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Intervista a Salama Ahmed Salama, editorialista di Al Ahram

Di Paola Caridi

Venerdi' 28 Marzo 2003

È considerato l’intellettuale critico del sistema Egitto. Critico, ma non di opposizione. Grande vecchio del giornalismo sulle rive del Nilo, editorialista di punta del quotidiano governativo Al Ahram, il settantenne Samala Ahmed Salama è uno dei “lettori” più attenti di quello che succede, alla luce del sole e sottotraccia, nel mondo arabo. Sia nella grande politica, sia nelle pieghe di una società che non è fatta solo di intellighentsjia, ma di tanta gente normale

“Il gap di fiducia tra governanti e popolo è reale”, dice Salama Ahmed Salama nel suo studio al quinto piano del grande palazzo di Al Ahram, lo storico quotidiano governativo egiziano. “E nel caso di dimostrazioni o proteste nelle piazze, useranno misure drastiche per sopprimerle, a causa della carenza di libertà di espressione, di democrazia, di rispetto dei diritti civili che esiste nel mondo arabo. In tutto il mondo arabo è lo stesso. Certo, con alcune differenze qui e là. Questa guerra in Iraq, insomma, non si concluderà con cambiamenti drastici nel mondo arabo, come molti temono. Ma questo tipo di crisi tocca i sentimenti e le menti della gente in maniera decisamente profonda, perché un altro paese arabo viene attaccato in maniera ingiustificata e demolito completamente. Quando la gente vede questo diventa pazza, si arrabbia molto e protesta non solo contro gli americani ma anche contro i propri governi che si sono sottomessi agli americani. In fondo, usando parole simili a quelle pronunciate da Gheddafi al summit di Sharm, chi ha invitato gli americani a costruire le loro basi militari se non i governi stessi? La gente lo ha capito, non è certo stupida. Tutti lo sanno, ma potrebbero non essere capaci di cambiare i loro governi. Secondo me, tutto questo crea proprio il tipo di atmosfera che porta all’estremismo, al radicalismo, al fondamentalismo. E il terrorismo di uomini come Bin Laden ha le sue radici in questa profonda frustrazione che sta nell’incapacità di esprimere se stessi per cambiare i governi verso i quali sei arrabbiato, cambiare la loro politica. A lungo termine, questa è un’atmosfera molto destabilizzante.

Questa radicalizzazione è la conseguenza di cui leader come Mubarak parlavano, quando tentavano di scongiurare la guerra all’Iraq?

Tutti i leader arabi devono comprendere che questa guerra condotta dagli americani porterà a lungo termine a conseguenze che indeboliranno i regimi, e creeranno nuclei di estremismo e protesta. Conseguenze che a lungo termine saranno poco salutari e decisamente pericolose per la stabilità delle società nell’intera regione.

La guerra condurrà anche a richieste di maggiore democrazia, secondo lei, e non solo a una crescita del radicalismo?

Certo, ma c’è bisogno di tempo, e la democrazia non può svilupparsi in 24 ore. C’è bisogno di stabilità per fare dei passi avanti verso la democrazia e la libertà di espressione. La gran parte di questi regimi ha paura: sono preoccupati per i limiti di democrazia che sono capaci di dare alla gente. C’è bisogno, invece, di creare organismi istituzionali attraversi i quali la gente possa esercitare libertà e diritti. E fin quando non ci saranno queste istituzioni, sarà difficile permettere la democrazia.

Può essere considerato, questo, un punto di svolta nella storia contemporanea del mondo arabo?

Non direi un punto di svolta. Direi una delle tante fasi in cui il mondo arabo sta andando. Insomma, prima della crisi dell’Iraq, c’era e c’è ancora la crisi del conflitto arabo-israeliano. E il conflitto arabo-israeliano è stato danneggiato da questa mancanza di democrazia, per esempio, tra i palestinesi. La mancanza di democrazia in altri paesi arabi ha, in un certo senso, diminuito il senso di fiducia verso i regimi arabi. E ha condotto al prolungamento del conflitto arabo-israeliano. Gli israeliani trovano appoggi maggiori della causa araba. Perché dovunque si affronti l’argomento, in Italia piuttosto che in Germania o in Gran Bretagna, la risposta è “in Israele c’è la democrazia, ma voi non la avete!”
È un processo, non una decisione da prendere né una cosa da imporre come gli stupidi americani ritengono. Che possono cambiare Saddam e instaurare un regime democratico in Iraq. Non è qualcosa che puoi vendere. Non è un hamburger, insomma. È un processo che deve garantire che la gente possa imparare a gestire diritti e libertà per un certo periodo.

Ma non c’è stata una posizione tutto sommato passiva da parte della leadership araba nel gestire la crisi irachena. C’è qualcuno, nella stampa della regione, che ha addirittura definito “Chirac più arabo degli arabi”…

Certo, i francesi sono stati più attivi. Ma perché? Perché gli arabi, qui, in un certo senso si sono affidati o si sono sottomessi alla pressione degli americani. Prenda l’Arabia Saudita, per esempio. O l’Egitto. Oppure la Giordania. Si sono rimessi a quello che gli Stati Uniti volevano o non volevano. Sono sensibili, vulnerabili a ogni tipo di pressione. L’Egitto, con i suoi problemi economici e finanziari, non ha voluto trasformare gli americani nei propri nemici. Specialmente in questa situazione e con questo tipo di amministrazione com’è quella di Bush, con i falchi e i consiglieri conservatori. E secondo il nuovo tipo di strategia presente a Washington, per cui chi non ci sostiene è nostro nemico, gli americani hanno cominciato a trattare in questo modo anche alleati come la Francia o la Germania solo perché avevano posizioni che differivano dalle loro. Ora, se si sono comportati così con Francia e Germania, cosa avrebbe potuto fare un paese come l’Egitto, per esempio, che dipende pesantemente dall’assistenza americana sia dal punto di vista economico che politico? Gli arabi devono trovare un modo, insomma, per non far indispettire gli americani e nello stesso tempo per non vendere la causa del popolo iracheno.

