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DIMENTICARE MOUSSA

LA DEMOCRAZIA CON I CANNONI

Paola Caridi

Martedi' 11 Marzo 2003
link con il commento pubblicato dal quotidiano Metro

http://www.metropoint.com/



È tutto troppo semplice. Un dittatore sanguinario, una popolazione prostrata. E dall’altra parte una nazione democratica, un apparato militare pronto a funzionare come un orologio di precisione. Come in un film hollywoodiano, i buoni arrivano a punire il cattivo e a liberare le vittime. D’altro canto, lo hanno già fatto in terra d’Europa. La Germania democratica deve la sua stabilità all’occupazione di americani, britannici e francesi dal 1945 in poi. Il Giappone uscito dall’imperialismo deve ringraziare la tutela statunitense per il suo brillante mezzo secolo di democrazia.

E così, all’inizio del Terzo Millennio, Washington vuole di nuovo esportare il suo modello di democrazia. Stavolta in terra araba. Terra difficile, che ha sempre vissuto con estrema lacerazione il suo rapporto con l’Occidente. Ma agli Stati Uniti non interessa. Da qui, da questa terra araba son venuti i terroristi dell’11 settembre. E qui bisogna rimettere ordine, per evitare che l’America venga di nuovo colpita al cuore.

Via libera, dunque, alla democrazia portata sulla punta dei cannoni. Che, per paradosso, ha molta più importanza del petrolio, persino per il texano Bush.

Se non si comprende questo punto nodale, questa necessità per gli americani di esportare democrazia per battere il terrorismo, non si capisce questa guerra.

Ma che democrazia malata, però, potrà mai nascere da un’operazione che non porta sulla sua fronte nessun crisma? Né strategico, né morale, né tantomeno religioso. Le conseguenze della presa di Bagdad saranno infatti dure, e a lungo termine, perché mancherà agli Stati Uniti quell’appoggio serio, convinto, diffuso che potrebbero trasformarli da occupanti in liberatori.

Nessuno può immaginare che dal punto di vista strategico il mondo arabo, così diviso e diversificato al proprio interno, possa trasformarsi di punto in bianco in un bastione della democrazia di stampo occidentale. Nessuno può immaginare che possa venire agli americani un sostegno morale da un pubblico che ogni giorno assorbe il sangue versato in Palestina e in Israele. Come l’Europa ha assorbito giorno per giorno, attraverso gli schermi televisivi, il sangue versato in Bosnia. Nessuno può infine immaginare che Bush possa indossare le vesti del crociato, visto che gli sono state tolte in pubblico dall’unico che poteva denudarlo, quel Giovanni Paolo II che è riuscito a unire l’intera cristianità sull’appello alla pace.

Qui, invece, è proprio la democrazia di marca araba a essere messa a rischio dall’avventurismo di Bush e dei suoi consiglieri. Perché quei timidi germogli di democrazia che provano a crescere nella sabbia del deserto potranno solo avvizzirsi al calore delle bombe. Lo si avverte già ora, prima ancora che i missili comincino a volare su Bagdad. Al Cairo, in Egitto, in buona parte del mondo arabo il disagio comincia a trasformarsi in dimostrazioni che non possono essere del tutto soffocate. E sono manifestazioni in cui si grida alla guerra santa, in cui si bruciano le icone del nemico, gettando assieme nel fuoco Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele. Sono proteste in cui si appiattiscono tutte le differenze, e risaltano solo le opposizioni forti. Quella islamista in testa, che dalla crisi (politica, culturale ed economica) riceve invece nuova linfa.

Cosa vogliono, gli Stati Uniti? Il mondo arabo in mano al fondamentalismo? La guerra solitaria a Saddam, l’indebolimento delle élite locali, il mancato sostegno a uno sviluppo economico serio e non assistito potrebbe essere proprio il terreno adatto per far crescere le male piante. Tutto il contrario di quello che gli Usa hanno saputo fare nell’Europa sotto il tallone sovietico. Nessuna guerra, oltre la cortina di ferro, è stata necessaria per far crescere una dissidenza seria, feconda, fantastica. Che ha avuto tra i suoi campioni uomini dai nomi pesanti, come Karol Woytjla o Vaclav Havel.



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