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LO STRANO SUICIDIO DI DAMASCO 13/10/05

Muore Ghazi Kanaan, ministro dell'interno. Era stato proconsole siriano in Libano per 20 anni. Ma è vero suicidio?

Paola Caridi

Giovedi' 13 Ottobre 2005

Ghazi Kanaan si è suicidato nel suo ufficio di Damasco, prima di mezzogiorno. Scarno resoconto, quello redatto ieri a metà giornata dall’agenzia di stampa governativa Sana, per la morte di uno degli uomini più potenti di Siria. E anche di Libano, dove aveva rivestito nella forma l’incarico di capo dell’intelligence militare siriana per oltre vent’anni, e nella sostanza era stato il proconsole degli Assad a Beirut.
Ritornato in patria nel 2003 per occuparsi della sicurezza politica, Kanaan era diventato ministro dell’Interno esattamente un anno fa, in un rimpasto di governo che aveva dato adito a parecchie e divergenti interpretazioni. Se, cioè, l’ingresso di Kanaan nell’esecutivo fosse da interpretare come una nuova ascesa della vecchia guardia in senso riformista, o piuttosto per stringere ancor di più il cappio sull’opposizione interna.
Quale che fosse l’interpretazione, di certo Kanaan era rimasto uno di quelli al vertice del potere siriano. Dopo Bashar, l’esponente della minoranza alawita che contava di più. D’altro canto, anche Kanaan veniva dalla stessa cintura di villaggi in cui era nato Hafez el Assad, e aveva fatto anche lui carriera militare, prima di essere mandato in Libano a gestire il dopoguerra e gli equilibri politici di quella che per vent’anni è stata de facto una provincia siriana. Decidendone persino i nomi dei presidenti e dei primi ministri.
Visto il suo passato, la ridda di speculazioni sul suicidio di Kanaan è subito iniziata. Perché il ministro dell’interno era stato sentito da Detlev Mehlis, l’estensore del famoso rapporto dell’Onu sull’assassinio di Hariri che sarà reso pubblico tra una settimana. Sulla sua deposizione, peraltro, era già cominciato il tam tam dei media libanesi. Kanaan, secondo le indiscrezioni, avrebbe mostrato agli investigatori delle Nazioni Unite le prove degli assegni versatigli da Rafiq Hariri. Una circostanza, questa, smentita dallo stesso Kanaan in diretta alla radio Voce del Libano appena poche ore prima della sua morte. Un intervento che il ministro dell’interno siriano aveva a chiare lettere definito come “la sua ultima dichiarazione”.
E allora, cosa temeva Kanaan, di essere indicato come uno dei mandanti dell’attentato ad Hariri del 14 febbraio scorso? Il legame tra la morte di Kanaan e il rapporto Mehlis ha dato la miccia alle polveri. E il balletto delle ipotesi è subito iniziato. Anzitutto, è stato vero suicidio? O non piuttosto un suicidio “pilotato” dall’alto, da molto in alto?
Impossibile rispondere. Di certo, il rapporto Mehlis ha un suo ruolo, in questa morte eccellente. Un ruolo, soprattutto, nel probabile scontro di potere in corso a Damasco, evidente nelle parole di Bashar el Assad, pronunciate durante un’intervista alla CNN. Se si scoprisse il coinvolgimento di dirigenti siriani nell’assassinio Hariri, aveva detto il presidente siriano, il colpevole sarebbe stato portato di fronte a un tribunale con l’accusa di alto tradimento, e consegnato a un tribunale internazionale. L’ipotesi più semplice, alla luce di queste parole, è dunque che Kanaan sia morto prima di essere indicato come uno mandanti.
Nella complicata cremlinologia siriana, però, c’è un’altra ipotesi alla quale danno credito alcuni esperti di cose damascene. Uno scenario in cui poco c’entra il rapporto Mehlis e molto di più la pressione crescente degli Stati Uniti sul regime di Bashar. Secondo questa ipotesi, l’amministrazione Bush non sarebbe più propensa a foraggiare l’opposizione perché cerchi di buttar giù il regime degli Assad: la dissidenza non è unita, non ha una figura capace di riunire attorno a sé tutte le anime dell’opposizione, sarebbe dunque difficile ottenere un risultato apprezzabile in breve tempo. Più realistico, invece, potrebbe essere pensare a un coup d’etat all’interno del regime.
Negli articoli circolati nelle scorse settimane, il nome di Kanaan non era stato fatto come il possibile “Musharraf siriano”, capace di essere – a Damasco per l’Iraq – quello che l’attuale presidente pakistano è a Islamabad per l’Afghanistan. Un vicino tranquillo e affidabile per gli americani in difficoltà sul piano militare, a Bagdad come a Kabul. Ma Kanaan, in questo gioco di società sul destino del regime siriano, era sicuramente uno dei nomi che circolavano tra gli addetti ai lavori. Anzitutto perché era l’alawita più potente di Siria, con una storia interessante per gli americani, che lo avevano conosciuto in Libano. E che avevano visto alcuni dei suoi figli studiare, guardacaso, proprio a Washington. Dalla lista delle possibili alternative, Kanaan è stato però bruscamente depennato.






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