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Al Furio Camillo "Angelica" chiude Le Vie dei Festival
Una rivincita del teatro sulla società dello spettacolo

Attilio Scarpellini

Mercoledi' 5 Ottobre 2005
“Io di storie non ne conosco”. Se non proprio controcorrente, Andrea Cosentino va in contro-tempo: nell’era dei narratori, a chi, sul frugale palcoscenico della sua “Angelica”, gli chiede un racconto risponde con qualche aneddoto di quartiere – un “trancio di vita” – che poi non riuscirà a concludere, ma che puntualmente riprenderà in una comica spirale. È il suo modo di ordire, passando di voce in voce, uno “spettacolo di spettacoli” che con una mano si scrive e si mette in scena, con l’altra si cancella e ricomincia da capo, ammassando una sull’altra maschere e digressioni fino a un puntiglioso, ma improbabile, scioglimento finale. Se si limitasse a questo, però, “Angelica” non farebbe che riconfermare le ben note doti performative del suo autore-attore: Andrea Cosentino è uno straordinario “imitatore di voci”. E invece, basta un altro slittamento sulla china scoscesa di uno spettacolo dove persino le pause sono ironicamente comprese nell’ambiguo respiro della finzione (recitando la parte di uno che fuma nell’intermezzo, Cosentino fuma sul serio alla faccia del pubblico inchiodato alla sedia) per intravedere il vero cuore dell’impresa. Che no, non è (solo) il racconto impossibile, perché lacerato dalle interruzioni e dai ripensamenti, ma addirittura un saggio: un breve saggio di Pier Paolo Pasolini dedicato al piano-sequenza, al montaggio e alla morte. È questa la variazione che il pubblico non si aspetta: che tra il racconto e le sua parodie, tra l’onnipresente vecchietta abruzzese e i cento modi di reiterare la scena della donna che vorrebbe gettare il figlioletto tra le braccia del Papa – detta nel grammelot di Dario Fo, poi nel romanesco della vulgata, infine in un maccheronico “franglais” – spunti anche un Cosentino ex cathedra, alle prese non più con la propria penuria di racconti, ma con una manciata di pagine dove si annida il punto dolente della sua riluttanza di narratore e della sua critica anti-spettacolare: la morte. La morte che pur decide e da’ forma alla vita, la morte che nel montaggio cinematografico organizza la fluida irrappresentabilità della vita – il suo piano sequenza tendenzialmente illimitato – è, a sua volta, inenarrabile. Nessun teorema, per carità, e nemmeno una lezione teorica: solo un breve, limpido arpeggio critico. Poi il performer sposta il suo set portatile dai quartieri romani dove gli anziani arrancano con le buste della spesa, in una casa “realistico popolare” in cui, sotto gli occhi incantati di una vecchia signora, si sta girando l’ultima sequenza di una soap. E Angelica – una subrettina come si sarebbe detto negli anni sessanta - entra finalmente in scena, cioè ancora Cosentino (c’è solo lui) indossa la sua parrucca, il vestito da sposa con cui è destinata a morire, e si lancia con gaudio furioso nell’operazione più esilarante di tutto lo spettacolo: lo “smontaggio” dell’ingannevole narrazione televisiva.
Sul palcoscenico del Furio Camillo “Angelica” chiude “Le Vie dei Festival”, la vetrina romana che a ogni fine estate pesca nel meglio delle rassegne teatrali italiane ed europee. E proprio “Le Vie dei Festival”, tre anni fa, aveva fatto conoscere al pubblico romano il lavoro del Big Art Group. In Flickers, i newyorkesi di Caden Manson scoperchiavano il set di un film splatter, mettendo in luce la distanza, anche in quel caso comica, tra il reale e il virtuale. Manson però si serviva di autentici video e la sua critica glamour sconfinava nell’apologia di ciò che pretendeva di distruggere. Flickers era un gesto di necrofilia, ma nei confronti della realtà. Lo smascheramento di Cosentino, invece, si serve solo e rigorosamente degli strumenti del teatro: uno schermo sfondato in cui infila il capo, Barbie e Ken comprati ai grandi magazzini, un’automobilina, un tergicristallo, senza dimenticare se stesso, il pupazzo più duttile che ha a disposizione. Il comico, diceva Kierkegaard, nasce quando l’infinito inciampa nelle maglie del finito. E’ nella critica artigianale della commedia dell’arte che la potenza televisiva diviene infinitamente risibile. Cosentino è la nemesi dei Caden Manson di questo mondo, “Angelica” la vendetta del teatro sui suoi becchini videoamatoriali. L’intelligenza – di cui da sempre gli esteti diffidano – è il valore aggiunto di questo spettacolo dove un corpo vivo si moltiplica facendo il verso a delle immagini morte. Nelle agonie interminabili dei personaggi di Cosentino – da Angelica a un Giovanni Paolo II riprodotto in un tremulo e commovente burattino – il teatro torna ad essere, come diceva Orson Welles, “the faboulous invalid”. Inutile lamentarne in continuazione la morte. Sempre sul punto di morire, il favoloso invalido non muore mai.

ANGELICA
Uno spettacolo di e con Andrea Cosentino
Regia di Andrea Virgilio Franceschi
Collaborazione drammaturgica di Valentina Giacchetti
Al Teatro Furio Camillo di Roma fino a domenica 9 ottobre



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