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Fernando Cardenal, il “crociato” dell'alfabetizzazione

ADDIO A GIOVANNI CUONO

UN SALUTO A NIAZI 5/7/13

IL LUNGO CAMMINO DI SAVERIO TUTINO 28/11/11

IL VIAGGIATORE CHE DIFENDEVA LA GEOGRAFIA 31/8/11

DEDICATO AD ALFREDO 16/3/09

RICORDO DI GIULIANA MALPEZZI 5/11/08

GIULIANA E L'ANIMA DELL'ASIA 18/8/08

CIAO ROCCO 19/7/08

IN MORTE DEL PADRE DEL DOI MOI 11/7/08

RICORDO DI SERGIO NOJA NOSEDA 4/2/08

I SEGRETI DELLA SUHARTO INC. NELLA TOMBA DELL'AUTOCRATE 29/1/08

ADDIO A SANTE SPADAVECCHIA 15/9/07

ADDIO A ODA MAKOTO,L'INTELLETTUALE CHE SCENDEVA IN PIAZZA 31/8/2007

E' MORTO FRANCO CARLINI 30/8/07

CIAO MAURO 14/09/05

Raccogliamo qui di seguito i ricordi e i saluti degli amici di Mauro, mancato ieri dopo una breve ma implacabile malattia.
Vai anche alla pagina dedicata a Mauro da eSamizdat, laboratorio di slavistica creativa
Vai alla home del Csseo, il Centro Studi sulla Storia dell'Europa Orientale con cui Mauro lavorava

aggiornato il

Mercoledi' 14 Settembre 2005

...La barca se ne è andata sbattuta dal vento in una mattinata di pioggia e di bruma che rendeva tutta Venezia simile a un'isola dei morti: portava a San Michele lo zio di tutte le Russie. Appena entrato nella terra, la pioggia è cessata e Wlodek ha letto in russo una manciata di versi dalle poesie di Natale di Brodskji, un kaddish per Mauro. Quando pensava di doversi lamentare della sua vita faticosa, Mauro diceva sempre: penso a quel giapponese che, dopo aver sgobbato per una vita intera, va in pensione e passa tre giorni a Venezia, tre giorni a Firenze, tre a
Roma, le città in cui io ho trascorso tutta la mia esistenza...Vicino alla tomba dello zio c'è un alto cipresso sotto il quale vorrei che un giorno andassimo insieme: a parlare, a ridere e a bere. Essere amico di Mauro è stato per me un onore
(attilio scarpellini 12.8.05)

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PER MAURO (da "il manifesto" del 09.08.05)

Ingombrante. Per tutti noi. Ingombrante come uno specchio, come la verità scomoda. Ingombrante, a un tempo, come solo sa essere la mitezza. Mauro Martini, per noi che lo abbiamo conosciuto e amato, è stato una delle persone più ingombranti della nostra vita adulta. Forse, in alcuni momenti, avrebbe voluto essere più lieve, meno pesante nella sua etica dell’esistenza e della conoscenza. Ma non ci si può cambiare. E Mauro era com’era. Sempre uguale a se stesso, con una coerenza mai velata di ipocrisia.
Sempre uguale da caporedattore di Mondoperaio e giornalista dell’Avanti!. A via Tomacelli. Appena qualche piano più giù della vecchia redazione del Manifesto. Sempre uguale nelle vesti di raffinato polonista, e poi di russista dalle qualità rare. Sempre uguale da militante e giovane amico italiano della leadership di Solidarnosc, da Adam Michnik a Jacek Kuron. Sempre uguale quando decise di inaugurare la barchetta di Lettera22, e di seguirla passo passo, sino alla fine. Sempre uguale, negli ultimi anni, nella inedita veste di professore, docente di lingua e letteratura russa all’università di Trento. Quel concorso lo aveva vinto da cultore della materia, senza titoli accademici ma grazie a una cultura vasta, profonda, mai improvvisata, semmai estrema. Lui, che anni prima pensava che la cultura fosse solo fuori nell’accademia, era poi stato accolto dall’accademia italiana, sanando – col suo esempio – uno iato che tutti noi sapevamo ingiusto.
È stato un uomo colto, incredibilmente colto. Avulso da qualsiasi moralismo. Curioso del presente e della politica. Un intellettuale di nicchia, se si vuole. Sprecato, ci viene invece da dire, rispetto a quello che avrebbe potuto dare alla cultura italiana. Se un cancro non lo avesse stroncato a 49 anni. E se la “cultura imperante” avesse aperto prima le porte a un pensatore d’eccezione, uno dei migliori della nostra generazione.

I vecchi e i giovani di Lettera22

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ADDIO A UN GRANDE CONOSCITORE DELLA RUSSIA. IL FOGLIO GLI DEVE MOLTO
(da "Il Foglio del 09.08.05)

