Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


Presidio contro la guerra a Milano

VIGILIA DIFFICILE PER IL WARGAME DELLA NATO

A TRIESTE DIVISI DA UNA DATA, 1 MAGGIO O 12 GIUGNO?

21 OKTOOBAR, I MISTERI DI MOGADISCIO

CASO BOSIO, LA FARNESINA LO SOSPENDE 8/4/14

MADEINITALY/RANAPLAZA, IL SENATO CHIEDE CONTO 4/4/14

CARO SINDACO TI SCRIVO. I DUBBI SULLA NUOVA MOSCHEA DI MILANO 17/2/14

AL VIA IL "SISTEMA PAESE IN MOVIMENTO" 17/11/13

LA GRANDE MUTAZIONE. AL VIA IL QUINTO SALONE DELL'EDITORIA SOCIALE 31/10/13

ALLA SAPIENZA ASPETTANDO IL 19 OTTOBRE 16/10/13

AMNESTY: DIRITTI AL CENTRO DEL DIBATTITO PARLAMENTARE, MA TRA VECCHI VIZI E TABÙ 27/9/13

MANCONI SUL GIALLO DEL CABLO SHALABAYEVA 21/7/13

ITALIA/KAZAKISTAN, ASPETTANDO ALMA 14/7/13

KAZAKISTAN, MARCIA INDIETRO DEL GOVERNO 13/7/13

ESPULSIONE O RENDITION? LA TRAMA OSCURA DIETRO LA STORIA DI ALMA 11/7/13

COM'ERAN BELLI I FAVOLOSI '50 11/5/05

La nascita della creatività italiana. Una mostra a Milano aperta sino a luglio

Maurizio Regosa

Mercoledi' 11 Maggio 2005

Improvvisi o no (come li definiva Pier Paolo Pasolini), gli anni Cinquanta sono durati a lungo, ben oltre la scadenza “naturale” del decennio. E sono iniziati addirittura un po’ prima, come ben racconta la mostra milanese Annicinquanta. La nascita della creatività italiana, aperta fino al 3 luglio a Palazzo Reale (9 euro l’ingresso, da martedì a domenica dalle 9,30 alle 19,30; il giovedì fino alle 22,30. Altre info su www.annicinquanta.org).
Sono nati prima perché dal punto di vista politico le condizioni per il Piano Marshall, premessa per la rinascita economica del Paese, sono da ricercare nel voto del 18 aprile 1948, che incoronò la Democrazia cristiana con il 48,5% delle preferenze.
Dopo perché gli effetti di quella stagione forse irripetibile si sono riverberati in tutti i Sessanta e forse oltre: per esempio Il conformista di Alberto Moravia esce nel 1951, diventa film alcuni anni dopo (1970) grazie a un Bernardo Bertolucci allora affascinato dagli astratti furori della Nouvelle Vague (a sua volta nata in Francia nel 1959).
In fondo, siamo un po’ tutti figli o nipoti di quel decennio che ha dettato nuove regole del vivere (favorendo la mobilità), ha dato nuovo slancio soprattutto al desiderio di espressione (il cinema), ha rinnovato le arti (la pittura in primis) spingendole verso una importante applicazione nella vita quotidiana (dal design all’architettura) e introducendole nella dimensione personale (la moda, la televisione).
Un decennio inaugurato dalla competizione sportiva per antonomasia (quella fra Coppi e Bartali), attraversato da scandali che oggi non sarebbero più tali (nel 1954 la Dama Bianca, coniugata amante dello sposatissimo Coppi, venne arrestata per adulterio). Ma anche un decennio nel quale la competitività era alle stelle. Si pensi al continuo rivaleggiare delle due industrie per antonomasia: nel 1950 l’Olivetti di Ivrea assestava un bel colpo mettendo sul mercato la portatile Lettera 22 (disegnata da Marcello Nizzoli), la macchina per scrivere mai abbandonata da Indro Montanelli; nel 1956, da Torino, la Fiat rispondeva con la mitica 500, prima e indimenticata, city car.
Nessuna meraviglia: per ricostruire era obbligatorio competere (come anche oggi sostengono gli imprenditori) e per competere tutti sapevano che era necessario creare (cosa forse, ai tempi nostri, meno evidente).
Sicché mentre i governi mettevano le basi per l’Unione Europea (nel 1951 nacque la Ceca, Comunità Europea Carbone e Acciaio; nel 1957 in Campidoglio sarebbe stata varata la Cee), i privati davano il loro contributo coniugando immaginazione e tecnica, creatività e impresa.
E ancora mentre la nuova architettura di Quaroni e Ridolfi, di Albini e Michelucci, pensava a dare un nuovo tetto agli italiani, il design dei fratelli Castiglioni, di Marco Zanuso e di molti altri si occupava di rendere accoglienti e illuminati i nuovi salotti, le nuove camere, le cucine in cui facevano capolino elettrodomestici come il frigorifero (anch’esso Fiat), la lavatrice e la televisione (guardando la quale milioni di italiani conobbero il significato della parola quiz, con Mike Buongiorno, e si commossero all’incoronazione dell’inglese Elisabetta nel 1952).
Ed è questa stessa impressione di fermento, di trasformazione, di voglia di vivere e di andare verso il futuro (a fornire il desiderio del nuovo aveva provveduto il ventennio precedente), che è possibile rivivere nella milanese sala delle Cariatidi: grazie a una struttura di 10 metri per 25 il visitatore può dare uno sguardo d’insieme alle immagini, ai libri, ai dipinti, ai molti simboli del decennio come la Vespa (in seguito esportata nell’immaginario di tutto il mondo grazie a Vacanze romane, che è del 1953). Ed è dalla stessa sala, progettata da Alberto Marangoni curatore della mostra con Guido Aghina, che si dipana il filo della memoria (non però della nostalgia), accuratamente organizzato in sezioni espositive, curate ciascuna da uno specifico esperto.
Dopo l’architettura e il design (entrambe seguite da Giampiero Bosoni), ecco l’esposizione della grafica e della pubblicità (presenta quattro casi emblematici, raccolti da Mario Piazza), quindi del cinema (curato da Paolo Mereghetti), della televisione (che grazie agli archivi delle Teche Rai esibisce alcune delle produzioni più rimarchevoli, selezionate da Barbara Scaramucci).
Infine le sezioni che raccontano la moda e le sue rivoluzioni (curata da Enrica Morini), la fotografia (seguita da Cesare Colombo) e l’arte del decennio, che Claudia Gian Ferrari ha selezionato in modo da evidenziare la vivacità dei movimenti (dagli informali ai nucleari, passando per i realisti alla Renato Guttuso).
Sono tanti gli oggetti in mostra, a raccontare, senza nostalgia e senza retorica, la coscienza diffusa e condivisa dei tanti che capirono come le trasformazioni potessero ed anzi dovessero essere accompagnate da una rinnovata creatività che – oggi come allora – fa rima con competitività.