E l’esilio di Saddam? Non era stata, prima della guerra, una ipotesi praticabile?

Gli arabi non potevano fare una cosa del genere. Da una parte, ciascuno dei leader arabi guardava quello che stava succedendo a Saddam con terrore, con paura, perché ciascuno diceva a se stesso “questo potrebbe succedere domani a me. Domani possono dirmi, vattene, non vai più bene, sei contro di noi”. Non vogliono sostenere un nuovo presidente e trovarsi costretti ad accettarlo. E, in secondo luogo, quale paese sarebbe potuto riuscire nell’impresa di avere Saddam qui in Egitto, o in Arabia Saudita, in Libano o in qualunque altro posto? Chi ci sarebbe potuto riuscire? E in terzo luogo, l’uomo Saddam non voleva andar via, anche se qualcuno gli avesse detto “Ti costruisco un palazzo in paradiso e ti garantisco la sicurezza”. Tutti hanno pensato a quello che era successo a Milosevic. Gli americani avevano trattato con Milosevic, avevano negoziato con lui, avevano ottenuto quello che volevano da lui e poi lo hanno fatto processare. Sono stati loro a foraggiare Milosevic, e sono stati loro a foraggiare Saddam. Chi ha creato Bin Laden? Chi ha aiutato Saddam Hussein contro l’Iran? È molto difficile per qualsiasi paese arabo andare semplicemente a raccogliere l’immondizia della politica americana nella regione. La politica americana ha avuto i suoi risultati negativi, e ora gli Usa vogliono che il mondo arabi paghi per questi risultati negativi.

E le conseguenze per le leadership?

Stanno cercando di trovare una via di mezzo. E in un certo senso ci sono riusciti. Lei ha sentito qualcosa da parte degli arabi? Lei ha sentito solo qualche voce per strada. Ma tutti i leader sono zitti. Non vogliono dire niente che possa dare l’impressione che appoggiano Saddam Hussein e non vogliono dire niente che possa indisporre gli americani. Stanno tenendo un atteggiamento molto passivo fino a che la crisi non finirà. E la Lega Araba rappresenta la volontà di 22 governi. Il segretario generale Amr Moussa è solo un impiegato il cui lavoro è come quello di Kofi Annan all’Onu, mettere in pratica le politiche di 22 paesi. È inutile.
Ci sono stati, invece, momenti in cui il mondo arabo ha avuto leader molto forti. Se Nasser fosse stato qui, avrebbe potuto condurre il mondo arabo da qualche parte, giusta o sbagliata che fosse. Ma ora non c’è una personalità che abbia il carisma e l’abilità al comando per unire gli arabi in una sola voce. Non c’è nessuno.

Non è strano che questa profonda frammentazione ci sia proprio oggi, quando esiste un pubblico panarabo?

Certo, esiste una audience panaraba, ma non c’è un sentimento o una opinione pubblica panaraba. C’è anche qui una profonda divisione, e alla fine della giornata ti accorgi che ognuna di queste tv “panarabe” rappresenta la visione dei propri governi. Ognuna di queste è proprietà dei rispettivi governi, e quindi non potranno mai dire tutto quello che vogliono. Il fatto di aver numerosi canali tv, di avere talk show e dibattiti non è un fattore unificante. In Europa ci sono cose più importanti che uniscono: le infrastrutture politiche ed economiche. Eppure la crisi irachena è riuscita a dividere la stessa Europa. Figuriamoci nel mondo arabo, con la sua mentalità arretrata, la mancanza di democrazia,…

Cosa ne pensa del Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo pubblicato dall’Undp? Non è stato un passo importante nella definizione della situazione socioeconomica della regione?

Quel rapporto dà i sintomi della malattia. Punta l’indice sulle differenti cause, sulle origini della malattia nel mondo arabo. Ma non è abbastanza. Bisogna fornire anche la prescrizione, la soluzione dei problemi. Quel rapporto è riuscito nell’intento di dirci che siamo malati per questa e quest’altra ragione. Forse è la prima volta che gli arabi vedono se stessi come in uno specchio, e possono comprendere che sono in una brutta situazione, e che bisogna fare qualcosa.

Ha qualche soluzione in tasca?

Non lo so. L’unica cosa che vedo è che bisogna cambiare tutti i sistemi nel mondo arabo. Come, non glielo so dire. È quello di cui noi intellettuali discutiamo in tutte le sedi, dai convegni ai workshop. Questo è quello di cui discutiamo “Cosa possiamo fare per uscire fuori da questo casino?”
Questo è il momento, per me, in cui mi trovo nella posizione più scomoda, come intellettuale arabo. Perché questo momento racchiude gli errori del mondo arabo in un solo problema. Il mondo arabo è seduto, sta vedendo un altro paese arabo che viene completamente distrutto, ridotto in rovina. Ed è incapace di dire e fare nulla. Lungo tutto il conflitto riguardante i palestinesi, c’è stato qualcosa che andava avanti. Ma ora si vede che il mondo arabo è in uno stato di completa paralisi. Ognuno è seduto davanti a una tv a vedere come Bagdad viene bombardata notte e giorno, come i civili vengono ammazzati. E non fanno niente. Non dicono neanche una parola! I francesi stanno dicendo qualcosa, gli europei dicono che non è giusto, il Papa stesso si esprime contro la guerra. Ma qui, le uniche cose che dicono sono stupide e ottuse. E nessuno le ascolta.




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