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IL "GLORIAGATE" 14/07/05

Gloria Macapagl Arroyo (nella foto tratta da www.caymannetnews.com) è nel bel mezzo di una bufera politica. Che le ha fatto perdere anche l'appoggio finora indiscusso dei vescovi filippini.

Mimmo De Cillis

Giovedi' 14 Luglio 2005
Il “Gloriagate” è scoppiato fragoroso. La presidente delle Filippine, Gloria Macapagl Arroyo, eletta un anno fa alla guida del paese, è nel bel mezzo di una bufera politica da cui difficilmente uscirà indenne. Ieri oltre 30mila persone si sono riversate per le strade di Manila al grido di “Gloria, dimettiti!”. La presidente, paragonata nell’immaginario collettivo a Richard Nixon, è stata travolta da uno scandalo che la vede accusata di corruzione e frode elettorale. Circa un mese fa, sulle pagine della cronaca politica nazionale, si è parlato dell’esistenza di alcune registrazioni telefoniche in cui la Arroyo cercava di influenzare un membro della Commissione Elettorale, proprio in occasione delle elezioni dello scorso anno, vinte dalla presidente con circa un milione di voti di distacco dal suo avversario, l’attore Fernando Poe, poi deceduto per un infarto. Gloria Macapagal ha dovuto ammettere a denti stretti di aver contattato un membro della Commissione, fatto di per sè assolutamente illegale, che l’ha messa in grave imbarazzo. Con l’aggravante del contenuto della conversazione, in cui chiedeva di far pendere dalla parte giusta il piatto della bilancia dei voti.
Ma i guai non vengono mai da soli: anche il “first gentleman” di Gloria Macapagal, Josè Miguel Arroyo, si ritrova implicato, al pari di altri membri della famiglia, in accuse di di corruzione, tangenti ed evasione fiscale legate al mercato del gioco d’azzardo illegale “jueteng”, una lotteria clandestina molto diffusa a livello popolare. Tant’è che, cercando di placare le acque, il marito della Arroyo ha annunciato un improvviso esilio volontario negli Stati Uniti.
Le vicende hanno causato un crollo verticale di credibilità che in poche settimane ha demolito un consenso faticosamente guadagnato nei tre anni precedenti, nei quali la Arroyo aveva già guidato il paese, in seguito alla protesta popolare del 2001, subentrando all’ex attore Joseph Erap Estrada, estromesso dai vertici del paese per corruzione. Gloria sembra oggi ripercorrere le sue orme: l’opposizione cresce, segmenti della società civile hanno montato una protesta che a singhiozzo si riversa, sempre più massiccia, per le strade; intanto i mass media continuano negli attacchi frontali, e anche i membri del suo governo le hanno voltato le spalle, abbandonando la barca che affonda: con un provvedimento che ha scosso ulteriormente il mondo politico, i membri del governo hanno rassegnato le dimissioni in blocco, accusando perdipiù la Arroyo di aver tollerato la corruzione imperante nel palazzo presidenziale di Malacanang.
Che il vento per Gloria soffi in senso contrario lo si comprende anche dall’atteggiamento della Chiesa cattolica che fino a ieri, grazie all’influente politica del cardinale Jaime Sin, deceduto di recente, aveva sponsorizzato la ragazza dal viso pulito, della buona borghesia filippina, formatasi sui banchi della università inglesi e americane. Proprio Sin era stato il regista della sua ascesa politica e aveva benedetto la sua investitura presidenziale davanti al santuario della Epifanio de Los Santos Avenue a Manila nel 2001. Ma, ironia della sorte, il cardinale è passato a miglior vita proprio quando la sua creatura aveva maggior bisogno di lui. I vescovi filippini, invece, si sono spaccati, con una larga maggioranza che ha deciso di “cambiare cavallo” e di negare il sostegno alla ormai compromessa ex ragazza prodigio. In un documento molto atteso – dato il tradizionale seguito popolare della Chiesa in un paese all’85% cattolico – i vescovi hanno però dato prova di equilibrismo politico: non si sono accodati alla richiesta di dimissioni, ma hanno censurato la condotta della presidente, legittimando la domanda di istituire una commissione di indagine indipendente, e la procedura di impeachment. Il tutto dopo un probabile intervento vaticano che avrebbe ammonito l’episcopato filippino a tenere un atteggiamento più prudente nella politica nazionale rispetto al passato.
La Arroyo naviga in un mare di guai ma per ora resta a galla, sempre che le pressioni popolari non si facciano più forti. In ogni caso l’apertura di una procedura di impeachment resta poco probabile: spetta infatti alla Camera dei deputati avviarla e il Lakas, il partito della Arroyo, detiene la maggioranza alla Camera e al Senato.
A completare il quadro di un paese senza pace, si aggiungono la grave situazione dell'economia e le ricorrenti voci di golpe circolanti a Manila. Le forze armate, che hanno avuto un ruolo centrale negli sconvolgimenti politici delpassato, hanno annunciato che in questo caso resteranno “apolitiche”, assicurando il loro appoggio al potere costituito. Quello che gli osservatori si augurano è che l’ennesima crisi politica nelle Filippine possa risolversi secondo le garanzie e i binari costituzionali.

l'articolo è apparso oggi su il manifesto



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