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SIRIA: «CANCELLEREMO EUROPA DALLE NOSTRE MAPPE E CI RIVOLGEREMO A EST» 22/06/11

SIRIA, IL BAATH HA PARTORITO IL TOPOLINO 17/6/05

La riforma prevista da Bashar viene considerata troppo blanda dall'opposizione

Paola Caridi

Sabato 18 Giugno 2005
Il lavoro non è finito, per Terje Roed Larsen, a cui è stato chiesto di tornare a Damasco e a Beirut per verificare che, sì, i siriani se ne siano veramente andati dal Libano. Soprattutto alcuni degli uomini dell’intelligence di Bashar, che - secondo voci rilanciate dal New York Times la scorsa settimana - sarebbero ancora nel “paese dei cedri”. Uomo esperto e abituato al Medio Oriente, ormai da molti anni, l’inviato speciale dell’Onu sulla questione libanese sapeva che la storia non era finita. In pochi però, in questi ultimi giorni, si aspettavano che fosse lo stesso segretario generale dell’Onu Kofi Annan a esprimere dubbi sul ritiro siriano, e a rimandare di gran corsa Roed Larsen nell’area.
È stato certo l’assassinio per mano ancora ignota di Samir Qassir, giornalista scomodo e autore di fior di attacchi contro la Siria, a velocizzare gli eventi. Ma a questo si dovrà anche aggiungere quello che è successo (o meglio, non è successo) al decimo congresso del Baath, il partito degli Assad e del nazionalismo panarabo targato Damasco.
Che, infatti, la riforma proposta da Bashar sarebbe stata “leggera”, lo si sapeva. Che il “grande balzo in avanti” siriano fosse una pia illusione, era scontato. Meno scontate, però, sono state le scarne, tiepide proposte fatte dal presidente siriano nel suo brevissimo discorso (appena dieci minuti) di apertura dei lavori del Baath, il 6 giugno. Nonché l’estrema vaghezza delle risoluzioni finali approvate dai 1200 delegati, in cui nulla più vien detto se non che la Siria dovrà aprirsi a una “economia sociale di mercato”, che dovrà rivedere la legge elettorale, che si dovranno mitigare le leggi d’emergenza istituite più di 40 anni fa. E che si dovranno accettare nuovi partiti, mantenendo comunque il via libera solo verso organizzazioni senza bollino etnico o religioso. Niente apertura, dunque, alle due grandi opposizioni del paese, quella curda e quella dei “fratelli musulmani”.
Tutto qui. Niente di più. Se non un attacco inusitato e singolare, da parte di Bashar, all’Information Technology e a internet. Un attacco a freddo, una vera e propria richiesta di rinserrare i ranghi contro una minaccia imponente contro l’identità araba. Contro una nuova e pervasiva colonizzazione culturale. Rigettata da un uomo, come Bashar, che invece aveva mostrato una decisa apertura verso la “rete”. Dove, però, anche gli oppositori all’attuale regime hanno trovato un confortevole rifugio, in questi ultimi anni.
È sulla “rete”, infatti, che i riformatori hanno espresso tutta la loro delusione, dopo che il congresso del Baath ha chiuso i battenti, il 9 giugno. “La mediocrità del congresso del partito Baath – ha scritto per esempio uno dei più brillanti oppositori, lo scrittore e poeta Ammar Abdulhamid, sul suo diario telematico – ha solamente dimostrato a tutti che il regime siriano è defunto. Certo, può ancora reprimere, imprigionare, uccidere e distruggere, ma non può riformare se stesso o il paese. Il Baath non è più una istituzione praticabile”.
Le parole di Ammar Abdulhamid, va precisato, non vanno né parallele né accanto a quelle di Condoleezza Rice, o dei duri dell’amministrazione Bush. Anzi. Tra i rimproveri che la gran parte degli oppositori siriani fa al regime degli Assad c’è, per esempio, l’incapacità da parte di Damasco di riprendersi il Golan occupato da Israele, con la forza o con il negoziato. Gli oppositori sono, invece, profondamente delusi dalla miopia di Bashar e dei suoi più stretti consiglieri. Vista corta nel non vedere che proprio nei ranghi dei riformatori stava forse l’unica possibilità praticabile, per il regime siriano, di salvare se stesso attraverso una profonda rivoluzione. Che nessuno, tra gli attuali quadri baathisti, ha voluto affrontare o avallare.
Come annunciato alla vigilia, sono state alcune facce note della vecchia nomenklatura ad andarsene. Come l’ormai anziano vicepresidente Abdel-Halim Khaddam. Oppure, svolta più interessante, il ministro della difesa Mustafa Tlass. Al suo posto resta, invece, Farouk al Shara, a cui alcuni rimproverano di aver mantenuto sulla questione libanese una posizione troppo dura, ritenendo che la risoluzione 1559 dell’Onu per il ritiro delle truppe siriane non avrebbe ottenuto il consenso necessario. Si era sbagliato, allora, ma è riuscito a mantenere il suo posto, nonostante il congresso del Baath abbia chiesto, al governo, di migliorare le relazioni con gli Stati Uniti. Ultimo tentativo per scongiurare la tempesta che, per molti, si sta veramente avvicinando a Damasco.


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