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LE VERITA' DI HUGO CHAVEZ ALL'ASSEMBLEA DELL'ONU 16/09/05

In un discorso polemico, forse velleitario ma molto applaudito, il presidente venezuelano chiede l’abolizione del diritto di veto e propone di spostare la sede delle Nazioni Unite

Adalberto Belfiore

Venerdi' 16 Settembre 2005
Un discorso irruente, ma molto efficace. È così che, all’Assemblea generale dell’Onu che si concluderà domani, Hugo Chavez ha rotto l’atmosfera ovattata, anche se non priva di un senso di rassegnazione e pessimismo per quella che si sta configurando come una mediazione al ribasso ed una sostanziale sconfitta del riformismo di Kofi Annan.
Nel suo discorso, durato 20 minuti invece dei cinque stabiliti come quello di George Bush due giorni fa, il presidente venezuelano ha sostenuto senza mezzi termini che l’Onu, così com’è, è inutile. Ciò di cui ci sarebbe bisogno, ha continuato, è una vera rifondazione, non riforme cosmetiche che lasceranno le cose come stanno. Ha poi affermato con veemenza che il documento che verrà firmato domani è da considerarsi “nullo, non valido e illegale” perché approvato contro la normativa delle Nazioni unite a seguito di un “colpo di martello dittatoriale” imposto dagli Stati Uniti.
I contenuti della rifondazione proposta da Chavez sono probabilmente velleitari nell’attuale quadro dei rapporti politici e di forza internazionali. Ma bisogna riconoscergli il merito di aver sollevato le vere questioni che rendono l’Onu poco operativa, quasi un residuato del secondo dopoguerra, a partire dalla questione dell’anacronistico e antidemocratico diritto di veto per arrivare alla necessità della riforma del Consiglio di sicurezza (che invece è stata rinviata sine die), dell’aumento dei poteri del Segretario generale e di una maggiore trasparenza.
Chavez, che con il suo attivismo si sta guadagnando una posizione di primissimo piano tra i leader dei paesi in via di sviluppo, ha poi rilanciato all’Assemblea generale l’idea, già esposta al Forum sociale mondiale di Porto Alegre, di stabilire la sede delle Nazioni Unite fuori dagli Usa, proponendo la creazione ad hoc di una città internazionale nell’emisfero sud. Per il presidente venezuelano, gli Stati Uniti della gestione di George Bush hanno dimostrato al mondo, con la guerra in Iraq e le bugie sulle armi di distruzione di massa, di non rispettare le risoluzioni dell’Onu e di non avere più la statura morale necessaria per ospitare la massima organizzazione mondiale. Non ha risparmiato a Bush neppure critiche, feroci e non certo infondate, per i disastri ambientali causati dalla mancata firma del trattato di Kyoto e per la sua dimostrazione di incapacità nell’aver abbandonato a sé stesse le popolazioni del sud degli Stati Uniti colpite dall’uragano Katrina.
Forte degli enormi proventi del petrolio, di cui il Venezuela è il quinto produttore mondiale, il carismatico leader sudamericano, a cui viene rimproverata l’amicizia con il vecchio leader cubano Fidel Castro, sta conducendo in patria un interessante esperimento di rivoluzione sociale. Il tutto all’interno di un sistema politico democratico di tipo occidentale che ha avuto per tre volte negli ultimi cinque anni l’avvallo del voto popolare in elezioni giudicate perfettamente corrette dai maggiori osservatori internazionali, tra cui lo stesso ex presidente Usa Jimmy Carter.
Recentemente David Mc Lachlan, il rappresentante per il Venezuela del Pnud, il programma delle Nazioni unite per lo sviluppo, ha riconosciuto che il governo di Chavez sta facendo grandi sforzi, con investimenti sostanziosi in particolare nei settori della salute e dell’educazione, per raggiungere gli Obbiettivi del millennio stabiliti nel 2000 dall’Onu per dimezzare la povertà, garantire l’istruzione elementare e l’acqua potabile per tutti entro il 2015.
Se si pensa che John Bolton, il falco repubblicano designato da Bush come ambasciatore Usa presso l’Onu, aveva cercato nei giorni scorsi di far togliere ogni riferimento agli Obbiettivi del millennio dal documento finale in discussione al Palazzo di Vetro, si può capire come mai al termine del suo discorso l’Assemblea ha tributato a Chavez l’applauso più lungo e convinto che si sia ascoltato in questi giorni di lavori a ritmo serrato.



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