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LA SIRIA ATTENDE IL VERDETTO 21/10/05

Oggi viene reso noto il rapporto Mehlis. Che indica come mandanti dell'assassinio di Rafiq Hariri gli alti gradi dell'intelligence siriana e libanese

Paola Caridi

Venerdi' 21 Ottobre 2005

Tutto è già scritto. Anche se il rapporto redatto dal magistrato tedesco Detlev Mehlis - dietro mandato delle Nazioni Unite - è ancora secretato. E a vederlo, ieri, è stato solo il segretario generale dell’Onu Kofi Annan. Solo oggi, infatti, il rapporto sulle indagini riguardanti l’assassinio di Rafiq Hariri e di altre venti persone, nell’attentato del 14 febbraio scorso a Beirut, sarà consegnato ai quindici membri del Consiglio di sicurezza e al governo libanese. Ma le indiscrezioni sono già iniziate da giorni. E la condanna della Siria di Bashar el Assad come mandante sostanziale dell’assassinio di Hariri è già stata pronunciata.
A conferma di una sceneggiatura già stilata, sono le consultazioni che il segretario di Stato Condoleezza Rice ha cominciato da giorni con i principali partner internazionali, per caldeggiare la mozione da presentare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Mozione che potrebbe già essere messa in calendario per martedì prossimo e che ha come unico obiettivo l’isolamento di Damasco.
Se è chiaro il dopo-rapporto, e dunque la gestione geopolitica di quello che, per gli Stati Uniti, è ormai da anni il problema Assad, molto meno si sa di quello che Mehlis, esperto magistrato di Berlino, ha scoperto nelle dieci settimane di indagini. Dalle indiscrezioni, e in particolare da quelle pubblicate dal settimanale tedesco Stern, si sa che il principale indiziato è il cognato di Bashar, Asef Shawkat, il marito di sua sorella Bushra, uomo potentissimo nella gerarchia del potere siriano. Sarebbe stato sentito come sospetto e non come semplice testimone da Mehlis, dicono le voci. Assieme a lui, altri tre altissimi dirigenti di Damasco sarebbero nella lista dei sospetti, compreso Rustum Ghazaleh, il capo dell’intellingence militare in Libano.
Le indiscrezioni si fermano qui. Nulla sulla dinamica, nulla sui motivi reali, nulla sul tornaconto che mandanti ed esecutori dell’assassinio Hariri pensavano di ottenere da un evento che non poteva non essere fondamentale nella cronaca e nella storia contemporanea del Libano. Occorrerà, insomma, avere pazienza e leggere il rapporto nella sua interezza.
Più interessante è però, oggi, occuparsi di quello che sta succedendo a Damasco. Dove gli abitanti, a giudicare dai resoconti di chi ci abita, si dividono tra una rassegnazionale al peggio e il rifugio in un nazionalismo che significa essenzialmente rigetto della politica di George Bush.
Diversa è stata, invece, la reazione dell’opposizione siriana, per tutti questi anni divisa al proprio interno, frammentata e incapace di elaborare una posizione unica. O almeno un’alleanza. Il momento di un redde rationem tra i ranghi dell’opposizione sembra però arrivato. A conferma che la fase in corso a Damasco è molto grave. Pochi giorni fa, i principali gruppi della dissidenza – compresa una organizzazione della minoranza curda – hanno stilato un documento comune. La Dichiarazione di Damasco, l’hanno chiamata: un manifesto che chiede chiaramente cambiamenti politici forti, abolizione delle leggi d’emergenza, fine della repressione. E l’indizione di una conferenza nazionale per il cambiamento democratico. A firmare la Dichiarazione di Damasco, oppositori stimati come Riad Seif, ancora in galera, e movimenti illegali come i Fratelli musulmani siriani, attraverso il loro ufficio di Londra.
Il manifesto dell’opposizione interna – e soprattutto la decisione di stilare un documento comune – segnala un cambio importante rispetto al panorama che sinora si era presentato agli osservatori. Almeno per motivi tattici, le divisioni sono superate. Troppo forte è la pressione degli Stati Uniti. Troppo alto, d’altro lato, è il volume di voci di alcuni oppositori della diaspora, considerati senza seguito da molti critici, che però stanno tentanto di raggruppare la dissidenza all’estero. Troppo rigida, infine, la posizione del regime di Bashar, che non riesce a reagire in maniera fantasiosa alle pressioni internazionali. Gli oppositori di Damasco, insomma, vorrebbero riuscire – per una volta tanto – a far vincere una terza via. Una terza alternativa tra un golpe dall’interno del regime e un rovesciamento della dirigenza appoggiato dagli Stati Uniti.
I tempi, però, sembrano essere molto stretti. E forse l’iniziativa delle opposizioni è arrivata veramente troppo tardi. Troppo tardi per un’agenda mediorientale che ha assunto ritmi molto veloci.




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