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UN TIFONE SAUDITA TRAVOLGE BLAIR 30/9/05

Trattative tra il governo di Sua Maestà e Riad. Il Guardian (nell'immagine una copertina del quotidiano negli anni '90) si mette di mezzo. E ne nasce un caso diplomatico

Enzo Mangini

Venerdi' 30 Settembre 2005
Rischia di diventare un vero e proprio caso diplomatico la serie di articoli del quotidiano britannico The Guardian sulle trattative tra il governo di Sua Maestà e la casa reale saudita. La storia è che il 2 luglio, sulla via per Singapore dove doveva andare a perorare la candidatura di Londra per le Olimpiadi del 2012, Tony Blair ha fatto una sosta a Riad. Doveva perorare un’altra causa, quella del Typhoon, alias Eurofighter, il cacciabombardiere europeo di ultima generazione che dovrebbe fare concorrenza ai prodotti made in Usa sui mercati internazionali. I sauditi sono buoni clienti: hanno una flotta di Tornado da rimpiazzare e il Typhoon è stato pensato proprio come evoluzione operativa e concettuale del Tornado. In più, nel consorzio che lo produce, la British Aerospace ha una fetta molto grossa. Una causa, insomma, che vale 40 miliardi di sterline. Abbastanza perché tre settimane dopo Blair, a Riad arrivasse John Reid, segretario della difesa, che in un colloquio riservato con il principe Naif, ministro dell’interno, capo della polizia e dei servizi segreti, avrebbe discusso le condizioni poste dai sauditi.
Le condizioni sono tre: la British Airways deve riprendere i voli verso il regno, sospesi da tempo per ragioni di sicurezza; deve essere bloccata un’indagine su un presunto caso di corruzione che coinvolge, guarda caso, la British Aerospace e un principe saudita e, last but not least, due dissidenti sauditi che vivono in Gran Bretagna devono essere estradati.
Il punto più controverso è proprio questo. I due sono Saad al Faqih e Mohammed al Masari. E sono tanto importanti per gli al Saud che, secondo il Guardian, Reid si sarebbe sentito dire dal suo interlocutore che “Faqih e Masari sono la priorità numero uno nelle relazioni tra i nostri paesi”. È un groviglio legale e politico molto complesso. Saad al Faqih è direttore e portavoce del Movimento per la riforma islamica in Arabia (Mira), un gruppo di dissidenti di ispirazione religiosa che nel tra il 1991 e il 1993 con una serie di lettere aperte, memorandum e un Comitato per la difesa dei diritti legittimi, ha sfidato la casa saudita lì dove il dente duole, cioè sul piano della legittimità religiosa. Arrestato brevemente dopo queste uscire pubbliche, al Faqih nel 1994 è riuscito ad espatriare nel Regno unito, da dove conduce una dura campagna di opposizione contro i Saud. In un’intervista del 2003, apparsa sul Middle East intelligence Bulletin, al Faqih ha anche dimostrato di avere in mente non solo il piano religioso, ma anche quello delle rivendicazioni sociali ed economiche, parlando di “disintegrazione sociale” del regno. Faqih nel 2004 è stato accusato dagli Stati Uniti di aver appoggiato al Qaida, ma, stando ai servizi britannici, non ci sarebbero prove a suo carico, almeno non tali da giustificare un’espulsione in Arabia saudita, dove probabilmente sarebbe condannato a morte.
Dalla stessa organizzazione, il Comitato per la difesa dei diritti legittimi (Cdlr) proviene il cinquantenne Mohammed al Masari. Secondo alcune analisi, Masari sarebbe stato il volto “moderato” del Cdlr, mentre Faqih quello più religioso. Tuttavia, il Cdlr stesso, dopo la stretta delle autorità saudite (che hanno imprigionato molti familiari di al Masari) è stato ridotto a poco più di una sigla. Anche Masari è stato accusato di contiguità con al Qaida, ma il governo britannico nel 2000, gli ha concesso un permesso di soggiorno indefinito che somiglia molto a un asilo politico. Dopo gli attentati di Londra, però, le cose sono cambiate e i due dissidenti sono nella lista informale dei “predicatori di odio” di cui Downing Street vorrebbe liberarsi. Al Masari e al Faqih hanno preso qualche cautela, e abbassato il proprio profilo pubblico. Non è detto che basti a metterli al sicuro da un eventuale decreto di espulsione. La sola ipotesi, inoltre, ha già messo in allarme le associazioni per la difesa dei diritti umani e le opposizioni parlamentari. Tutti puntano il dito sul cortocircuito che il negoziato con i sauditi ha fatto scattare: la politica estera etica sbandierata da Blair all’inizio del suo primo governo è già sepolta da tempo, ma scambiare dissidenti, per quanto fastidiosi, per poter vendere armi a uno dei regimi più repressivi del mondo (e tutt’altro che amichevole verso l’occidente) sembra veramente troppo anche per i più realisti e cinici tra i sudditi di Sua Maestà.



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