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favorevoli alla democrazia solo fino a quando non contrasta con la loro visione del mondo. Un filo rosso sembra avvolgere Hosny Mubarak, presidente egiziano al suo quarto mandato, e Pervez Musharraf, presidente dai sei anni del Pakistan

Emanuele Giordana

Martedi' 26 Luglio 2005
Entrambi con una divisa militare nell’armadio. Entrambi con la mano pesante, quando ci vuole. Ambedue buoni amici dell’occidente. Ambedue musulmani ma con un tratto laico. Entrambi, infine, favorevoli alla democrazia solo fino a quando non contrasta con la loro visione del mondo. Un filo rosso sembra avvolgere Hosny Mubarak, presidente egiziano al suo quarto mandato, e Pervez Musharraf, presidente dai sei anni del Pakistan, che guida dal ’99 dopo un golpe incruento.
E’ la cronaca di queste settimane a focalizzare l’attenzione sui due personaggi e sui paesi che governano, l’Egitto e il Pakistan, colossi malati del variegato pianeta dell’islam. Ma non è solo il fatto che gli stragisti di questi giorni hanno lontane parentele pachistane, quando non sono addirittura nati nel “paese dei puri”. Musharraf e Mubarak sono in questo momento due pedine essenziali della guerra al terrorismo. Sono gli alleati più coccolati dagli Stati Uniti. Ma sono anche leader che, in casa, attraversano grandi difficoltà. L’uno non meno dell’altro. Sono inoltre due alleati probabilmente affidabili nella lotta all’islam radicale, ma non è detto che le loro scelte, improntate alla mano dura, siano per forza le migliori. I due hanno infatti un tratto in comune: sono uomini di regime, dittatori di fatto in paesi dove la democrazia è spesso un elemento puramente formale. E’ una strategia che paga?
Dei due, Muhammad Hosni Mubarak, è quello che viene più da lontano. Pellaccia dura, maturata nell’esercito dove si acquista fama di modernizzatore dopo la guerra dei sei giorni, persa dal Cairo con Israele nel ’67. E’ tra i pianificatori della guerra del ’73, ma anche l’uomo che vede la pace con Israele e il ritorno del Sinai all’Egitto. Classe 1928, del militare ha il piglio e il carisma. E’ liberale in economia, ma la democrazia gli piace solo se non contrasta i suoi disegni. Forse ne ha ben donde, visto che è sfuggito a sei attentati. La lezione la impara durante l’assassinio di Sadat. Gli succede e da allora domina la scena: eletto nell’87 e poi rieletto nel’93 e nel ’99. Ora corre per il quinto mandato, cosa inaccettabile anche nelle democrazie di facciata. E vincerà, come da tutti pronosticato. La sua lotta all’islam politico, che in Egitto ha la patria e i principali teorici, non dà quartiere. Al più alterna il bastone alla carota. Oggi è una retata, domani consente ai leader dei fratelli musulmani di essere eletti nelle liste degli ordini professionali. Ma non si va più in là. Bizantinismi egiziani, tecnicismi da tecnocrati, soluzioni radicali a problemi radicali. Oggi però c’è lo schiaffo di Sharm, la batosta che colpisce la sua principale pedina, Omar Suleyman, ma che a tutti fa puntare l’indice su un uomo che non ammette rivali. E per il quale la parola dissenso non esiste.
Pervez Musharraf è un novellino rispetto a Mubarak. Anche Pervez viene dall’esercito ed è poco che ha messo in naftalina la divisa. Ma lui pure, come Mubarak, si serve della parola democrazia soltanto come etichetta. Certo, in Pakistan esistono diversi partiti, un parlamento rappresentativo e, almeno formalmente, un esecutivo che dipende dal premier. Ma è il presidente a decidere tutto. Come altrimenti rivoltare il sistema di potere di un paese dove la casta militare, la potente burocrazia civile, l’intricato puzzle dell’intelligence giocano ognuno la sua partita? Pervez ha utilizzato il pugno duro coi gruppi radicali ma anche nel riformare dall’alto il sistema di potere pachistano. Ha messo mano alla riforma dei servizi, ha prepensionato generali e colonnelli, spostato dissidenti, premiato i sostenitori.
Personaggi indubbiamente diversi e a capo di due paesi molto diversi, hanno cercato di curare la stessa malattia, l’islam politico, col pugno di ferro. Con una differenza. In Egitto è così da sempre. In Pakistan, l’islam radicale è stato a lungo coccolato proprio dal potere, dai militari, dall’intelligence, da capi di stato laici e militari. Per Musharraf la strada è dunque più in salita. Ma la ricetta adesso è la stessa. Funzionerà?
Il punto di vera debolezza che hanno in comune è proprio la mancanza della democrazia di cui continuamente si riempiono la bocca. E la convinzione che c’è solo un modo per stare tranquilli in casa e al riparo dalle critiche degli alleati. Ma se per Musharraf la partita è iniziata da poco, per Mubarak la storia ha già vent’ani ininterrotti di potere e di mano pesante. Qualcuno dice che l’attentato di Sharm scopre definitivamente le carte. Mettendo in crisi la strategia del vecchio aviatore cresciuto all’ombra dell’esercito comandato da Nasser.



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