Ce lo ricordiamo come un collaboratore di quelli che puoi fare a meno di chiamare. In barba al gergo smunto delle redazioni vuole essere un complimento e qualcosa di più. Non solo perché era lui a farsi sentire, quando vedeva muoversi qualcosa di nuovo e importante, e spesso ancora impercettibile,
sull’orizzonte sterminato della Russia, della Polonia o di tutto il mondo postsovietico. Il senso è soprattutto un altro.
Mauro Martini, oltre che uno fra i migliori conoscitori italiani del mondo slavo, è stato un raro esempio di giornalista e studioso per nulla geloso del proprio sapere. E’ stato uno di quei rari intellettuali che amano condividere, e perciò diventano maestri, che non disdegnava la pazienza di spiegare uno scenario, di valutare insieme una notizia.
Ce lo ricordiamo, alla redazione esteri, quando i suoi impegni accademici gli impedivano di scrivere un articolo urgente, e lui paziente al telefono illustrava i fatti e l’interpretazione, mettendo altri in condizione di scriverne direttamente, e con cognizione. O quando invece inviava il pezzo in anticipo e aggiungeva senza civetteria, ma per il gusto del lavoro ben fatto: “Questo è ciò che dovrebbe accadere in giornata sulle agenzie, io l’ho già scritto, voi controllate”.
Non ci ricordiamo che si sia mai sbagliato.
Mauro Martini era arrivato fra i collaboratori del Foglio forse non il primo giorno, comunque tra i primi. Era la metà degli anni 90, mentre in Italia si attorcigliava la coda della stagione giacobina. In Russia erano gli anni indecifrabili dei torbidi di Eltsin e delle parabole degli oligarchi. Allestire una piccola redazione di giornalisti-analisti, che dipanassero la matassa e la sapessero raccontare a un pubblico non distratto era una sfida non piccola per la tradizione un po’ provinciale del giornalismo italiano.
Con la sua autorevolezza pacata, con il bagaglio di grande conoscitore non solo dei meandri cremliniani ma anche della cultura e della letteratura russe, Martini diede un contributo di stile giornalistico e di capacità interpretativa unici.

Realismo disincantato
Veniva da un percorso personale fatto anche di appassionato impegno. Negli anni 80 era stato tra i fondatori del trimestrale dedicato al Dissenso l’Ottavo Giorno. E la passione con cui sostenne l’esperienza di Solidarnosc è andata al di là di un puro impegno politico. Ci ha aiutato a capire, con realismo un po’ disincantato e certo mai manicheo, la Russia di Eltsin e quella di Putin, le persistenze della sua anima slava, l’unitarietà del suo mai sopito disegno imperiale, dal Caucaso al medio oriente. Realista, ma non cinico – bastino le sue critiche a Putin sulla Cecenia – ha contribuito a imporre, crediamo non solo in questo giornale, ma anche nelle tante testate con cui ha collaborato – un modo serio e mai banale di osservare e spiegare la politica estera. Non solo quella russa.
Del suo ultimo saggio, “L’Utopia spodestata Le trasformazioni culturali della Russia dopo il crollo dell’Urss” il Foglio ha scritto l’8 luglio scorso.
Mauro Martini, 49 anni, insegnava Letteraura russa a Trento ed era eccellente conoscitore di quelle polacca e ceca. Saggista, traduttore e recensore è morto ieri per una malattia alla quale, forse, non si è mai rassegnato. Scrivere che è stato un maestro, soprattutto per chi ha avuto la fortuna di una consuetudine di lavoro e di un affetto sincero e a un tempo ironico, è la pura verità. Così come dire che oggi salutiamo un amico.

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LA PICCOLA POSTA DI ADRIANO SOFRI (da "Il Foglio" del 09.08.05)

