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A DAMASCO LA PRIMAVERA SFIORISCE 25/5/05

Il regime siriano arresta attivisti politici. Alla vigilia del congresso di riforma del Baath

Paola Caridi

Mercoledi' 25 Maggio 2005
Gli ultimi arresti ci sono stati ieri, all’alba. A finire in galera, gli otto membri del direttivo del Jamal Atassi Muntada, un forum che negli ultimi tempi, in Siria, aveva ricominciato a lavorare. E soprattutto ad avere contatti con diversi elementi dell’opposizione. Prima di quelli del Jamal Atassi, la stessa sorte era toccata – domenica scorsa – a Mohammed Raadun, capo dello Arab Human Rights Organization di Damasco. E ad Ali Abdullah, scrittore e attivista.
Damasco si isola, dunque. Frena di nuovo, com’era successo all’indomani dell’ascesa al potere (ereditario) di Bashar, i fermenti politici che covano sotto la cenere, tra i salotti della capitale e i circoli (anche virtuali) delle altre città siriane.
Eppure, da qualche mese, sembrava che l’aria fosse diversa. Le pressioni americane, forse, c’entravano qualcosa. Ma non più di tanto, poi, visto che è stata la stessa variegata dissidenza siriana a mettere in chiaro, recentemente, che l’intervento esterno non era ben accetto. E che la democratizzazione, a Damasco, doveva arrivare da quell’attivismo politico che nel paese mediorientale ha serie, profonde e raffinate radici.
La speranza era giunta dai venti della cosiddetta “primavera araba”. Ondivaga e confusa come tutte le primavere, ma certo fervida. Una primavera in cui avevano trovato posto laici e islamisti, non certo uniti sulle piattaforme politiche, ma di sicuro compatti nel chiedere maggiore libertà. La speranza era arrivata anche dalle notizie sulla riforma che dall’alto sarebbe calata sul Baath, il partito degli Assad, degli alawiti e dei loro alleati. Riforma annunciata, e da realizzare di fronte all’audience siriana e internazionale nel congresso in agenda per giugno.
Poi, di colpo, il nuovo irrigidimento del giovane Assad, negli stessi giorni in cui l’Onu decretava che la ritirata militare dei siriani dal Libano era stata compiuta. Chiusa la lunga storia libanese, e alla vigilia delle elezioni del 29 maggio a Beirut, insomma, Damasco chiude le frontiere. Si arrocca nella difesa del regime, e serra le porte alle brezze che muovono l’aria delle città siriane.
Perché? C’è chi dice che alla base di tutto ci sia la profonda fragilità del regime di Bashar. E qualcosa di vero ci deve essere, se tutte le fonti (web) dell’opposizione che filtrano fuori dai confini parlano di un cambiamento reale di clima. Come se, a Damasco, si percepisse che qualcosa cambierà. Tra cinque anni, tra dieci, o magari nei prossimi mesi. Per mano degli americani, o per implosione. La risposta più semplice, in questi ultimi giorni, è stata ancora una volta la repressione. Ma la risposta più semplice, in questo come in altri casi, non è quella risolutiva.

Leggi il commento a p. 2 del Riformista



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