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La pressione dei subsahariani alle frontiere dell'Europa sfonda all'enclave spagnole in terra marocchina di Ceuta e Melilla

Ornella Tommasi

Venerdi' 7 Ottobre 2005
(frontiera Marocco/Spagna)
Il dramma si ripete da giorni, alla frontiera tra il Marocco e le enclave spagnole di Ceuta e Melilla. Ieri è stata la volta di quest’ultima: erano appena le cinque di mattina quando un gruppo di clandestini subsahariani, 650 secondo fonti spagnole e 300 secondo quelle marocchine, ha tentato l’assalto alla barriera di filo spinato nella zona del Barrio Chino.
In 300 sarebbero riusciti a scavalcare lo sbarramento, in un punto in cui questo era stato innalzato a sei metri negli ultimi giorni a seguito degli episodi analoghi accaduti sia qui sia a Ceuta, dove 5 clandestini sono morti giovedì scorso senza che si sia ancora accertato chi sia stato a sparare. Anche stavolta ci sono state decine di feriti, che hanno mandano in tilt per ore il pronto soccorso locale. Ferite riportate soprattutto dai colpi sferrati con manganelli e calci di fucile, come ha denunciato José Palazo, portavoce di una Ong spagnola presente sul posto, l’Associazione per i diritti dell’infanzia.
L’ingente dispiegamento di forze – Guardia Civil ed esercito da parte spagnola, Gendarmerie Royale, forze ausiliarie e perfino la protezione civile dal lato di Rabat – non servono a fermare la marea dei disperati approdati in Marocco dai paesi subsahariani. Gli “accampamenti provvisori” organizzati in territorio marocchino, come quello della foresta di Belyounech, sono stati per mesi sotto assedio. Dopo i recenti rastrellamenti a tappeto con tanto di uso di elicotteri e con l’inverno alle porte, le possibilità di sopravvivere lì sono scese drasticamente. E mentre Madrid e Rabat avviano dialoghi per accordi bilaterali, l’impressione è che si sia davanti a una stretta finale. Il che può spiegare quella che fonti governative spagnole denunciano come “un’aggressività e una violenza mai riscontrate finora” da parte degli immigrati, concretizzata in un lancio di pietre che ha causato un ferito tra le forze della Guardia Civil.
Nonostante sia già cominciato il gioco dello scaricabarile, con il sindaco di Melilla che accusa le forze di Rabat di scarsa collaborazione per aver “abbassato il tiro della vigilanza”, i giornali marocchini procedono con grandi dichiarazioni di amicizia e collaborazione tra i due paesi, nel comune scopo di arrestare la valanga. E tra i richiami al rispetto dei diritti umani e titoli di testa che alludono alla necessità di ridiscutere l’“occupazione spagnola di Ceuta e Melilla” passa anche, in una nota dell’agenzia di stampa ufficiale, la notizia che “gli abitanti dei quartieri confinanti hanno partecipato a fianco delle forze dell’ordine alla caccia agli immigrati clandestini”. Una frase che squarcia il velo del rischio di una deriva xenofoba, peraltro già denunciato in una petizione che circola in questi giorni tra associazioni di cittadini impegnati nel sociale.
Ferite vecchie di secoli che si riaprono così nell’emergenza di questi giorni. Le due città spagnole in territorio africano mostrano, anche topograficamente, l’anomalia geopolitica. Ceuta, a cui si accede costeggiando il Jebel El Mussa, la colonna d’Ercole africana che fronteggia quella del Jebel El Tarik di Gibilterra, è raggiungibile da Fnideq, un borgo degradato dedito al contrabbando, che sfuma in uno stradone asfaltato di recente, alla fine del quale un irridente cartellone pubblicitario inneggia a “Ceuta ciudad abierta”. La frontiera pedonale consiste in due gabbie metalliche di qualche centinaio di metri in cui si entra uno per volta. Un muro, dal lato del mare, dovrebbe nascondere la vista del doppio filo spinato che si prolunga, dividendoli a metà, fino ai due scogli che delimitano una piccola baia, la terra di nessuno popolata solo di gabbiani. Anche qui, per arrivare al punto caldo dove è avvenuta la tragedia di giovedì scorso e dove sono ammassate le forze militari dispiegate a centinaia, bisogna camminare per un paio di chilometri verso ovest. Fino a qualche tempo fa questo era anche il percorso del contrabbando e il muro era quello dei “paqueteros”, specializzati nel lancio della merce dall’altra parte.
A Melilla la frontiera si apre sulla città marocchina di Nador, in pieno centro e a due passi dal porto, in un brulicare di bancarelle di articoli da pochi soldi e viavai di donne cariche come muli di merce che poi si ammucchia sulla terra battuta del suq adiacente. La scalata al filo spinato è avvenuta a due chilometri da qui, dove la recinzione è rimasta a soli 4 metri di altezza. Ma l’impegno è di arrivare entro la fine dell’anno a innalzarla a 6 metri per tutti i dieci chilometri di lunghezza della frontiera, integrando la barriera con apparecchi a raggi infrarossi, telecamere termiche e altri sofisticatissimi attrezzi. Lì vicino, a testimonianza dell’“invasione”, giacciono sequestrate 270 scale fabbricate coi rami degli alberi.

L'articolo è apparso su il manifesto il 4 ottobre



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