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IMPEACHMENT PER GLORIA 26/7/05

Nel giorno in cui la Arroyo si rivolgeva al parlamento per il discorso annuale sullo stato della nazione (in sostanza il bilancio), una quarantina di deputati hanno consegnato una mozione che ne chiede le dimissioni

Theo Guzman

Martedi' 26 Luglio 2005

Quello che forse in queste ore deve far penare la signora Gloria Macapagal Arroyo, presidente in difficoltà delle Filippine, dev’essere la scomparsa del cardinale Jaime Sin. Il potente porporato, a capo della nazione più cattolica dell’Asia, che diversi anni fa’ la incoronò a capo dello stato sulle piazze di Manila, ancor prima che lo facesse il parlamento, se n’è infatti andato da meno di un mese.
E adesso che il suo grande difensore non c’è, Gloria Arroyo sta passando il periodo peggiore della sua vita, da quando, da figura di secondo piano della politica filippina, ne è diventata leader indiscussa. Poi è arrivata la vicenda di una telefonata che l’Arroyo fece, durante le ultime presidenziali, a un funzionario responsabile del conteggio delle schede. La presidente, in giugno, ha ammesso la telefonata ma ha negato di aver voluto influire sul voto. E’ corsa ai ripari, dopo qualche tentennamento, con la formazione di una commissione di indagine sui risultati elettorali, ma ormai era tardi: Gloria aveva per la prima volta fornito all’opposizione una solida carta da giocare. E, dicono a Manila, nessuno avrebbe sperato nelle sue dimissioni fino a che qualche suo alleato non ha cominciato a prendere le distanze. A quel punto un pugno di deputati si è fatto coraggio.
Così ieri, nel giorno in cui la Arroyo si rivolgeva al parlamento per il discorso annuale sullo stato della nazione (in sostanza il bilancio), una quarantina di deputati hanno consegnato una mozione che ne chiedeva l’impeachment. Avviando una procedura che adesso è nelle mani della Commissione giustizia che ha sessanta giorni per decidere. Sono però necessarie molte più firme. La procedura richiede infatti che sottoscrivano almeno un terzo dei 235 deputati della Camera bassa. Poi il fascicolo passerà al Senato, che ha l’ultima parola sull’impeachment, che deve però guadagnarsi due terzi dei 23 membri della Camera alta. Corsa contro il tempo dunque, ma in un clima infuocato e reso effervescente, in un paese che ama le saghe famigliari si chiamino Marcos, Aquino o Arroyo, anche grazie all’eccitazione popolare promossa dalle telenovela che impazzano sugli schermi, in uno scenario politico drogato dalla corsa all’immagine. Un sondaggio citato ieri dal Financial Times diceva che cinque filippini si dieci la vorrebbero a casa e già si sono viste le prime manifestazioni “contro”, anche se non certo con gli stessi numeri che la videro incoronata presidente dalla piazza quando tramontò la stella del presidente attore Joseph Estrada. L’accusa è di abuso di potere, di aver tradito la fiducia popolare e di corruzione per guadagnare voti. Brutta parla in un paese dove la corruzione è stato il sistema fondante del “crony capitalism”, il capitalismo dei parenti, termine che fu coniato per il regime dei Marcos. E c’è anche la famiglia di mezzo, dal marito ai parenti più stretti. Tutti ingredienti che fanno più stuzzicante la torta.
Per ora la lady di ferro filippina resiste. Ieri nel suo discorso sullo stato della nazione, dell’impeachment non ha fatto parola. Anzi, ha rilanciato. Il paese, ha detto, ha bisogno di riforme e si possono fare. Di più, alle Filippine, dice l’Arroyo, serve una riforma costituzionale che cambi questa democrazia american style con un sistema dove il parlamento conti di più. Una rivoluzione pensata come salvataggio in corner? Il sospetto c’è perché lo scandalo dura da un mese e la Arroyo ricorda bene che, con Estrada, il suo predecessore di cui lei era la vice, tutto cominciò proprio con un procedimento di impeachment. Poi ci pensò la piazza a fare il resto. Lei, all’epoca era piazzata bene e aveva alle spalle il potente arcivescovo di Manila che però ora è passato a miglior vita. E, chissà, forse si rigira nella tomba per non vedere.



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