In un’altra pagina avete letto oggi che Mauro Martini è morto. Era nato nel 1956. Io ne scrivo senza la preparazione sufficiente a spiegare la forza e l’originalità del suo pensiero. Gli sono stato amico, ma anche questo non mi basta a ricordarlo ad altri. Era appartato e magari scontroso, riservato e quasi segreto. Però posso dire la cosa più importante, per me e per altri che, come e più di me, gli sono stati amici: gli volevamo molto bene. Oggi mi auguro che abbia saputo quanto.
Lo conobbi vent’anni fa, che non è tanto, per la mia vita e il modo in cui è andata. Fumava il toscano, era abbastanza laconico, salvo che lo si consultasse su questioni slave, di cui sapeva tutto, e su altre
questioni, di cui sapeva moltissimo. Aveva una leggera balbuzie, o piuttosto se ne serviva per la distanza che voleva mettere fra sé e l’interlocutore, anche in televisione: l’avrete visto almeno qualche volta a Otto e mezzo, con il cranio completamente rasato, come un galeotto russo. Ci fu un periodo in
cui era pieno di capelli e barba, come un monaco russo. Aveva una malinconia e una voglia di scomparire, ogni tanto. Era veneziano, ed era così attaccato a Venezia, pur vivendoci poco, che si sentiva dovunque un po’ in esilio, e usava però Venezia per un suo cosmopolitismo e un suo poliglottismo naturale e generoso. Amando Venezia, si sentiva di casa a San Pietroburgo. Era diventato
professore, a Trento, di lingua e letteratura russa, tardi, nel 1997, perché il cosiddetto mondo accademico lo aveva in sospetto, perché veniva dal giornalismo, anzi dal giornalismo militante – benché militasse nel modo più solitario e indipendente e spregiudicato. Se avessero saputo! Prima di
trovare nel giornalismo l’accoglienza che meritava, andava avanti e indietro in Urss come interprete e guida per l’Italturist, e allora dovette conquistare quella intimità, oltre che con la lingua, coi paesaggi, che già illuminava il suo libro del 1987, “Le mura del Cremlino”. Un’altra buona ragione di diffidenza accademica era la sua inafferrabilità di studioso. Dice un altro dei suoi migliori amici, Attilio Scarpellini, di non aver conosciuto nessuno che trattasse con altrettanta confidenza la prosa di Puskin e gli svolgimenti della rivoluzione arancione in Ucraina.
Prima della Russia, Mauro aveva frequentato la Polonia, e anzi la sua tesi di laurea – che poi non si presentò a discutere, perché gliene era passata la voglia – riguardava il Partito comunista polacco prima dello scioglimento, nel 1938, e allora simpatizzò per un libertarismo luxemburghista, e diventò
amico fraterno di Adam Michnik e degli altri che allora riempivano le galere polacche, e di Michnik tradusse l’“Etica della resistenza”, e cominciò allora, molti anni prima di Solidarnosc, a portare di qua e di là i messaggi scritti o, quando fosse troppo rischioso, i messaggi verbali dell’opposizione, e non smise fino alla libertà riconquistata.
Wlodek Goldkorn, un altro degli amici stretti di Mauro, lo conobbe anzi attraverso i polacchi, prima di introdurlo in Italia nei giornali, a Mondoperaio, e specialmente alle pagine estere e culturali dell’Espresso. Wlodek racconta la storia del ciclostile. Fu il primo ciclostile mai arrivato nelle mani
dell’opposizione al regime polacco. Aveva aspettato per mesi in una casa di Vienna, senza che si trovasse un modo di trasportarlo: smontarlo e portare i pezzi separati? E chi l’avrebbe saputo rimontare? Un giorno Mauro si presentò dalla signora viennese che aveva in consegna il ciclostile, lo ritirò e lo portò a destinazione. Al ritorno, gli chiesero che sistema avesse escogitato. Rispose che l’aveva messo nello zaino, si era messo lo zaino sulle spalle, aveva preso il treno, ed era sceso a Varsavia.
Non basterebbe tutto questo numero a elencare i suoi articoli di politica, di costume, le recensioni letterarie e teatrali, le prefazioni, e specialmente le traduzioni di scrittori classici o nuovissimi. Aveva capito precocemente che la vecchia Russia durava sotto la pelle rivoluzionaria dell’Urss. Così il
Berdjaev da lui citato: “Provate a superare i paludamenti superficiali della Russia rivoluzionaria
per andare nel profondo: vi ritroverete la vecchia Russia e i vecchi volti del tempo”. Aveva capito anche che l’Europa non può definirsi se non in relazione alla Russia, e che la Russia, sebbene non sia Europa, può almeno essere occidente. E che all’Europa spettasse di sollecitarla a questo.
Nel suo ultimo, bellissimo volume – “L’utopia spodestata. Le trasformazioni culturali della Russia dopo il crollo dell’Urss”, Einaudi: lo citai frettolosamente qui giorni fa, appena uscito, perché sapevo che a Mauro non restava molto tempo – la speranza nel futuro della Russia sembra affievolita fino a
spegnersi. La lezione di Mauro, dice Wlodek, era che la Russia ha uno spazio troppo sterminato
e un tempo troppo lento. E la brutalità chirurgica del bolscevismo non aveva tanto a che fare con l’ideologia quanto con la pretesa impossibile di soggiogare la Russia al tempo e allo spazio europei. Mi sono ricordato delle lunghe discussioni con Mauro, al tempo del supplemento “Fine secolo”, su Oblomov, che era una delle sue letture predilette. Prediletti da lui furono Dostoevskij e Turgeniev, e l’intuizione dell’uomo superfluo, cui forse aderì nel suo animo, e Majakovskij, cui dedicò un saggio bellissimo, sulla resurrezione, per Nuovi Argomenti, e Pasternak e Bulgakov, e il Milosz de “La mia Europa”, e lo stesso Solzenitsyn. Di Bulgakov, venerato, tradusse i racconti, e specialmente “Morfina”, e gli dedicò un ampio capitolo di “Oltre il disgelo. La letteratura
russa dopo l’Urss”, Bruno Mondadori, 2002.
A Pasternak tornò in un penetrante volume per le edizioni Metauro di Pesaro, 2003, “Mauro Martini legge il dottor Zivago di Boris Pasternak”, nel quale raccomanda di leggere i versi in appendice al romanzo come decisivi, invece di trascurarli o tralasciarli del tutto, come si fa. Mauro è stato anche traduttore e curatore di poeti, polacchi come Brandys, russi come l’amatissimo Brodskij – accanto al quale sarà ora sepolto, a San Michele a Venezia: traduttore così sapiente e delicato che mi chiedo se scrivesse poesie lui stesso, in qualcuna delle sue esistenze segretate. Gli scrittori della Russia contemporanea, oggi tanto apprezzati e tradotti, non sarebbero nemmeno menzionati nei nostri
cataloghi senza l’intelligenza fine e sicura con la quale Mauro li ha riscattati al pregiudizio
sull’inaridimento della letteratura russa con la fine del dissenso.
Nell’ospedale fiorentino in cui il cancro l’ha portato via nel giro di un mese, Mauro aveva accolto con entusiasmo l’invito di un altro dei suoi amici più cari, Francesco Cataluccio, a misurarsi con una nuova traduzione della “Leggenda del Grande Inquisitore”. L’avrebbe consegnata in autunno.

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VIAGGIATORE NEL CUORE DELLA RUSSIA (da "il manifesto" del 09.08.05)

