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Il rapporto Mehlis esce con e senza omissis. E cita connivenze e presunti mandanti a Damasco

Paola Caridi

Sabato 22 Ottobre 2005
Di nomi eccellenti ce ne sono parecchi. Anche se, ieri, l’estensore del rapporto sull’assassinio di Rafiq Hariri si è schermito di fronte ai giornalisti. I nomi pesanti, quelli che contano, nel rapporto finale consegnato giovedì al segretario generale dell’Onu Kofi Annan non ci dovevano essere. Per presunzione di innocenza, visto che i nomi di tutta l’alta dirigenza siriana sono stati fatti solo da uno dei testimoni ascoltati da Detlev Mehlis, magistrato tedesco di lunga esperienza, sin dai tempi dell’indagine sull’attentato alla discoteca La Belle di Berlino.
Gli omissis, invece, si leggono benissimo. Grazie allo stesso tipo di svista informatica (quanto involontaria?) che aveva consentito qualche mese fa di leggere comodamente su internet tutto il rapporto compilato dalle autorità statunitensi sul caso Calipari. Il testimone anonimo ascoltato da Mehlis, e legato ai servizi segreti siriani, punta il dito su tutto il gruppo dirigente che conta a Damasco, fatto salvo il presidente Bashar el Assad. Sarebbero i mandanti dell’omicidio di Hariri, deciso due settimane dopo l’approvazione da parte del consiglio di sicurezza dell’Onu della risoluzione 1559. Indica Maher Assad, fratello del presidente. Asef Shawkat, potente cognato, marito della sorella Bushra, dal 15 febbraio 2005 (il giorno dopo l’assassinio di Hariri) capo dell’intelligence militare competente sul Libano. Hassan Khalil, predecessore di Shawkat, dimissionato formalmente per raggiunti limiti di età. E poi un vero e proprio pezzo da novanta, Bahjat Suleyman, capo del settore 251 dei servizi segreti siriani sino al giugno scorso, quando Bashar lo ha sostituito subito dopo la fine del congresso del Baath: Suleyman era il vero numero due del regime, colui che non solo sovrintendeva al controllo e alla repressione dell’opposizione interna, ma anche l’uomo che, poche ore dopo la morte del padre Hafez, aveva traghettato il giovane e inesperto Bashar verso il potere.
Un’accusa durissima, per la dirigenza di Damasco che, però, non scioglie i dubbi sul ruolo di Bashar nell’omicidio di Hariri, definito ieri dal dipartimento di Stato un “delitto politico”. Il nome di Bashar, insomma, non viene fatto dal testimone. Perché? Perché non c’entra o soltanto perché ha delegato? Negli scorsi mesi, a primavera, erano per esempio girate voci a Beirut che il regime siriano si fosse spaccato, proprio sulla questione Hariri. A pronunciarsi contro l’eliminazione del fondatore di Solidere, proprio Bashar e quel Ghazi Kanaan che pochi giorni fa si è suicidato nel suo ufficio di Damasco. A dichiararsi favorevoli, invece, proprio Suleyman e Shawkat.
Cosa significa, questo? Che i falchi hanno agito forzando la mano e mettendo Bashar di fronte al fatto compiuto? Voci, indiscrezioni, gossip, analisi attorno a un potere per molti osservatori impenetrabile quanto lo era il Cremlino. A leggere il rapporto Mehlis, almeno alcuni meccanismi e alcune alleanze sono definite in maniera precisa. Nomi a parte.
Anzitutto, il ruolo di Emile Lahoud, che nelle testimonianze citate dal rapporto viene descritto nel suo ruolo netto di proconsole siriano a Beirut. Per il quale si può e si deve sacrificare Hariri. Il racconto dei dieci minuti di colloquio, il 26 agosto del 2004, tra lo stesso Hariri e Bashar, l’ultimatum lanciato dal presidente siriano all’allora premier libanese sono un pezzo di storia rintracciato tra le pagine di una inchiesta giudiziaria internazionale. Bashar non chiede, bensì ordina a Hariri che Lahoud deve continuare a essere il capo dello stato libanese, anche se questo avrebbe significato una modifica costituzionale. Altrimenti, aveva minacciato Assad, “ti rovescerò addosso il Libano”, aggiundendo anche un duro attacco a Jacques Chirac, il patron di Hariri. I dirigenti siriani, a Mehlis, hanno raccontato una versione diversa dei fatti. Hariri aveva però registrato la telefonata con il viceministro degli esteri siriano Walid al Moallem. E il tono era tutt’altro.
Nel rapporto Mehlis si dice che Lahoud ricevette sul suo telefonino, pochissimi minuti prima dell’esplosione davanti all’hotel Saint George di Beirut del 14 febbraio scorso, la chiamata di Ahmed Abdel Al, una delle persone che gli investigatori ritengono tra le più coinvolte nell’attentato. Si dice anche, negli omissis, che lui – così come pochissimi alti dirigenti dei servizi libanesi – era a conoscenza di tutti gli spostamenti di Hariri, che aveva i telefoni controllati. A Beirut c’è chi chiede le dimissioni del presidente, che però smentisce tutto, dice che la giustizia libanese dovrà essere durissima con i responsabili, e non sembra – almeno per ora – avere intenzione di abbandonare il potere.
Se la poltrona di Lahoud vacilla, a Damasco il potere di Bashar è chiaramente scosso dal rapporto Mehlis. Nonostante i siriani definiscano il rapporto come politicizzato. La macchina dell’isolamento ha cominciato a mettersi in modo. Condoleezza Rice ha accusato la Siria di avere “responsabilità” nell’assassinio Hariri. E anche l’opinione pubblica arabo comincia a non essere più così compatta. Se è vero che un sondaggio sul sito di Al Jazeera mostra che buona parte degli internauti considera il rapporto veritiero.

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