Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


IRAN-ISRAELE: LA NUOVA GUERRA FREDDA SI COMBATTE ANCHE IN ERITREA 16/12/12

CARESTIA, LA STRAGE SILENZIOSA IN ERITREA 15/09/2011

ERITREA/GIBUTI, PROVE DI GUERRA 14/06/08

ERITREA, CAMPAGNA ARRUOLAMENTI 25/02/06

VIA LE ONG DALL'ERITREA 20/2/06

VENTI DI GUERRA TRA ETIOPIA ED ERITREA 06/10/05

LA LUNGA MARCIA PER L'ERITREA 21/7/05

LE BOMBE A GRAPPOLO NELLA GUERRA DEI SASSI 10/10/04

LA LUNGA MARCIA PER L'ERITREA 21/7/05

Si è conclusa ieri a Roma, in piazza San Pietro, la lunga marcia di due fratelli eritrei partiti il 15 giugno scorso da Ginevra: 1200 km a piedi per ricordare al mondo la gravissima situazione dei diritti umani nell'Eritrea di Issayas Afeworki. Dimenticata soprattutto dall'Italia.

Barbara Yukos

Giovedi' 21 Luglio 2005
Sono soltanto in due, i fratelli ed ex atleti Samuel e Tekle Ghebreghiorgis, a marciare per ricordare al mondo la gravissima situazione dei diritti umani in Eritrea. Forse perché sono tra i pochi eritrei oggi in Europa a poterlo fare senza timore di ritorsioni. Trasferitisi in Germania nel 1980 con i genitori – dopo aver combattuto, nel caso di Samuel, nella guerra per l’indipendenza dall’Etiopia conclusasi nel 1991 -, oggi i due sono cittadini tedeschi. Niente parenti o proprietà ad Asmara e dintorni.

Partiti il 15 giugno scorso da Ginevra, quartier generale Onu, per “la più lunga manifestazione del mondo”, ieri sono finalmente arrivati a Roma. 1200 chilometri a piedi attraverso la penisola, scanditi da incontri con rappresentanti della società civile e autorità locali. Piccole realtà che hanno mostrato un grande interesse per l’iniziativa, dal Museo della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà di Torino, al comune di Bologna (città simbolo negli anni Settanta della lotta per l’indipendenza eritrea), fino al Rototom Sunplash international reggae Festival di Osoppo. A seguirli la roulotte Iwet dipinta con i colori della pace dell’associazione Asper di Napoli, e il sostegno ideale di Amnesty e HRW.
Ieri mattina in Vaticano hanno consegnato a una rappresentanza di papa Benedetto XVI la loro petizione diffusa su Internet, un po’ delusi della mancata udienza con il Pontefice, in vacanza in Val d’Aosta. “Ma non ci arrendiamo- dice Tekle – la petizione resta aperta finché non riusciremo a incontrare il Santo Padre, uno dei potenti del mondo”.

Perché l’Italia? “C’è da chiederlo? - si meraviglia Samuel - siamo stati colonizzati dagli italiani per 60 anni, prima del loro arrivo l’Eritrea non esisteva neppure sulle mappe geografiche. Speriamo che il vostro governo se ne ricordi, anche se attualmente ha più che altro rapporti con la dittatura eritrea, che sostiene indirettamente tramite gli investimenti commerciali” (come i recenti acquisti di Paolo Berlusconi sul litorale di Massawa, dove sorgeranno megastrutture alberghiere).

A Roma, del resto, vivono parecchi eritrei, moli dei quali emigrati negli anni Settanta, quando erano ancora cittadini etiopi. “Purtroppo il sostegno da parte dei nostri connazionali è stato basso, ma c’era da aspettarselo”, dice Tekle. La diaspora eritrea in Europa, spiega, è preda della paura: a quelli che hanno smesso di versare il 2% dei loro redditi al governo (tassa obbligatoria per tutti i residenti all’estero), le ambasciate ora rifiutano di rinnovare il passaporto, necessario per il rinnovo del permesso di lavoro; e chi ha familiari rimasti in Eritrea ha paura di criticare il governo in qualsiasi modo.
Intanto la situazione in loco continua a peggiorare, ricorda Tekle: “I diritti umani nell’Eritrea di Isayas Afeworki semplicemente non esistono”. La libertà di movimento dei civili è limitatissima, nelle città e nei villaggi non si vedono più giovani, spediti al fronte dove si gioca l’interminabile disputa di confine con l’Etiopia (90.000 morti, pù di 100.000 mutilati, una tregua nel 2000 oggi a rischio) o nei campi di addestramento militare, oppure fuggiti all’estero. La leva è obbligatoria per donne e uomini dai 18 ai 40 anni, e può durare fino a 6 anni. Frequenti i rastrellamenti violenti dei coscritti per le strade. Frequentissima la violenza dei militari sulle donne, come ha denunciato Amnesty nel 2004. Proprio nel paese che dopo l’indipendenza propugnò l’eguaglianza dei generi, facendosi modello per i popoli africani che ambivano all’autodeterminazione. La svolta autoritaria del governo, concomitante con la ripresa del conflitto con l’Etiopia nel 1998, ha ridotto alla fame il paese, oggi a rischio siccità. Gli aiuti internazionali sollecitati da Afeworki sono in parte arrivati, ma a livello politico da Ue e Usa poco o nulla si è mosso.
Migliaia di dissidenti sono spariti in carceri segrete, spesso da anni. “Peggio che sotto il Derg (il regime militare “comunista” autore del golpe contro Selassie) - commenta Samuel -, quando almeno si conosceva il luogo della prigionia”. Non esiste stampa libera né servizio radiotelevisivo al di fuori della propaganda (una rete, un quotidiano): nelle classifiche sulla libertà d’informazione di RSF e Freedom House, nel 2005 l’Eritrea è agli ultimi posti a fianco della Corea del Nord. Amnesty l’ha definita “la più grande prigione per giornalisti d’Africa”.

L’opposizione è debole e poco unita, dispersa tra Karthoum, Addis Abeba, Europa e Usa. Tutti provengono dalle file del partito di Afeworki, ex combattenti per la Liberazione del paese. All’interno dell’EPLF (Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea trasformatosi poi in PFDJ, Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, unico partito del paese) era sorta qualche critica: ma nel settembre 2001 i suoi portavoce, il cosiddetto “gruppo dei 15” (tutti ex ministri) furono imprigionati per aver osato proporre pubblicamente riforme democratiche. Ancora non si conosce la loro sorte.

Intanto l’Italia, mentre crescono gli ‘sbarcati’ che arrivano dall’Eritrea, nonostante due risoluzioni del Parlamento Europeo in proposito (2002 e 2004), ai richiedenti asilo eritrei concede per ora solo la Protezione Temporanea. Per quelli (pochi) che l’ottengono, il destino in Italia è quello di “paria”: a Roma e Milano la comunità eritrea è prevalentemente filogovernativa, ha alle spalle la gloriosa lotta per l’Indipendenza e il ricordo di un paese che talvolta non visita da anni, e considera gli ultimi arrivati e richiedenti asilo dei "traditori". Per gli altri c’è il rimpatrio, per Tekle “la cosa peggiore che può capitare”: lo scorso anno Malta rispedì in patria alcune decine di eritrei, immediatamente arrestati e condannati ai lavori forzati. Non se ne sa più nulla.

Vai al sito dell'iniziativa

L'articolo è stato pubblicato oggi sul manifesto



Powered by Amisnet.org