Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


UCCISO MUSA ARAFAT, EX UOMO FORTE DI GAZA 8/9/05

Cugino di Yasser, era stato il capo della sicurezza generale. Ed era il grande avversario di Mohammed Dahlan. Intanto, gli israeliani pensano di anticipare il ritiro dalla Striscia. Temono di rimanere in trappola (nell'immagine tratta da Al Jazeera, Musa Arafat è il primo da destra)

Paola Caridi

Giovedi' 8 Settembre 2005
Battaglia all’alba, nel cuore di Gaza City. Alla vigilia del ritiro dei soldati israeliani dalla Striscia, la tensione si è alzata di colpo ieri mattina nel cuore dei territori palestinesi. E a pagare il prezzo più alto è stato Musa Arafat, cugino di Yasser, il defunto presidente dell’ANP. Arafat, per anni capo della sicurezza a Gaza e fedelissimo di Abu Ammar, è stato ucciso alle prime luci del giorno, di fronte alla sua abitazione in un quartiere residenziale della città, con un solo colpo alla testa.
Una vera e propria esecuzione, dunque, condotta al termine di una battaglia in grande stile. Almeno un centinaio di uomini armati di fucili e lanciagranate, almeno una ventina di macchine. Un piccolo esercito, insomma, è stato necessario per far saltare il cancello d’ingresso della villa di Arafat, averla vinta sulle decine di guardie del corpo e, infine, entrare in casa per prelevare Arafat e suo figlio Manhal. Autori dell’attacco, gli uomini dei Comitati di resistenza popolare (PRC), una organizzazione armata nata a Gaza all’inizio della seconda intifada che raggruppa soprattutto uomini in armi di Fatah, ex agenti della sicurezza, ma anche miliziani di Hamas e della Jihad islamica. È stato un portavoce dei PRC, Abu Abir, a rivendicare l’uccisione, decisa perché Arafat aveva sulla sua coscienza “corruzione, ruberie e uccisioni”. E ad avvertire che, come Musa Arafat, sarebbero stati colpiti tutti gli altri corrotti di Gaza, colpevoli delle “sofferenze del popolo palestinese”.
L’accusa di essere un uomo corrotto non era nuova, per Musa Arafat, responsabile della sicurezza generale sino a che Mahmoud Abbas, lo scorso aprile, non lo aveva declassato a semplice consigliere militare dell’ANP. La “fama”, però, non lo aveva abbandonato, visto che il cugino del più famoso Arafat era ancora considerato un uomo temuto, non amato e circondato da molti nemici. Ritornato a Gaza dopo il 1993 grazie agli accordi di Oslo, Musa Arafat aveva cominciato dall’inizio della seconda intifada una parabola discendente, culminata – nel luglio del 2004 – con la rimozione obbligata dal suo brevissimo incarico di capo della sicurezza generale di Cisgiordania e Gaza. Nel giro di due giorni, Yasser Arafat lo aveva designato ed erano stato subito costretto a dimissionarlo, dopo le violente proteste che si erano scatenate nella Striscia.
Gli ultimi quattro anni, poi, erano stati segnati anche da almeno tre attentati falliti contro di lui. L’ultimo, nell’ottobre del 2004, organizzato con un’autobomba al passaggio del suo convoglio. Il destino di Arafat, esponente della vecchia guardia, appariva dunque già segnato da tempo. Proprio in contemporanea con l’ascesa irrefrenabile di Mohammed Dahlan, suo grande nemico.
Dahlan, il vero uomo forte di Gaza nonché braccio destro di Abbas, non era nella Striscia quando Arafat è stato ucciso. È stato dimesso proprio ieri dall’ospedale di Amman dov’è stato ricoverato per una settimana per problemi alla schiena. Da lui, per il momento, non è uscita nessuna dichiarazione. Le reazioni indignate sono state quelle del presidente Abbas e del premier Ahmed Qureia, mentre c’è chi – tra i dirigenti palestinesi – si chiede come si sia potuta scatenare una battaglia proprio vicino ai palazzi dell’ANP a Gaza, a poca distanza dall’abitazione di Arafat.
Non è stata, però, solo l’ANP a stigmatizzare l’esecuzione di Musa Arafat. A condannare l’omicidio anche Hamas, per bocca dei suoi più alti dirigenti. D’altro canto, era stato lo stesso movimento islamista, nelle scorse settimane, a chiedere all’Autorità palestinese di mettere mano alle questioni della corruzione e della profondissima crisi socioeconomica che attanaglia Gaza. Per evitare, avevano detto, una terza intifada. Stavolta non più tra israeliani e palestinesi. Bensì all’interno dello stesso popolo palestinese.