E’ morto ieri mattina a Firenze, dopo una breve e aggressiva malattia, Mauro Martini, il più originale e profondo conoscitore della letteratura, della politica e della società russa che avevamo in Italia. Aveva quarantanove anni e insegnava Letteratura russa all’Università di Trento, scriveva regolarmente per Alias e il manifesto, oltre che per altre testate (come “il Foglio” e “l’Espresso”). Era un veneziano
dolce e triste, un uomo di grande cultura e interessi (conosceva tra l’altro, cosa rara in uno slavista, perfettamente, il polacco e il ceco e la letteratura di quei paesi). Uno spirito libero da ogni forma d’ideologia (era stato iscritto al Pci in gioventù) e disciplina accademica e culturale. Insegnava all’università senza essersi mai laureato (raro caso, diceva scherzando, come Furio Jesi, al quale si ispirava nel metodo di studio e di ricerca). Studente di Storia contemporanea all’Università di Firenze, si era occupato dei drammatici rapporti tra il partito comunista polacco e quello sovietico negli anni
Trenta. Consegnata la tesi, frutto d’anni di ricerche negli archivi polacchi, non si presentò mai alla discussione (“la laurea non ha senso”, spiegò ai professori e agli amici sterefatti).
In Polonia (poiché in Unione Sovietica sarebbe stato impensabile fare questo tipo di ricerche) era entrato in contatto con gli ambienti dell’opposizione che avrebbe dato vita, di lì a pochi anni a Solidarnosc. Coraggiosamente si offrì di portare da Berlino ovest a Varsavia, dentro capienti borsoni
da ginnastica neri, ciclostili smontati per aiutare la stampa clandestina di libri e giornali. Quando si parlava con Adam Michnik o Jacek Kuron della situazione italiana, ci si sentiva sempre chiedere: “Cosa ne pensa Mauro Martini?”. Ebbe molta influenza su di loro: ci passava le serate a bere vodka e discutere di Nicola Chiaromonte, di Silone, del Partito d’azione, dell’eurocominismo.
Ma la sua passione era la Russia. Aveva un’affinità particolare con quel mondo. Niente a che fare col mito della patria del socialismo realizzato, né tantomeno col solito dostojevskianesimo d’accatto, tipo
“tormentata anima russa” e icone luccicanti.
Martini era affascinato dal senso tragico di un problema tutt’oggi poco compreso e studiato: la Russia come problema per l’Occidente, e l’Occidente come problema per la Russia. Sui punti di riferimento erano gli scritti di Dieter Groh (La Russia e l’autocoscienza europea, Einaudi), del suo maestro Vittorio Strada, ma soprattutto le riflessioni degli intellettuali polacchi come lo scrittore Gustaw Herling, Andzej Walicki (autore di Slavofilismo. Un’utopia conservatrice), Ryszard Przybilski e Wiktor
Woroszylski.
Per questo, all’interno del dissenso russo, preferiva le posizioni di un Siniavskij a quelle di Solzenicyn. C’è una bella e significativa fotografia che lo ritrae, col mezzo toscano in bocca, durante uno dei dibattiti alla Biennale del dissenso (Venezia, 1977), accanto proprio a Siniavskij e Herling. Martini, non possedendo appoggi accademici o ufficiali e non potendo fare altrimenti, viaggiava in lungo e in largo l’Unione sovietica facendo l’accompagnatore turistico per l’Italtour. Trovava sempre il tempo per fare un salto nelle librerie e le biblioteche o incontrare di nascosto qualche dissidente. Finì col passare spesso da Samarcanda, mostruosa ricostruzione di un passato crollato per i terremoti e le guerre: simbolo, per lui, del futuro di una nazione destinata a esplodere come una galassia impazzita, tra violenze e mafie, ma anche libertà e nuove, inedite, possibilità. Agli inizi degli anni ottanta fu tra i fondatori e i principali animatori del trimestale sul dissenso in Urss e nel centro Europa “l’ottavo giorno”; contribuì all’esperienza del supplemento di “Reporter”, “Fine secolo“, diretto da Sofri; diresse il mensile fondato da Silone e Chiaromonte “Tempo presente“, trasformando uno stanco organo del Psdi nella vivace e interessante rivista delle origini, aperta alle questioni politiche e culturali dell’Est, così come fece successivamente con il mensile “Mondo operaio”. I suoi scritti di quegli anni, anche per altre riviste e giornali, rielaborati e ripensati in un disegno unitario, furono pubblicati col titolo Le mura del Cremlino (Reverdito, 1987).
Dopo il 1989, Martini si dedicò alle traduzioni (tra le quali, vanno ricordati i racconti di Gustaw Herling, Gli spiriti della rivoluzione russa di Nikolaj Berdjaev e la recentissima antologia enaudiana: La nuovissima poesia russa), alla consulenza editoriale (per Einaudi) e continuò a focalizzare i suoi interessi sulla letteratura, come principale fonte di interpretazione della società, come dimostrato nel saggio sul Dottor Zivago (Metauro 2003). Questi studi hanno prodotto due libri che rimangono come un testamento culturale imprescindibile per coloro che vogliono capire la Russia: Oltre il disgelo. La letteratura russa dopo l’Urss (Bruno Mondadori, 2002) e L’utopia spodestata. Le trasformazioni culturali della Russia dopo il crollo dell’Urss (Einaudi 2005). Uno dei libri che amava di più era Mosca- Petuski di Venedikt Erofeev (conosciuto anche come Mosca sulla vodka, nell’ edizione
feltrinelliana): il capolavoro della letteratura del samizdat che fece conoscere al mondo un’altra Russia, amara e ironica, senza illusioni né orgoglio, che si consolava con le donne e l’alcol. Nell’ultimo anno,
Martini, progettava, oltre a una nuova traduzione di una scelta delle poesie di Vladimir Majakovskij (che dimostrasse finalmente che era un “grande poeta d’amore”), uno studio su Isaak Babel’, l’autore dell’ Armata a cavallo, a suo dire “il più grande scrittore russo del Novecento, il precursore di Erofeev e di tutti coloro che, in quella bellissima lingua, vorranno e sapranno continuare a raccontare la tragicomica vicenda umana”.

