieni?”. Dall’Italia, ma vivo qui al Cairo, da due anni ormai. “Hai visto quello che stanno facendo gli americani in Iraq? Ti sembra giusto?” La domanda è ricorrente. Sempre uguale. La fanno tutti, nella più grande metropoli del mondo arabo: dal piccolo commerciante del mercato al tassista, dal professionista all’avventore del caffè. Non c’è astio né lontananza, soprattutto nei confronti di noi italiani. Che non abbiamo, agli occhi degli arabi, soltanto un governo. Ma anche un Papa che, ancorché universale, risiede a Roma. C’è piuttosto voglia di parlare, di comprendere perché. E di capire se chi sta di fronte prova lo stesso senso di inadeguatezza e di impotenza di fronte alle esplosioni che squarciano gli schermi televisivi sempre accesi sulla guerra.
E così comincia, per fortuna, il colloquio. I toni si fanno prima rabbiosi contro gli americani. “Ma Allah sa e guarda tutto. L’America non vincerà”. Poi ci si abbandona ai toni tristi di chi, per buona parte della giornata, a casa o nei negozietti, al caffè o in ufficio, sta incollato alla tv per seguire il percorso delle bombe. Nessuno, a qualunque classe sociale appartenga, riuscirà mai a capire al Cairo perché i soldati americani si siano autodefiniti liberatori. Anche se non tutti, per fortuna, ritengono il dittatore Saddam un eroe. Ma il popolo iracheno, quello sì, è vicino ai cuori degli arabi. E le vittime civili che aumentano di giorno in giorno aprono varchi che, col prosieguo del conflitto, rischiano di essere incolmabili, se non dopo molti anni, tanta umiltà e tanta pazienza.
Varchi di incomprensione. Fossati di rabbia repressa nei confronti degli americani, e in misura minore degli inglesi. Barriere sempre più alte verso l’ America, e per semplificazione verso un Occidente che è accusato di non parlare con gli arabi, di decidere per gli arabi, di voler mettere gli arabi sotto scacco. La guerra ha già avuto la sua vittima fuori dall’Iraq, ed è quella politica dell’Occidente verso il mondo arabo che avrebbe dovuto restringere il Mediterraneo e non invece trasformarlo in un gorgo in cui stanno affogando gli scambi economici e culturali, i traffici, il turismo, le possibilità di una osmosi lenta e continua tra due modi di pensare e di vivere indubbiamente diversi. Tutto questo patrimonio – costruito faticosamente e a fasi alterne nei decenni precedenti - è stato congelato dall’attacco angloamericano all’Iraq.
Più la guerra avanza e si trasforma in un conflitto lento e sanguinoso, più le operazioni di terra s’impantanano nel deserto iracheno, e maggiore è l’incomprensione tra la lingua degli arabi (sempre più unita e comune) e la lingua dell’Occidente, bloccata dalle profonde divisioni che lo attraversano. Ci sono parole, insomma, che nessuno riesce a tradurre da una lingua all’altra. “Liberazione”, per esempio, è un termine che nessun occidentale riuscirà mai a spiegare a un arabo seduto di fronte alla tv, a vedere soldati tecnologicamente equipaggiati sparare da un carrarmato americano. Come se un italiano fosse comodamente seduto sulla poltrona di casa a vedere bombardata Parigi da un esercito arabo. La dittatura sanguinaria di Saddam passa inevitabilmente in secondo piano. E riemergono invece le immagini che per i due anni e mezzo dell’ultima Intifada sono rimbalzate quotidianamente al Cairo e nelle altre città arabe da Ramallah e da Gaza. La frase che viene ripetuta sempre e in ogni dove è la stessa: perché Bush vuole risolvere prima l’Iraq e poi la Palestina? Perché continuiamo a vedere da due anni e mezzo sempre la stessa violenza? Nessuno riuscirà mai, soprattutto oggi, ad aprire un varco, a chiedere conto anche dei kamikaze che ammazzano civili israeliani o delle vittime irachene uccise dallo stesso Saddam. O ricordare l’11 settembre.
Il dialogo tra sordi sta vincendo. Perché nell’aria risuonano i decibel delle cannonate, delle bombe che sconquassano la notte. Non è più e non è ancora il tempo delle spiegazioni.

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