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DIMENTICARE MOUSSA

SCONTRO DI CIVILTA'? NO GRAZIE

di Paola Caridi

Domenica 16 Marzo 2003
Nessuno scontro di civiltà. Soprattutto, nessuna crociata cristiana contro l’Islam. La strenua battaglia di Giovanni Paolo II non fermerà la guerra. In compenso, potrebbe aver disinnescato la pericolosa bomba a orologeria che rischiava di scoppiare nel mondo arabo: appaiare Bush alla cristianità, mettere insieme l’invincibile armata yankee con le antiche legioni crociate, e realizzare quello “scontro di civiltà” paventato sin dall’11 settembre.
A dire il vero, Bin Laden continua a giocarsi la carta del conflitto tra Islam e cristianità. E non è detto che non abbia i suoi seguaci sparsi qua e là nei paesi dove il fanatismo del terrore ha trovato spazio. Certo è che in molti, nel pianeta musulmano, hanno cominciato a fare i distinguo. A separare la politica di Washington in Medio Oriente dalla fede personale del presidente Bush.
L’ultima voce autorevole a parlare è stata, ieri, quella saudita. In un editoriale pubblicato su Arabnews, sito informativo che esprime la linea della famiglia reale saudita, l’anonimo estensore contesta che quella all’Iraq sia una guerra all’Islam. “Il fatto che il Papa, l’arcivescovo di Canterbury e i leader di tutte le chiese cristiane siano contrari in maniera così adamantina alla guerra dimostra esattamente il contrario”, scrive l’editorialista. “Questa non è una guerra all’Islam, né uno scontro tra civiltà”.
Se, però, da parte saudita si conserva un certo aplomb, diversa e più dura è la lettura che dell’atteggiamento cristiano viene data da altri protagonisti del panorama islamico. Primo fra tutti, dal capo degli sciiti libanesi. Il leader di hezbollah, lo sceicco Sayyed Hassan Nasrallah, ha addirittura usato una delle più importanti ricorrenze sciite, la ashura, per esprimere “grande apprezzamento e rispetto” per le posizioni “filo-arabe” della chiesa cattolica e delle chiese orientali. Soprattutto, ha detto, perché rimuovono il “cappello religioso dalla guerra di Bush”. Salvo poi lanciare, il capo della fazione filo-iraniana nella Terra dei Cedri, l’idea di una alleanza islamico-cristiana contro il “piano americano-sionista di riempire il mondo di distruzione, guerra, umiliazione e corruzione”. Una lettura singolare alla quale ha fatto eco al Cairo, proprio nelle stess ore, quella dell’imam della moschea di al Azhar, Muhammad Mahdi al Khalisi. Certo, a suo dire, che la “crociata” di Bush contro Islam e musulmani non sia “negli interessi del mondo cristiano e dell’Occidente” bensì in quelli del “mondo sionista”.
Distinguo a parte, le ultime dichiarazioni sono anche un modo per mitigare le paure di una deriva fondamentalista durante e dopo la guerra all’Iraq. Proprio nei giorni in cui, da parte di alcuni tra i più importanti religiosi musulmani, i fedeli sono stati richiamati – anche attraverso una fatwa - al dovere individuale della “guerra santa” contro chi attacca un paese islamico, com’è anche l’Iraq. Ma se la jihad sembra un fatto assodato, occorre chiarire contro chi. E le parole di plauso alle posizioni del Vaticano e in genere della cristianità sono da leggere anche, se non soprattutto, in chiave regionale. Come una trincea a protezione di quella congerie di chiese cristiane orientali che rappresentano minoranze non solo numericamente rilevanti, ma importanti dal punto di vista degli equilibri politici non solo dell’Iraq. Ma della Siria, del Libano, della Palestina, dell’Egitto.
I timori che la guerra tra Bush e Saddam possa innescare fortissime tensioni interne ad alcuni paesi, mascherate con la vernice della religione, non preoccupa solo la Santa Sede. Che già in Bosnia Erzegovina cercò, per quanto possibile, di spegnere l’incendio scoppiato tra i croati cattolici e i musulmani bosniaci. Preoccupa anche paesi nei quali l’equilibrio tra le religioni potrebbe essere messo realmente a dura prova dalla “presa di Bagdad”. Il Papa polacco, ancora una volta, ha visto oltre il pericolo a breve termine. E ha alzato un cavallo di Frisia preventivo a difesa della cristianità d’Oriente.



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