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LE "STREGHE" DEL BURKINA A ROMA 23/10/05

Stregoneria, superstizioni e diritti della donna nel film "Delwende, lève-toi et marche” del regista burkinabé S.Pierre Yaméogo.

(a sinistra, le due protagoniste del film)

Tommaso Battistini

Domenica 23 Ottobre 2005
La caccia alle streghe non è ancora scomparsa. Almeno in molti paesi africani, dove la donna è relegata in una posizione di soggezione e inferiorità. Nel continente nero, la disuguaglianza tra i due sessi si fonda spesso su superstizioni capaci di rievocare antichi spettri che hanno attraversato anche la nostra Europa. Il film “Delwende, lève-toi et marche”, del regista burkinabé S.Pierre Yaméogo, è un riuscito affresco sulla caccia alle “mangiatrici di anime” in un villaggio del Burkina Faso, un fenomeno ancora attuale in Africa. L’opera proiettata a Roma e realizzata con il sostegno della Fondazione Unidea, ha già ricevuto l’apprezzamento della critica francese, che l’ha premiata con il “Prix de l’Espoir” al Festival di Cannes 2005 nella sezione Un certain régard.
Le protagoniste della storia sono due donne: Pougbila, giovane vittima di uno stupro, e Napoko, sua madre, accusata dagli anziani del villaggio di essere la strega responsabile delle strane morti che agitano la piccola comunità. I drammi personali delle due si intrecciano, perché un uomo ha utilizzato l’antica superstizione delle “mangiatrici di anime” contro Napoko proprio per coprire la violenza fatta a Pougbila. Ma quest’ultima non si rassegna e percorre chilometri a piedi per riscattare la madre cacciata dal villaggio. La troverà in città, nascosta in un ricovero per donne disperate, dopo che anche la famiglia natale l’ha ripudiata. L’unico collegamento del villaggio con la realtà esterna è la radio sgangherata di un bizzarro abitante, che passa le ore seduto sotto un albero, ascoltando le notizie dei radiogiornali in francese. Il film è stato realizzato grazie alla partecipazione degli abitanti di un villaggio vicino alla capitale burkinabé Ouagadougou, all’inizio contrari all’esperimento ma che – racconta Yaméogo - si sono appassionati a tal punto da chiedere loro stessi di ripetere alcune scene: “L’esperienza del film è servita a sensibilizzare gli abitanti del villaggio. Molte persone, in Burkina, credono ancora oggi alla leggenda delle mangiatrici di anime. Il film ha lo scopo di sfatare queste superstizioni. Sono gli uomini che le hanno stabilite, ed è ora che gli uomini le cancellino”. L’idea per la pellicola nasce da un documentario girato dal regista per la popolare trasmissione Envoyé Special di France 2, sui centri che ospitano le donne cacciate dalle comunità perché considerate portatrici di sciagure. La genesi del film non stupisce, visto che il primo amore di Yaméogo è il giornalismo, anche se ha poi scelto la strada del grande schermo per raccontare “senza pressioni e più liberamente” la realtà sociale del suo paese. Un’attitudine che gli ha fatto guadagnare l’appellativo di regista “impegnato” e lo ha portato a diventare uno dei principali esponenti del neorealismo africano. Il suo impegno non si limita alla regia in senso stretto. Yaméogo ha anche fondato una piccola casa di produzione a Parigi, chiamata Dunia Productions dal titolo del suo primo film, con lo scopo di sponsorizzare giovani talenti africani. Gli appuntamenti italiani con il cinema burkinabé non sono finiti. Per la prossima primavera, è previsto lo sbarco della pellicola in Sicilia, con proiezioni pubbliche gratuite che coinvolgeranno studenti e insegnanti.

Quest'articolo è apparso sul quotidiano La Sicilia



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