E INTANTO GLI ISRAELIANI VOGLIONO ANTICIPARE IL RITIRO DA GAZA

I soldati israeliani potrebbero essere fuori Gaza già lunedì prossimo. In anticipo di tre giorni sulla data già fissata del 15 settembre. A chiedere uno sconto sui tempi del ritiro al premier Ariel Sharon è stato, ieri, lo stesso ministro della difesa Shaul Mofaz, in una riunione ristretta del governo dedicata proprio alla questione di Gaza.
L’esercito, dunque, vuole rendere più rapidi i tempi di uscita dalla Striscia. Una decisione, questa, su cui potrebbero aver pesato gli scontri di martedì sera presso la ex colonia di Neveh Dekalim, il più grande insediamento ebraico evacuato alla fine di agosto. Quando decine di ragazzi palestinesi hanno tentato di rompere la recinzione che separa ancora il territorio di Gaza dalle ex colonie, un carroarmato israeliano ha aperto il fuoco, uccidendo uno dei giovani.
La polizia palestinese non era riuscita a fermare il consistente gruppo di ragazzi che aveva deciso di anticipare i tempi della riconsegna delle terre. E all’interno dell’esercito israeliano c’è, a questo punto, chi pensa che rimanere anche soltanto tre giorni di più dentro Gaza significhi – per i soldati – rimanere in trappola. Ed essere costretti a reazioni oltre misura contro chi tenterà di entrare nelle ex colonie.
La vera incognita sulla rapidità del ritiro rimane, però, quella del destino delle sinagoghe di Gaza, che il governo dovrebbe – ove possibile – smontare e ricostruire da altra parte. A confermare, comunque, l’ipotesi del ritiro molto veloce dei militari, è invece la notizia della chiusura sine die da parte delle autorità israeliane del posto di frontiera di Rafah. L’unico punto di passaggio tra Gaza e l’Egitto. Come se la chiusura preludesse al movimento delle truppe. E proprio su Rafah si erano concentrate, negli ultimi giorni, le discussioni e le polemiche tra gli israeliani e i palestinesi.
Il governo Sharon, infatti, vuole una chiusura totale di Rafah per un periodo di almeno sei mesi, per evitare il passaggio di armi verso Gaza. I palestinesi pretendono, invece, che Rafah venga tolta del tutto dal controllo israeliano. Nella riunione di domenica, comunque, il governo dovrebbe approvare un compromesso mediato dal capo dei servizi di sicurezza egiziani, Omar Suleiman, che la scorsa settimana aveva fatto la spola tra Ramallah e il ranch di Sharon nel Negev, proprio per raggiungere un’intesa.
Gli egiziani, secondo l’accordo, dovrebbero chiudere per lavori di ristrutturazione il terminal di Rafah per un periodo che andrebbe da un minimo di sei mesi a un massimo di nove. In questo modo, il movimento di persone e merci si sposterebbe verso un nuovo punto di passaggio, Kerem Shalom, con la presenza israeliana. Alla riapertura, Rafah dovrebbe sostituire agli israeliani dei monitor europei per garantire lo stop al contrabbando di armi dentro la Striscia. Mentre gli egiziani hanno reso noto, ieri pomeriggio, che daranno inizio già sabato al dispiegamento di 750 poliziotti di frontiera per pattugliare la cosiddetta Philadelphi Route. Le grandi manovre del ritiro militare, considerato la fase più delicata dell’uscita da Gaza, sono insomma già cominciate.

Leggi la cronaca sui quotidiani locali del gruppo Espresso-Repubblica



Powered by Amisnet.org