Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


TRA BUROCRAZIA E DISCRIMINAZIONE 31/12/05

ISOLA NERA AL CAIRO 07/05/05

L'INIZIO DI UN NUOVO RAMADAN AL CAIRO 18/10/04

A TUNISI, IN CERCA DI UNITA'. IN SHA'ALLAH 21/05/04

SOGNANDO I MONDIALI 14/05/04

MUBARAK HA IL RAFFREDDORE. E SI PARLA DEL SUCCESSORE 21/11/03

IO, CRISTIANA IN TERRA ISLAMICA 31/10/03

GLOBALIZZAZIONE NELLA SPAZZATURA

OSCURANTISMI. INFIBULAZIONE, DIVORZI COATTI, CARICHE INTERDETTE 11/10/03

MIRACOLO SUL NILO 4/10/2003

OMAGGIO ALLA MORTE 22/07/2003

YOUSSEF CHAHINE: IL CINEMA E' LA MIA PAZZIA

BUSH FA PACE CON GLI ARABI 4/6/03

PIAZZA MAHFOUZ 27/5/2003

DIMENTICARE MOUSSA

IL TEMPO DELLA MORTE

Paola Caridi

Venerdi' 21 Marzo 2003
Finisce il tempo della pace. Inizia quello di una guerra tecnologica in tutto e per tutto. Dalle bombe ‘ultimo grido’ all’occhio elettronico che le registra e ce le rispedisce nel salotto di casa. Sugli schermi accesi in ogni dove, nelle bidonville africane e nelle asettiche sale riunione degli uffici di Sydney. La luce azzurrina che emana dai televisori accesi perennemente sulla guerra, sugli atti della guerra e sulle parole attorno alla guerra, dà un colore sinistro a uno spettacolo che si preannuncia lungo. Irreale.
A far da contraltare, la morte e la distruzione, che sono e saranno sempre le stesse. La paura, il boato delle esplosioni, le lacrime degli adulti incapaci di difendere i propri bambini, i cavi di ferro che escono contorti dalle macerie. Una lista del dolore già conosciuta che la politica del mondo non riesce a sradicare.
Se questa è la fotografia del presente e di un futuro prossimo, fa ancor più impressione sentire – come si è sentito da più parti in questi giorni - parlare di “ricostruzione” prima ancora che, come dice l’Ecclesiaste, sia passato il “tempo per demolire”. Citare la ricostruzione dell’Iraq proprio ora, quando l’artiglieria angloamericana comincia a fare il suo lavoro è oltraggioso, non solo per le vittime che riempiranno i cimiteri. Ma anche per i sopravvissuti.
Ma tant’è. La pianificazione del dopoguerra è già cominciata, prima ancora che si sia compiuto il tempo della guerra: non solo gli Stati Uniti, primi responsabili di questo conflitto amarissimo, ma anche l’Europa sarà in prima fila per ricostruire l’Iraq, mentre l’Onu è già pronto per sfamare l’Iraq e gestire l’emergenza profughi. È come se, all’atto dell’invasione della Polonia nel 1939, si fosse già cominciato a parlare di Piano Marshall. Senza conoscere il percorso di questo calvario.
Il calvario, però, è un cammino che sarà percorso giorno per giorno, bomba per bomba, vittima per vittima. È un calice che non può essere allontanato. In termini laici, è un percorso obbligato della Storia. Che non si può esorcizzare per renderlo, come dire, più digeribile alle opinioni pubbliche. Più consapevoli dei governi di quello che una guerra può definitivamente togliere agli uomini piccoli.
Perché la guerra c’è, e non può essere considerata – neanche da chi l’ha appoggiata in modi diversi – una parentesi tra un prima (il tempo della dittatura di Saddam) e un dopo (il tempo della democrazia in Iraq portata sulla punta dei cannoni).
Il tempo della guerra non è irrilevante per quello che verrà dopo. Perché il dopo dovrà essere costruito sulle macerie e sulla cenere. Questa considerazione semplice e banale è alla base del senso di ingiustizia, di inadeguatezza e di protesta che pervade le strade della Vecchia Europa. Perché questo conflitto osteggiato dalla maggioranza del mondo evoca, nelle menti europee, una guerra che ha scardinato l’intero continente. Tanto da farne (Balcani esclusi) il luogo più pacifico del pianeta.
Non è guardando all’esempio europeo di oltre mezzo secolo fa, però, che è possibile pensare alla guerra come l’unico mezzo salvifico per portare pace, democrazia e rispetto dei diritti umani in un altro pezzo di mondo. Come se all’Iraq toccasse la stessa sorte della Germania uscita distrutta dal nazismo e riportata alla democrazia, soprattutto, dagli americani e dal loro modello.
Non è così, la storia non è mai uguale a se stessa. Bagdad non è Berlino. Anche se è molto facile paragonare Saddam alla follia sanguinaria di Hitler.


link con il commento pubblicato dal quotidiano Metro

http://www.metropoint.com/



Powered by Amisnet.org