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Si apre oggi a Damasco il decimo congresso del partito Baath. Bashar dovrebbe indicare la sua via ai cambiamenti. Ma l'opposizione è scettica

Paola Caridi

Lunedi' 6 Giugno 2005
I paragoni si affastellano uno sopra l’altro, quando si prova a capire cosa potrà dire e fare Bashar el Assad, aprendo oggi a Damasco il decimo congresso del partito Baath. C’è chi pensa al giovane presidente come a un possibile Gorbacev. E chi, addirittura, tira fuori dal cilindro Deng Xiao Ping. Quale che sia il paragone più vicino a Bashar, è certo che il presidente siriano è oggi in una situazione ben più delicata di quanto fossero, ai loro tempi, Gorbacev e Deng. La riforma dall’alto che il giovane Assad vuole intraprendere, insomma, sembra più l’ultima spiaggia per un regime che riceve pressioni da tutti i fronti, piuttosto che una via realmente praticabile per transitare la Siria verso un modello democratico più simile a quello proposto dall’Occidente. Ed evitare, soprattutto, che le pressioni americane si trasformino in una riedizione del crescendo contro Saddam Hussein.
Bashar è solo, anche nella riforma. Per sua stessa scelta, però, visto che ai veri riformatori non è stato dato poi tanto spazio. E quel poco di spazio, peraltro, chi ha potuto se l’è conquistato con le unghie e con i denti. Come Ayman Abdel Nour, il più famoso riformatore baathista nonché autore della newletter più letta dall’opposizione (quindicimila invii quotidiani per email di All4Syria, nonostante il lungo inseguimento stile “guardie e ladri” intrapreso dalle autorità siriane che hanno cercato di bloccare il sito e la stessa newslettera elettronica). Abdel Nour la sua piccola battaglia l’ha vinta, per far parlare anche al congresso i riformatori che pure albergano tra i quadri del Baath. Più di questo, però, nulla, e le ultime mosse del regime di Bashar hanno fatto comprendere che spazio per un’iniziativa più profonda di riforma interna – per ora – non c’è.
Le speranze dell’opposizione in una nuova “primavera di Damasco”, in una Jasmine Revolution, per esempio, sono state bruciate dagli arresti compiuti negli ultimi giorni. Simbolici, soprattutto, gli arresti che hanno riguardato il gruppo Atassi, e che sono stati solo mitigati con il successivo rilascio di alcuni dei suoi aderenti. Il gruppo Atassi aveva creato una piattaforma di dialogo con i Fratelli musulmani siriani, rendendo pubblico un documento della dirigenza dell’Ikhwan all’estero. Un passo decisamente importante, visto che aderire al più importante movimento islamista dell’area significa – a Damasco – rischiare la pena capitale. Un passo in linea con quello che molti fronti per la riforma stanno facendo nel mondo arabo, nel tentativo di cooptare l’islamismo moderato, impegnarlo nella definizione di una piattaforma democratica, trasformarlo in una sorta di “democrazia cristiana” versione musulmana.
La repressione del regime baathista, però, ha subito spento qualsiasi speranza. Così come, sul fronte interno curdo, è successo con il caso ancora controverso della morte dello sceicco Mohammed Mashuuq al Khasnawi: ucciso per motivi criminali, secondo la versione ufficiale; torturato e ucciso mentre era agli arresti, secondo altre fonti. Di certo, la sua morte non migliora i rapporti con una comunità, come quella curda, che invece Bashar voleva blandire con la concessione della cittadinanza ad almeno 100mila persone.
Eppure, dicono molti esponenti dell’intellighentsjia riformatrice di Damasco, Bashar avrebbe avuto tutto da guadagnare da un’atteggiamento meno chiuso verso l’opposizione. Perché il fronte per la riforma è tanto stanco del regime quanto lo è delle pressioni crescenti da parte americana. Nessuno, tra gli oppositori di Damasco, dà importanza a uomini come Farid Ghadri, esule negli USA e capo del Partito della Riforma, bollato come l’Ahmad Chalabi siriano.
Il timore, da parte degli osservatori, è che però Bashar risponda al crescente isolamento solamente con un’operazione cosmetica. Che, cioè, i cambiamenti sbandierati saranno troppo graduali per riuscire a curare il malato siriano, un regime politico e socioeconomico in apnea. I punti nodali saranno, sembra, risolti a metà. Per esempio il pluralismo dei partiti: dalle indiscrezioni della vigilia si sa che altri partiti saranno ammessi, ma solo se non avranno caratterizzazioni etniche o religiose. Nessuna concessione ai Fratelli musulmani, insomma.
Svolta a metà anche quella che si prevede per l’economia di mercato, che sarà inserita nel programma, pur mantenendo nel programma del Baath il termine socialista. Il tentativo è cioè quello, arduo, di salvaguardare le classi meno abbienti e, allo stesso tempo, consentire finalmente alla borghesia di Damasco e Aleppo di volare. E portare moneta buona in Siria.
Più vivace, invece, dovrebbe essere la situazione sui nomi e suoi volti della nuova dirigenza baathista. Nonché sul nuovo governo che dovrebbe nascere dopo il congresso. Dai nomi si capirà, cioè, se Bashar riuscirà a ringiovanire e riformare il Baath, o se i cambiamenti saranno solo di facciata. E di breve respiro.

Leggi l'articolo a p.7 del Riformista



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