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Il Parlamento cileno ha ratificato una riforma in 58 punti che smantella definitivamente la costituzione che portava ancora la firma di Augusto Pinochet (nella foto all'epoca del golpe, in un'immagine famosissima)

Adalberto Belfiore

Giovedi' 18 Agosto 2005
In molti definiscono lo scorso martedì un giorno storico per il Cile, uno degli stati sudamericani che stanno percorrendo con maggior successo la strada dello sviluppo, sia dal punto di vista economico che politico e delle libertà civili. Certamente è stato un passaggio molto importante per la qualità della sua democrazia, come ha affermato José Insulza, il presidente cileno dell’OEA, l’Organizzazione degli stati americani. Il Parlamento cileno ha infatti ratificato una riforma in 58 punti che smantella definitivamente la costituzione che portava ancora la firma di Augusto Pinochet, il tristemente noto “macellaio di Santiago” che abbatté con un golpe sanguinoso il legittimo presidente socialista Salvador Allende, nel lontano 1973. I meccanismi escogitati dall’ex dittatore permettevano il controllo di fatto da parte dell’oligarchia militare sulla vita politica del paese, anche dopo la fine formale della dittatura nel 1989.
Con la riforma sono state abolite le figure dei senatori designati e dei deputati vitalizi, che venivano scelti dal presidente prevalentemente tra gli alti ufficiali. Ma d’ora in poi neppure gli ex presidenti avranno più un seggio di diritto, privilegio questo introdotto in Cile per garantire la presenza in parlamento (e l’immunità) all’uomo che esercitò per molti anni in Cile con la violenza e la sopraffazione un potere assoluto e sanguinoso.
Con la riforma, al Presidente della repubblica viene anche restituita la facoltà di sostituire i comandanti delle forze armate e dei carabinieri, mente il suo mandato è stato ridotto da sei a quattro anni. In questo modo termina finalmente la tutela ed il controllo dei militari sulla democrazia cilena. La resistenza della destra nostalgica e dei circoli e le consorterie più reazionarie che ancora si riferiscono a Pinochet come a un padre della patria è stata strenua ed è riuscita a bloccare questa riforma per quindici lunghi anni.
Un peso considerevole per questo risultato lo hanno certamente avuto anche i guai con la giustizia dell’ex dittatore, che quest’anno è stato privato dell’immunità parlamentare e ora è stretto sempre più nella morsa dei procedimenti giudiziari in cui è imputato. Malgrado i suoi 89 anni deve rispondere per innumerevoli violazioni dei diritti umani e per gravi reati economici e tributari. Un verminaio che sta finalmente venendo alla luce e che vede coinvolti direttamente la sua famiglia e i suoi più stretti collaboratori.
Tuttavia, in questo pur importante passo verso il ritorno alla normalità democratica ed istituzionale, non mancano le ombre. I legislatori non hanno infatti messo mano alla riforma del cosiddetto sistema elettorale binominale, che permette l’elezione di due candidati per collegio senza considerazione della percentuale di voto raggiunta, dando di fatto un forte vantaggio ai partiti di destra. Questo sistema è stato criticato ampliamente da tutta la sinistra cilena, che è arrivata ad interrompere i lavori parlamentari per denunciare “il carattere ancora autoritario” della nuova costituzione. Ma sia il Presidente in carica, Ricardo Lagos che il più accreditato candidato alla sua successione nelle elezioni del prossimo dicembre, Michelle Bachelet, entrambi della Concertazione democratica, coalizione di centrosinistra attualmente al governo, si sono detti d’accordo con l’abolizione di questo sistema. Quest’ultima ha dichiarato che in caso di vittoria questa sarà una delle priorità del suo governo. Ormai il Cile, vittima di una delle più terribili dittature del dopoguerra sta, seppur faticosamente, voltando pagina anche sul piano istituzionale.



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