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La tensione tra i due vicini del Corno d'Africa continua a salire. A peggiorare le cose è arrivata la decisione del governo eritreo di vietare tutti i voli Onu nel paese, azzoppando così una missione di pace già in forte difficoltà

Irene Panozzo

Giovedi' 6 Ottobre 2005
Gli elicotteri delle Nazioni Unite non volano più nei cieli eritrei, azzoppando una missione di pace già in grande difficoltà. L’ingiustificata decisione del governo di Asmara, entrata in vigore ieri, di bandire tutti i voli dell’Onu nel paese ha scatenato la reazione decisa del Consiglio di Sicurezza. Che in un comunicato diffuso nella notte di mercoledì ha ammonito il regime di Isaias Afeworki di “rivedere immediatamente la propria decisione e assicurare all’UNMEE (la missione ONU per l’Eritrea e l’Etiopia) l’accesso, l’assistenza, il sostegno e la protezione necessari a portare a termine i propri doveri”.
Sulle prime il battibecco tra Asmara e New York potrebbe apparire solo come il frutto di una tensione tra il Palazzo di Vetro e l’Eritrea, uno sgarro dalla valenza più formale che altro. Ma così non è. In realtà, la mossa di Afeworki è sintomo di una crisi ben più profonda, che da anni investe le relazioni bilaterali tra Etiopia ed Eritrea. E che rischia ora di scoppiare di nuovo. Il nocciolo della questione si chiama Badme, un villaggio di sassi e poche case, in teoria eritreo, in pratica amministrato dall’Etiopia. Ambiguità di un confine più o meno delineato sulla carta all’inizio degli anni Novanta, al momento dell’indipendenza dell’Eritrea, ma che non è stato mai chiaramente tracciato sul terreno. Per Badme, divenuta simbolo di un contenzioso che riguarda tutti i mille e più chilometri di frontiera, sono morte tra il 1998 e il 2000 circa ottantamila persone, in una guerra fratricida terminata con la pace di Algeri del dicembre 2000.
L’accordo prevedeva che la questione della delimitazione della frontiera fosse risolta da una Commissione Confinaria creata ad hoc. La decisione della Commissione non è però ancora stata implementata, nonostante la missione Onu, il cui mandato è stato protratto il mese scorso fino al 15 marzo 2006, sia presente sulla linea di confine proprio per monitorare la sua demarcazione sul terreno. Il pomo della discordia continua a essere Badme e il perché è presto detto: è stato deciso che il villaggio e la zona circostante debbano essere restituiti all’Eritrea. L’Etiopia però si è a lungo rifiutata di adempiere ai propri obblighi, nonostante l’impegno preso ad Algeri di dare seguito alle disposizioni della Commissione qualsiasi esse fossero. Dopo anni di ostruzionismo, nel novembre del 2004 Addis Abeba ha accettato “in linea di principio” la decisione, ma all’interno di un accordo di più ampio respiro con il governo di Asmara che preveda anche un accesso al mare, senza pretese internazionali ma garantito a livello internazionale, di cui l’Etiopia ha grande necessità. Di fronte a queste richieste, a irrigidirsi sulla questione di Badme è stata questa volta l’Eritrea, che da mesi rifiuta di accettare qualsiasi condizione e pretende che innanzitutto si rispetti il verdetto sui confini.
Messa così, la diatriba sembra senza via d’uscita. E non è una prospettiva piacevole. Entrambi i paesi hanno problemi interni da cui distogliere l’attenzione e una nuova guerra potrebbe essere un espediente comodo. Ad Addis Abeba, il primo ministro Meles Zenawi, al potere dalla cacciata del regime di Menghistu nel 1991, è ancora alle prese con le contestazioni seguite alla tornata elettorale dello scorso maggio, in cui il suo partito ha raggiunto la maggioranza assoluta in parlamento ma ha perso molto terreno a vantaggio della coalizione d’opposizione, che ha vinto nella capitale e ha ottenuto 174 seggi. Un risultato ottimo se paragonato ai 12 seggi vinti nelle elezioni del 2000, che però ha aperto una crisi politica e istituzionale che proprio in questi giorni pare aver preso la svolta giusta.
Afeworki invece non deve preoccuparsi di problemi del genere, visto che il suo è l’unico partito autorizzato nel paese, la cui vita politica e civile è stretta ormai da anni in una preoccupante morsa autoritaria e liberticida. Mentre l’economia va a rotoli e chi può cerca la via della fuga all’estero, il presidente alza i toni dello scontro sia con l’Etiopia, sia con l’altro gigante regionale, il Sudan, perseguendo una strategia all’apparenza suicida. Ma che potrebbe essere una delle poche rimastegli per mantenersi al potere.

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