L'angolo del cinema

Se esiste un termometro per misurare le trasformazioni di gusti, di cultura, di sensibilità di un popolo, è il cinema. Negli anni Cinquanta, prima che la televisione conquistasse il peso che oggi ha, spettava ai film mostrare e addirittura accompagnare l’evoluzione di un Paese in via di cambiamento. Spettava ai film e anche, se non soprattutto, alle sue dive.
Non è un caso se il decennio si inaugura con le gambe di Silvana Mangano e si conclude con le spalle nude di Anita Ekberg. La prima è la mondina dai calzoncini corti protagonista di Riso amaro (Francesco De Santis, 1949), la seconda è la star giunta a Roma per recitare e che finisce con l’immergersi nella fontana di Trevi, sotto gli occhi di uno stregato Marcello Mastroianni. È appunto La dolce vita di Federico Fellini (1960).
Alle maniere nostrane, dirette e un po’ semplici della mondina, subentra il fascino sofisticato della giunone bionda che viene dal Nord. Due modelli femminili quasi antitetici, che esprimono mondi differenti e aspirazioni diverse.
Ma va detto che anche in fatto di bellezze femminili, il decennio cinematografico è stato creativo e pluralista (oltre che produttivamente più articolato di quel che comunemente si pensa, come ha ben spiegato il curatore della sezione, il critico Paolo Mereghetti).
Accanto alla fascinosa e nazional-popolare Mangano e alla gran seduttrice Ekberg, gli anni Cinquanta hanno offerto la passionale metropolitana dalle grandi ambizioni e dai pochi mezzi (Anna Magnani in Bellissima di Luchino Visconti, 1951), la proletaria mingherlina e assai sfortunata (Giulietta Masina de La strada, ancora di Fellini, 1954), ma pure ha scoperto la donna nuova, la borghese già proiettata verso le nevrosi degli anni Sessanta.
Il riferimento è alla splendida Lucia Bosè, protagonista per Michelangelo Antonioni di Cronaca di un amore e di La signora senza camelie (rispettivamente 1950 e ’52).
Fasciata in abiti lussuosi (e qui il cinema incontra la moda), la Bosè anticipa l’inquietudine esistenziale di Monica Vitti ed esprime l’alternativa alle maggiorate che nel frattempo stanno prepotentemente emergendo, riproponendo un’altra rivalità, che sarebbe diventata storica: quella fra Gina Lollobrigida (apprezzata fra l’altro in Pane amore e fantasia, di Luigi Comencini, 1952) e Sophia Loren, indimenticabile pizzaiola fedifraga diretta da Vittorio De Sica in L’oro di Napoli (1954).



Powered by Amisnet.org