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GIUSTIZIA E PACE LONTANE IN COLOMBIA 8/9/05

La legge Giustizia e pace del governo Uribe non sembra poter garantire né l’una né l’altra

Adalberto Belfiore

Giovedi' 8 Settembre 2005

A Bruxelles la Commissione per l’America latina dell’Unione europea discute se accordare appoggio al Governo colombiano per il processo di smobilitazione dei gruppi paramilitari di estrema destra (il principale è l’AUC Autodifesa unita di Colombia), così come disegnato dal governo del presidente Alvaro Uribe con la legge “Justicia y Paz” (Giustizia e pace) da poco approvata dal parlamento del paese sudamericano.
Gli Stati uniti, che finanziano con i milioni di dollari del cosiddetto Piano Colombia la lotta al narcotraffico, sono mi principali sostenitori di Uribe. Ma l’Unione europea dovrà pensarci bene prima di concedere finanziamenti o anche solo appoggio politico, perché questa legge, che dovrebbe favorire la smobilitazione e la reintegrazione nella vita civile di migliaia di paramilitari, molti dei quali accusati di ogni sorta di delitti, è fortemente criticata dalle principali organizzazioni umanitarie. Come Amnesty International e Human Right Watch. Ed anche da ben 158 organizzazioni sia laiche che religiose attive in Europa ed America latina, che con una lettera aperta hanno ricordato alla Commissione gli impegni assunti in passato.
Nel dicembre 2004 l’Unione europea aveva infatti vincolato il suo appoggio all’applicazione del quadro giuridico fornito dal diritto internazionale e all’effettivo rispetto del cessate il fuoco da parte dei gruppi paramilitari. Ma proprio su questi due punti si concentrano le critiche. Secondo le organizzazioni firmatarie il cessate il fuoco è continuamente violato dai paramilitari e la legge è inadeguata a garantire un’effettiva pacificazione, dato che non contiene una regolamentazione in grado di garantire l’effettivo smantellamento delle strutture paramilitari, prevede pene minime (massimo sei ani anche per crimini orrendi) e riduce i tempi di prescrizione, rendendo di fatto possibile un’estesa impunità. Ma soprattutto non garantirebbe il diritto delle vittime alla giustizia e alla riparazione, senza di cui, sostengono non senza evidenti ragioni, non si può parlare di un vero processo di pace.
Questi giudizi sono respinti con veemenza dalle autorità colombiane. Sia il ministro degli interni Sabas Pretelt de la Vega sia il sindaco di Medellin Sergio Fajardo hanno attaccato in particolare Amnesty sostenendo che le sue posizioni sono falsate da un pregiudizio ideologico.
Ma l’opinione prevalente, espressa anche da organi di stampa del calibro di El Pais, Le Figaro, The Guardian e lo stesso New York Times è sfavorevole ad un processo di pace che appare tutt’altro che trasparente.
La pacificazione in Colombia non è cosa di poco conto e andrebbe monitorata internazionalmente con ben altro dispiego di forze di quanto non si stia facendo, se si considera che da più di 50 anni il paese è insanguinato da una “guerra sporca” dove è impossibile tracciare i confini tra lotta al narcotraffico e repressione dei movimenti di opposizione. Come ricorda l’Osservatorio indipendente sulla regione andina (SELVAS, che figura tra i promotori dell'iniziativa della lettera aperta), in questa “guerra” sono stati assassinati più di 1500 sindacalisti e molte migliaia di militanti politici di partiti legali e di semplici cittadini, spesso solamente per aver tentato di difendere diritti basilari. E in moltissimi casi è stata accertata la responsabilità diretta di funzionari pubblici, evidentemente collusi con interessi illeciti che come è noto sono immensi, legati come sono al lucrosissimo traffico della droga.

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