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COOPERAZIONE: SINDACATI VERSUS FARNESINA 1/7/05

In difficoiltà il direttore generale Giuseppe Deodato. Sotto tiro da sinistra e da destra

Emanuele Giordana

Venerdi' 1 Luglio 2005

La risposta ufficiale dovrebbe arrivare il 13 luglio. E' in quella data che, a un mese dalla lettera che i sindacati hanno scritto al ministro degli Esteri, Gianfranco Fini dovrebbe rispondere alle domande poste dalla triplice sulla Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo. La lettera non è ancora stata resa pubblica, ma da settimane se parla nei corridoi di Via Contarini, dove ha sede la direzione tecnica della Dgcs, e al V piano della Farnesina, dove si trovano gli uffici del direttore generale per la Cooperazione, Giuseppe Deodato. Per saperne di più sui contenuti del passo ufficiale maturato dopo mesi di malessere nelle stanze di contrattisti ed esperti, ma anche di diversi diplomatici, si dovrà aspettare il 5 luglio, quando la Cgil tirerà un bilancio del primo anno della sua rivista di politica internazionale Il Cosmopolita (http://www.ilcosmopolita.it/). In quella occasione pubblica al bilancio del foglio della Cgil si sommerà il bilancio di una cooperazione allo sviluppo in stato comatoso, il cui ultimo atto si è consumato con lo scippo della gestione dello tsunami da parte della Protezione civile. Anche perché la catastrofe umanitaria si verificò quando la Dgcs aveva appena silurato il suo capo delle emergenze, trovandosi così scoperta. Fu allora proprio Fini a ricucire.

Ed è proprio a Fini che i sindacati si sono rivolti. Non è la prima volta. Il 16 marzo la triplice annunciò lo stato di agitazione sindacale dopo una serie di episodi che avevano coinvolto i contrattisti interni, colpevoli di aver fatto presente al direttore generale l'ormai inadeguata retribuzione degli esperti in forza al ministero e ferma al 1999. Ma la querelle non è solo economica. Per i sindacati la politica di aiuto allo sviluppo si sta ormai consumando in una deregolamentazione «selvaggia» all'interno di un clima di «crescente illegalità». I sindacati rimproverano alla gestione della cooperazione scarsa trasparenza nell'uso di consulenti esterni, cui sarebbero attribuiti anche «impropri mandati di rappresentanza» presso istituzioni esterne, con delega ad assumere decisioni senza passare dai normali organi di controllo. In pratica le attività di cooperazione sono in gran parte decise saltando la filiera e i pareri dei tecnici interni, come prevede la legge. Snellimento della burocrazia? Forse, ma in totale assenza di una nuova legge che regoli il percorso decisionale. Lasciando così spazio alla discrezionalità del direttore generale.

Tutto è cominciato col passaparola sulla ristrutturazione dei locali al V piano del Mae, che sarebbe costata 3,5 milioni di euro per risistemare uffici da poco ristrutturati. Da lì a cascata: contratti esterni di consulenza, scarsa trasparenza, «confusione e inefficienza», come lamentavano il 16 marzo i sindacati in una lettera al ministro passata per conoscenza ai membri delle commissioni Esteri del parlamento. L'apertura di un tavolo negoziale però è stata negata e così i sindacati hanno rilanciato a Fini il 13 giugno, chiedendo questa volta al ministro di dare un'occhiata a tutte le decisioni prese dalla direzione generale per verificare se siano in linea con la legge vigente (la proposta di riforma langue in parlamento e difficilmente vedrà la luce con questa legislatura). I bene informati dicono che Fini questa volta non intenderebbe proteggere Deodato, diplomatico «in quota» alla destra, che avrebbe qualche difficoltà anche il sottosegretario Mantica, il più vecchio politico di An insediatosi alla Farnesina con Berlusconi.


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