Francesco M. Cataluccio


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Dal BOLLETTINO PER SOFRI E BOMPRESSI N. 850, 09.08.05

E’ mancato Mauro Martini, lo abbiamo saputo solo ieri sera.
Di lui si potrebbero dire tante cose; ne parla Adriano dal Foglio di oggi. Per noi era prima di tutto un amico del bollettino e un protagonista del digiuno.
Avevamo annunciato ieri la sospensione del bollettino. Oggi la riprendiamo solo per lui.
Ciao Mauro

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MARTINI, LA RUSSIA OLTRE L'URSS (da "il Corriere della Sera" del 09.08.05)

È morto ieri, stroncato da una grave malattia, Mauro Martini, studioso di cultura e storia dei Paesi dell’Est. Nato a Venezia nel 1956, insegnava Letteratura russa all’Università di Trento.
Con l’improvvisa scomparsa di Mauro Martini, la non folta schiera degli studiosi della cultura e letteratura russa o più genericamente della Russia si è impoverita, perdendo un suo membro di valore. Più che uno studioso accademico, Martini è stato un «ricercatore sul campo», essendosi il suo interesse e la sua perizia esercitati soprattutto nella sfera della realtà prima sovietica e poi russa attuale, delle quali è stato testimone e analista attento, da ultimo, come tutti quelli che condividevano il suo campo di studio, rivolto in particolare alla transizione tra le due ipostasi della Russia novecentesca: quella del lungo periodo comunista e quella, ancora gravata dall’eredità sovietica, emersa a partire dal 1991 attraverso una svolta epocale pari, per significato storico, a quella dell’ottobre 1917, ma, naturalmente, di segno ideologico e politico inverso.
Ultimamente i suoi interventi si potevano leggere, in particolare, sulle pagine del Foglio di Giuliano Ferrara: si trattava di articoli informati, equilibrati, illuminati sugli eventi politici, non sempre adeguatamente seguiti dalla grande stampa, non soltanto della Federazione russa, ma anche dell’area delle repubbliche ex sovietiche che, diventate autonome e sovrane, sono pur sempre legate, in senso geopolitico e storico, alla Russia.
Gli studi di Mauro Martini avevano, però, un orizzonte più ampio: si spingevano oltre la politica immediata per esplorare il retroterra culturale postsovietico russo, come dimostrano i suoi due ultimi libri, editi rispettivamente da Bruno Mondadori e da Einaudi. Il primo, del 2002, intitolato Oltre il disgelo. La letteratura russa dopo l’Urss, a suo tempo recensito sulle pagine di questo giornale, indaga quella che è sempre stata la sfera più sensibile del mondo russo, quella letteraria, con una particolarissima trasformazione-deformazione nel periodo sovietico e con un ritorno a una quasi normalità nel quindicennio postsovietico. Si tratta di due fasi distinte, ma non prive di fili di continuità, che Martini ha seguito, approfondendo poi la sua ricerca in un campo più ampio, sia pure centrato sempre sulla letteratura a scapito forse di altre sfere di cultura, nell’altro suo libro, uscito proprio quest’anno, L’utopia spodestata. Le trasformazioni culturali della Russia dopo il crollo dell’Urss (pagine 182, 15,50).
Nel panorama culturale italiano, dove la Russia ha perso quel posto centrale d’attenzione che occupava quando era sovietica e troppo spesso diventa oggetto d’informazione solo quando qualche evento tragico o scandaloso la investe, mentre, in realtà, essa costituisce una realtà politica, sociale, culturale tra le più interessanti del mondo, Mauro Martini aveva dato il suo contributo di studioso e insieme di «cronista», lasciando un buon ricordo in chi lo ha conosciuto e apprezzato.

Vittorio Strada

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Mauro Martini ci ha lasciato. Era uno dei migliori studiosi della Russia di oggi.
Molti di voi l'hanno, in un modo o nell'altro, e in ogni caso in tutte le nostre iniziative, conosciuto.
Ma soprattutto abbiamo perso un amico, una persona colta, sensibile e generosa.
Quando il dolore è forte non c'è retorica né belle parole che possono colmare questo vuoto. Mauro ci mancherà sempre.
Centro Studi sulla Storia dell'Europa Orientale

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Dal "Gazzettino" del 10.08.05
Trento - L'ultima volontà di Mauro Martini , docente di letteratura russa e grande esperto dell'Europa orientale morto lunedì all'ospedale di Firenze all'età di 49 anni, è stata quella di essere sepolto nel cimitero di Venezia dove riposa il poeta russo Josif Brodskij (1940-1996), Nobel per la letteratura 1987. Martini amava molto quel poeta nativo di San Pietroburgo che, esiliato dall'Urss e riparato in America, aveva trovato nelle atmosfere invernali veneziane i ricordi della città natale e l' ispirazione per i suoi versi. Anche Martini era nato a Venezia e l'amore per la città lagunare era un altro dei legami che lo accomunavano a Brodskij. Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, ha accolto il desiderio di Martini e probabilmente la sepoltura avverrà domani.

Mauro Martini insegnava letteratura russa alla facoltà di Lettere dell'Università di Trento dal 1997. Il preside, Fabrizio Cambi, lo ricorda come «un grande studioso e un eccellente interprete delle realtà politiche contemporanee». Martini era uno dei più grandi esperti italiani della storia e della cultura dell'Europa orientale: dagli anni '80 in poi ha svolto un'intensa attività giornalistica, collaborando con quotidiani, periodici e riviste specializzate e fornendo la sua consulenza a varie trasmissioni televisive.

Cultura in lutto

«È importante e giusto che il Comune di Venezia abbia accolto la richiesta di Mauro Martini , scomparso ieri a Firenze a soli 49 anni dopo una breve e crudele malattia, di essere sepolto a San Michele, vicino al grande poeta Iosif Brodskij». Così Gianfranco Bettin commenta la notizia della morte dello studioso e il suo desiderio di essere sepolto a San Michele.«Mauro Martini - dice Bettin - è stato uno studioso eccellente, sulla scia dei grandi intellettuali e studiosi veneziani, curiosi delle geografie fisiche e culturali del mondo. In particolare, Martini ha aperto al nostro paese nuove vie per conoscere la cultura e la società slava e russa in particolare, prima e dopo la caduta del Muro. È giusto che, nel momento della sua morte troppo prematura, Venezia gli dia riposo dove avergli dato i natali».

