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GLI ARABI: RITIRO IMMEDIATO DEGLI USA DALL'IRAQ 25/3/2003

di Paola Caridi

Martedi' 25 Marzo 2003
Condanna dell’aggressione angloamericana contro l’Iraq e ritiro immediato dei soldati dal territorio iracheno. Il mondo arabo riesce a raggiungere, ancora una volta, una formale unità e si schiera contro la guerra a Saddam: questa la conclusione della riunione dei ministri degli esteri della Lega Araba, tenutasi ieri al Cairo, che hanno anche chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Per l’Iraq, si tratta senza dubbio di un successo diplomatico, anche se oggi il vice di Saddam, Taha Yassin Ramadan, ha bollato il documento della Lega Araba come debole, indicando probabilmente la necessità, per il regime di Bagdad, di tempi stretti per arrivare a un cessate il fuoco.
Recriminazioni irachene a parte, resta da vedere, però, cosa potrà significare, nei prossimi giorni, un documento che chiede “a tutti i paesi arabi di astenersi dal partecipare a tutte le azioni militari che attentano all’unità e all’integrità territoriale dell’Iraq e di tutti i paesi arabi”. Soprattutto per quegli Stati, come i piccoli emirati del Golfo, che hanno offerto la propria terra per le basi militari americane. Sotto il documento, infatti, c’è l’accettazione del Qatar, che ospita il comando militare di Tommy Franks. C’è quella del Bahrein, che ospita la Quinta Flotta americana. E, seppur con riserve, non c’è il voto contrario del Kuwait.
L’unità attorno al documento di ieri, però, non sana le divisioni ormai molto profonde e palesi nel mondo arabo. Tanto da minare l’utilità di un organismo, come la Lega Araba, considerato da tutti come uno strumento ormai inutile di fronte alle crisi. Un malessere reso evidente dalle dichiarazioni del ministro degli esteri del Qatar, secondo il quale “queste riunioni non porteranno mai ai risultati che si aspetta la gente della strada nel mondo arabo”.
Parole che fanno comprendere la distanza tra i governi impacciati di fronte alla crisi irachena e le masse arabe, rabbiosamente contrarie all’attacco. Masse alle quali, di prima mattina, si era rivolto Saddam Hussein, in un discorso trasmesso dalle tv satellitari in tutta la regione appena alla vigilia dell’incontro della Lega Araba. A uso e consumo del pubblico arabo che da quattro giorni segue col fiato sospeso la guerra angloamericana contro l’Iraq.
Quello pronunciato ieri mattina da Saddam Hussein è stato, infatti, un discorso per gli arabi, e non solo per gli iracheni. Il giorno per il grande rientro televisivo è stato, infatti, scelto dal rais di Bagdad con una perfetta regia a uso e consumo – stavolta - del pubblico arabo che da quattro giorni segue col fiato sospeso la guerra angloamericana contro l’Iraq.
Prima le immagini-choc dei prigionieri e dei cadaveri americani, che prodotto anche applausi nei caffè delle capitali della regione, dove la gente fuma la shisha, beve tè e guarda Al Jazeera. Poi la comparsa a sorpresa del ministro degli esteri iracheno al Cairo per partecipare alla riunione dei capi della diplomazia alla Lega Araba. Infine, ieri, il discorso di Saddam rilanciato di prima mattina dalle tv arabe via satellite. Con qualche ora di anticipo rispetto al primo incontro in tempo di guerra tra i ministri di un mondo arabo, profondamente diviso di fronte all’intervento militare.
Il dittatore iracheno ha gestito con sapienza tre elementi importanti per tutti i popoli della regione. L’attacco a un paese arabo, e soprattutto musulmano, da parte degli angloamericani. Il richiamo alla jihad, alla guerra santa, e alla Palestina in un discorso pieno di richiami religiosi. E infine l’idea di giocare la carta del tempo, di costringere Stati Uniti e Gran Bretagna a una guerra lunga che avrebbe, tra le sue conseguenze, quella di far aumentare la rabbia nel mondo arabo.
Ci mancava, insomma, il discorso di Saddam a rendere più complicata la giornata dei ministri degli esteri, già pressati da una opinione pubblica sempre più antiamericana. E dalle profonde divisioni del fronte arabo. I capi della diplomazia della regione si sono, infatti, trovati a discutere su due documenti, sostanzialmente uguali e contrari, all’ordine del giorno: il primo, uscito dalla penna della Siria, e sostanzialmente approvato, che chiede la fine immediata e senza condizioni dell’attacco, la sua condanna come un atto di aggressione e una violazione del diritti internazionale verso un paese membro della Lega Araba e delle Nazioni Unite, infine la richiesta di una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Accanto, il documento presentato dal Kuwait, poi ritirato nel tardo pomeriggio, che chiedeva di condannare l’Iraq per l’aggressione perpetrata con il lancio di missili oltreconfine.
Se questa, però, è l’immagine pubblica della riunione di ieri, non vi è dubbio che i tentativi politici e diplomatici per porre fine alla guerra sono andati avanti. L’ipotesi dell’esilio di Saddam, insomma, non è stata del tutto scartata, neanche in tempo di guerra. E la presenza di Naji Sabri al Cairo non è interpretata, da alcuni osservatori, solo come un tentativo di infiammare le masse arabe. Ma anche come il primo contatto tra la dirigenza irachena sotto bombardamento e i diplomatici arabi, sempre più desiderosi di porre fine a un conflitto pericoloso e dagli sviluppi imprevedibili. Anche all’interno dei paesi “fratelli” dell’Iraq.




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