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Caro professor Martini,
mai avremmo pensato di scriverle in un’occasione simile, da così lontano...
Ma mai avremmo pensato che un insegnante potesse lasciare un segno così profondo.
Tutti elogiano la sua vita di intellettuale e studioso a 360 gradi del mondo slavo. Noi l’abbiamo conosciuta come professore e, ci piace pensare, anche un po’ come persona.
Per noi è stato il migliore tra tutti, il solo in grado di capirci e a farsi capire. Diretto, ironico, grandioso, unico. E senza laurea. Per questo
straordinario!
Noi siamo state tra i primi suoi studenti di Trento. Ci ha aiutato durante i nostri ultimi anni di università, scombinando l’immagine di docente che avevamo sempre avuto.
Era il professore-non-professore, disinvolto, spontaneo, disponibile. Quel muro invalicabile tra insegnante e studente con lei non era più così tanto alto.
Ha saputo farci apprezzare aspetti della letteratura a volte meno interessanti, perché assistere alle sue lezioni era bello, coinvolgente, stimolante. Era un’inesauribile fonte di sapere.
Ci ha accompagnato fino alla fine, fino a quella laurea che per lei non aveva senso. Ed aveva ragione!!
Dopo quel momento le nostre vite ci hanno portato altrove. Ma nei momenti in cui ci siamo ritrovate a pensare a quel periodo, lei era sempre presente nei nostri ricordi.
Ora però proviamo una profonda tristezza nello scriverle questa lettera.
Vogliamo ricordarla così: con quel suo mezzo sorriso con cui le piaceva ironizzare e prenderci in giro e con cui pensiamo lo stia facendo tuttora.
Arrivederci professor Martini

Anna Sartori e Laura Visentin (11.08.05)

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LA RUSSIA DI MARTINI (Il Riformista 11.8.05)
Se la scomparsa di Mauro Martini, qualche giorno fa a Firenze, lascia un gran vuoto, oltre che nel cuore dei suoi amici, nel mondo non solo italiano di slavisti e polonisti, molto mancherà anche agli orientalisti, gli amanti dell’Asia. Una regione i cui confini geografici, da ognuno stiracchiati a questa o quella longitudine o latitudine, non bastano a disegnarne la complessità. Per parafrasare Adriano Sofri, che di Mauro è stato molto amico, Martini “aveva capito che l’Europa non può definirsi se non in relazione alla Russia, e che la Russia, benché non sia Europa, può almeno essere occidente”. E, aggiungeremo qui, Mauro aveva capito che neppure l’Asia può definirsi tale senza la Russia anche se il cuore e la mente di Mosca guardano (ma forse solo apparentemente) verso occidente. La politica asiatica di Putin è poco indagata in Italia, dove le uniche mosse del titanico presidente sembrano interessarci al massimo per i suoi scontri con Bush, per le battaglie interne al potere dei nuovi oligarchi o (quando va bene) per le vicende cecene. Martini questo aspetto asiatico della nuova Russia l’aveva invece colto molto bene. E non deve infatti stupire che, accanto alla sua passione per la Russia e l’Europa dell’Est, il nostro Mauro coltivasse da anni anche una grande attenzione nei confronti della Cina. Poiché era persona generosa condivideva con altri le sue analisi e in molti, chi scrive per il primo, ne han tratto beneficio forse anche nel capire che la dimensione di Mosca in Asia è ben più vivace di quanto in realtà non appaia. Del resto qui premeva ricordare un personaggio la cui generosità umana è stata più ampia della sua statura intellettuale che pure, come hanno ricordato molto bene Sofri su Il Foglio e Francesco Cataluccio su il manifesto, era grande e difficilmente collocabile entro qualche angusto confine. Come l’Asia appunto. Un abbraccio, Mauro, da Levante a Ponente.
Emanuele Giordana

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Non ero in Italia quando ho saputo della morte di Mauro Martini. Come dottorando di ricerca all’Università di Trento ho avuto la fortuna di conoscerlo e di seguire i suoi seminari. Sento di dover dire qualcosa in merito, erano occasioni rare. Parlava con la consueta sicurezza, senza avere davanti alcun appunto, a volte nemmeno qualche libro, facendo appello ad una memoria prodigiosa. Trattava, ad esempio, del rapporto fra cronaca, narrazione e romanzo. Erano grandi affreschi, cui lavorava per parti.
Andava avanti per tre ore. La settimana dopo riprendeva a memoria da dove aveva interrotto. Chi lo ha ricordato lo ha conosciuto certo meglio di me, ma ho passato molte ore nei bar di Trento a discutere con lui di letteratura: dell’importanza capitale di Babel per la tradizione americana della short story, ma anche per Hemingway, Bellow, Carver, P. Roth; della questione del romanzo come narrazione dell’individuo che abbandona una comunità; del fatto che mettendo assieme i grandi esponenti del romanzo europeo del secondo Novecento non si possa riconoscere una tendenza culturale, cosa che a suo modo di vedere si può fare per gli americani (e non parlava di post-modernismo); della letteratura italiana, di cui conosceva ogni
dettaglio. Sono stato testimone divertito delle sue dispute scherzose con Massimo Rizzante sugli scrittori dell’Europa Centrale e su Kundera.
Erano momenti in cui lasciava spazio alla sua inconfondibile ironia. Sul fronte degli studi, si diceva dispiaciuto che pochi oggi avessero a cuore di metter mano a delle sintesi di grande impegno (quelle cui non cessava di dedicarsi). Manteneva il più stretto riserbo su quel che faceva, non parlava mai di sé. Qualche mese fa, sfogliando Nuovi Argomenti, avevo visto un suo racconto. Senza entrare nel merito, mi aveva risposto che in Russia era già stato pubblicato.
Si è detto della sua generosità. Pochi giorni fa, in occasione di un evento felice che mi riguardava, mi aveva inviato un messaggio telefonico per farmi gli auguri e dirmi che si dispiaceva della forzata interruzione delle nostre conversazioni. Naturalmente è a me che mancano. E’ stato un maestro per tutti quelli che l’hanno incontrato. Era un amico.

Walter Nardon (11.08.05)

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ADDIO A MAURO MARTINI, SLAVISTA DEL DISGELO (Titti Marrone, Il Mattino 11.8.05)
È morto l’altro giorno all’ospedale di Firenze a 49 anni lo slavista Mauro Martini. Insegnava letteratura russa all’Università di Trento dal 1997. Martini era uno dei più grandi esperti italiani di storia e cultura dell'Europa orientale. Dagli anni '80 ha svolto un'intensa attività giornalistica, collaborando con vari giornali, tra cui «Il Mattino», e fornendo la sua consulenza a molte trasmissioni televisive. Autore di opere sulla poesia e la cultura russe, ha pubblicato con Einaudi e Mondadori antologie e saggi critici soprattutto sulla nuova letteratura russa. Nei suoi scritti più recenti raccontava la situazione tipica di quando si rompe la cappa opprimente di un regime, mostrando la Russia postsovietica al c

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caro Mauro, solo mercoledì a Firenze, quando ti ho rivisto, con la tua camicia di jeans e le tue scarpone tondeggianti, ho capito che a settembre ci toccherà davvero riaprire i battenti della Facoltà senza di te. A chi come me in questi giorni vaga su internet cercando frammenti di Mauro che consentano di stare ancora un po' con te forse è giusto ricordare che, oltre a tutto quello che già è stato detto sulla tua caratura intellettuale, sulle tue notevolissime doti di didatta, sei anche stato, molto semplicemente, uno splendido collega. Mi è difficile pensare che non ti rivedremo più aggirarti con aria sorniona per i corridoi della Facoltà, sempre pronto ad andare a bere un caffè, a fare una pausa coi fumatori. Non eri mai di fretta, non ti facevi mai prendere dall'ansia eppure macinavi senza ostentazione una mole enorme di lavoro, senza farlo mai pesare. Mi è difficile pensare che dovremo fare a meno del tuo ironico disincanto, delle tue lucide e impietose analisi accompagnate, comunque, da una riservata bonomia, dalla volontà di non perdersi troppo nei rivoli minori della vita e di continuare a organizzare qualcosa. Guardavi sempre tutto, non ti sfuggivano mai i dettagli e questo faceva di te una persona di grande sensibilità, capace di cogliere anche i più nascosti stati d'animo che sapevi conservare con un pudore tutto tuo. Non voglio cedere a ricordi troppo personali; tutti quelli che hanno fatto un pezzo di strada con te avrebbero sicuramente tanto da raccontare. Spero solo che tu abbia potuto cogliere quanto in questi due mesi di tua assenza ti abbiamo pensato, con preoccupazione e speranza, e quanto ci sei mancato e ci mancherai. Che te ne sia andato con la certezza che tante persone a cui avevi regalato il tuo affetto discreto, fatto di battute e risate, ora si sentono più sole. Grazie di tutto.

Elena Liverani (17-8-2005)

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DA l'Espresso (cultura) settimana dal 19/8/05

Majakovskij innamorato

L'effimera Urss contro la Russia eterna. L'eredità di Mauro Martini, grande studioso e nostro collaboratore

di Wlodek Goldkorn

Mauro Martini era un uomo libero e coraggioso. Insegnava letteratura russa all'Università di Trento, scriveva libri e saggi estremamente dotti, colti e raffinati in cui schiudeva vie di ricerca nuove e che il mondo accademico non osava ripercorrere. Nello stesso tempo contribuiva con i suoi articoli, anzi - è il caso di dirlo - i suoi 'pezzi', ai giornali, primo fra i quali 'L'espresso'. Nato a Venezia, è morto l'8 agosto a Firenze: aveva 49 anni, e un grande futuro avanti.

In questo futuro c'era un libro su Majakovskij, non come poeta politico, brutale e iconoclasta portabandiera del bolscevismo (così lo vuole la leggenda e la tradizione) ma, al contrario, come un grande e tenero bardo d'amore. E c'era l'idea di un saggio per spiegare come Lev Trockij non fosse un vero bolscevico, ma un socialista radicale. Radicale perché innamorato della letteratura, e soprattutto perché Trockij, secondo Martini, interpretava e analizzava la società russa non tanto con categorie marxiste, quanto da critico letterario. Così anche per Mauro era la letteratura (e le arti) la chiave per comprendere la vita e la società. Ed è questa la più importante lezione ed eredità che lascia uno studioso fuori da ogni schema. Martini da vero intellettuale radicale (come Hannah Arendt, è il primo paragone che viene in mente) mescolava i generi, e si rifiutava di seguire le gerarchie del sapere. Oltrepassava con leggerezza i confini tra il mondo accademico e quello giornalistico, anzi, non si accorgeva di questi confini. Da un corso con gli studenti veniva fuori un pezzo per 'L'espresso', da un articolo nasceva un saggio. E da una serie di saggi un libro, dal quale traeva a sua volta spunto per un intervento.

Ma la forza e l'originalità del suo pensiero non stava solo nella leggerezza con cui oltrepassava le frontiere: vere e metaforiche. Martini, di formazione storico della Polonia, ha avuto sulla Russia alcune intuizioni con le quali dovranno fare i conti gli slavisti delle future generazioni. Parlando negli anni Settanta e Ottanta con gli amici polacchi, aveva capito che il vero problema dell'Europa (da cui la Polonia è stata per decenni sottratta) è il rapporto con la Russia. Non con l'Urss, ma appunto con l'eterna Russia. Da lì, una scoperta fondamentale, fatta di recente e spiegata nel suo ultimo libro 'L'utopia spodestata. Le trasformazioni culturali della Russia dopo il crollo dell'Urss' (Einaudi): il tempo e lo spazio russi, lenti e sterminati, sono diversi dal tempo e dallo spazio europei. E la violenza bolscevica consisteva nel tentativo di imporre al paese un tempo occidentale, appunto. La ricerca sul rapporto tra Russia e Occidente ha portato Martini a una sorta di devozione per San Pietroburgo, finestra russa sull'Ovest e per questo sede di ogni avanguardia. Ma l'amore per questa città non gli ha impedito (un'altra intuizione fondamentale) di capire la 'perdita del centro' della Russia. Spiegava, nell'antologia 'La nuova poesia russa' (Einaudi), come grazie a Internet le due capitali, Mosca e Pietroburgo, non sono più centri propulsori dela cultura, si può essere scrittori anche in provincia: ed è lì la vera sconfitta del bolscevismo, ma anche dell'occidentalizzazione forzata del paese.

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Ho appreso ieri per puro caso la notizia della morte di Mauro: una notizia incerta purtroppo orribilmente confermata da una breve verifica.

La tristezza e il dolore sono tali che non riesco neanche a comporre i miei pensieri. Il mio ricordo più lontano di Mauro Martini, una delle persone che più ho stimato in tutta la mia vita, risale al 1982: abbiamo fatto il militare assieme a Pordenone, entrambi eletti di malavoglia nelle rappresentanze militari. Abbiamo passato sempre assieme un anno, in ogni momento del nostro tempo libero, tra processini, bevute di nascosto in fureria, serate intorno a una birra leggendo e commentando Le Monde Diplomatique e parlando lui di letteratura e io di fisica, o ridendo di uno scherzo ben riuscito fatto a un sergente spaventato dal fluente polacco che Mauro parlava al telefono con un amico lontano. Poi gli incontri, spesso a Firenze, si sono diradati sempre più al nostro rientro alla vita reale.

In mezzo alle nebbie di quella stagione, la luce dell'intelligenza di Mauro è stato un bagliore che non ho più dimenticato. E ciò che più ricordo e a cui torno con il pensiero è la finezza di quella intelligenza che si univa alla capacità di parlare con tutti e di intendersi con tutti, sempre con quella ironia che allora si accompagnava invariabilmente al suo sigaro toscano, perennemente in bocca come la sigaretta di Yanez cui accennò scherzando in una piccola dissertazione a mio esclusivo uso e consumo sul parallelo malese e caraibico in Salgari, che per me era rimasto esclusivamente una lettura infantile, e che, nelle sue parole, cresceva
e diventava qualcosa che io non avevo saputo nemmeno intuire. Ammiravo, invidiavo quella incredibile semplicità e quella quasi ostentata rustichezza con cui, per parlare con chiunque, spesso nascondeva la sua intelligenza.

E' passata una vita da allora - 33 anni! - e non l'avevo mai dimenticato e recentemente ero felice di sapere che che le sue parole avevano trovato finalmente tante vie; e qualche volta, ascoltando la radio e sentendo un suo intervento o una sua intervista pensavo con orgoglio da bambino: "Il mio amico Mauro!", sperando che fossero passati per sempre i tempi incerti.

Appena ritrovato con una email, scopro che è troppo tardi e che ha voluto essere sepolto a Venezia; ripenso alle parole con cui mi descriveva Venezia come gli era apparsa una volta in sogno: Venezia che emergeva dal mare, grandiosa, magnifica, immagine numinosa sgorgata con naturalezza in quella sua visione onirica, senza trama o parole. E penso con rabbia alla morte bastarda che porta via senza guardare chi rapisce.

Ciao Mauro

Daniele Radogna

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Sono una cugina acquisita di Mauro Martini.
E, come tale, lo conoscevo dal 1979.
A differenza di chi lo ha ricordato negli articoli e nei saggi pubblicati, non ho le competenze per aggiungere nulla sulla sua importante vita professionale e culturale.

Però, come molti, alla radio e le poche volte che avevo occasione di passare dalla casa di Firenze, sapevo che si poteva contare su pareri approfonditi se si volevano capire alcuni aspetti della politica dei paesi dell'oriente europeo. Una sorta di garanzia per non perdersi in un universo complicatissimo per i non addetti ai lavori.

Non ho potuto partecipare al funerale di Mauro avvenuto così precipitosamente a Venezia.
Ma vorrei aggiungere un piccolissimo ricordo personale.
Tre anni fa per le feste di Natale ero con mia figlia di sette anni nella particolarissima casa dei Martini, a Firenze.
Una casa completamente rivestita dalle librerie di Mauro e degli altri familiari.
Mauro non permetteva che si facesse confusione in casa quando lavorava, il che avveniva quasi sempre.
In cima a una di queste librerie stava seduto, assai in alto, un grande coniglio di pezza.
Entrando da un'altra stanza trovammo inaspettatamente Mauro non al tavolo da lavoro ma, curiosamente, arrampicato su una scala a pioli nel tentativo di porgere a mia figlia l'enorme coniglio. E il sorriso che aveva non era quello dell'ironico commentatore pronto a stroncare chiunque si abbandonava a commenti conditi di qualche luogo comune.

Mauro col coniglio è il mio ultimo, ma umanissimo, ricordo del Prof. Martini.

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