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Decine di migliaia di profughi dal Sudan meridionale si sono riversati negli ultimi anni nella capitale egiziana. Dove continuano a vivere come cittadini a metà (nella foto, i bambini assistono alla recita di fine anno scolastico sul sagrato della chiesa di Sakakini)

Irene Panozzo

Sabato 7 Maggio 2005
I bambini giocano spensierati. Giochi semplici, chi con le corde e gli elastici per saltare, chi a nascondino o con la palla, in un coro di voci e di grida assordanti. Sul sagrato della chiesa del Sacro Cuore di Sakakini, nel quartiere popolare cairota di Abbassiya, e nel cortile che la divide dalla scuola non si riesce quasi a camminare. Il venerdì mattina, giorno festivo in Egitto, i padroni del maniero sono loro. Anche gli altri giorni, a dir la verità, visto che in larga maggioranza frequentano la scuola aperta per loro dai missionari comboniani che gestiscono la parrocchia. Sono i figli dei profughi che negli ultimi anni sono arrivati al Cairo dal Sudan meridionale, in cerca di salvezza e di migliori condizioni di vita. Sono arrivati in tanti e molti altri continuano ad arrivare. Le cifre dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (Acnur) parlano di 50mila ingressi solo per il quinquennio 1998-2003, ma la stima corrente è che almeno duecento sud-sudanesi giungano al Cairo ogni mese. Non passano inosservati per le vie della capitale, non fosse altro che per le loro caratteristiche fisiche e per il tipo di abbigliamento che li differenzia, soprattutto le donne, dalla maggioranza della popolazione egiziana. Isola nera nel cuore della più grande megalopoli araba, la comunità sudanese è però costretta a vivere ai margini della società.
L’arrivo in Egitto è per molti, quantomeno idealmente, solo una tappa di un lunghissimo viaggio, iniziato lasciando il villaggio di origine distrutto dalla guerra nella speranza di arrivare un giorno a ottenere il resettlement, il trasferimento negli Stati Uniti, in Canada o in Australia, entrando a far parte dei programmi di accoglienza per i rifugiati che questi governi finanziano. Ma il sogno di iniziare una nuova vita in Occidente rimane spesso un’utopia. Nella maggioranza dei casi, dopo gli anni passati a Khartoum nei campi per sfollati interni ammassati alla periferia della città, la corsa finisce al Cairo. Anche qui però le condizioni di vita non sono facili. Chi arriva, ha in mano solo un visto turistico valido un mese. Passati i trenta giorni, da turista si trasforma velocemente in clandestino. E tale rimane fino al riconoscimento dello status di rifugiato da parte dell’Acnur, che nella più rosea delle ipotesi viene concesso nel giro di alcuni mesi. Fino a un paio d’anni fa ci voleva un anno di attesa solo per fare la prima intervista con il personale dell’agenzia dell’Onu. Ora i tempi si sono ridotti, in tre mesi circa la trafila è iniziata. Ma rimane comunque una trafila lunga e complicata, fatta di interviste sul proprio passato in molti casi difficili da sostenere e di scartoffie che non sempre i sudanesi sono in grado di produrre. Nel frattempo c’è da affrontare la vita in una megalopoli come Il Cairo, senza un permesso di lavoro valido, senza una casa, senza le cure mediche per sé e per i propri famigliari e senza la possibilità di mandare nelle scuole egiziane i propri figli. L’onnipresente polizia egiziana chiude più di un occhio e lascia vivere in relativa pace le famiglie dei profughi, in particolare se sa che ci sono dei parenti all’estero che mandano valuta pregiata per aiutare i propri familiari in difficoltà.
Ma la situazione non si risolve neanche la concessione dello status di rifugiato. Il riconoscimento mette in regola per quanto riguarda la permanenza in Egitto, ma non garantisce l’accesso alla casa, all’istruzione pubblica o all’assistenza sanitaria di base. Non si è più clandestini, teoricamente lo stato dovrebbe garantire protezione. Ma in realtà il governo egiziano non ha mai adottato le misure necessarie a garantire il pieno godimento dei diritti e dei doveri che i rifugiati hanno nel paese ospite in base alla Convenzione Onu del 1951. I sudanesi – ma anche le meno numerose comunità di etiopi e di eritrei – rimangono quindi cittadini a metà. A colmare i buchi ci pensano le chiese, che hanno aperto scuole, dispensari e ambulatori per la comunità sud-sudanese, in larghissima parte composta da cristiani (sia cattolici che protestanti) o da fedeli delle religioni tradizionali inclini a convertirsi. È il caso della parrocchia di Sakakini, diventata il polo d’attrazione per i sudanesi che arrivano nella capitale egiziana. Fin da quando, negli anni Ottanta, gli universitari sud-sudanesi, arrivati al Cairo grazie a borse di studio statali, hanno iniziato a utilizzarla come luogo d’incontro e di preghiera della allora piccola comunità. Così la chiesa del Sacro Cuore è diventata kinisa as-sudaniin, la chiesa dei sudanesi. Conosciuta a tal punto che molti tassisti cairoti, categoria famosa per la scarsa conoscenza delle strade della città, ci arrivano a colpo sicuro.
Non ci si può sbagliare. Ogni giorno della settimana, a qualsiasi ora, ci sono sempre sudanesi, uomini e donne, giovani e vecchi, che per un motivo o per un altro passano dalla parrocchia, fermandosi spesso a chiacchierare sulla strada. Non è un caso che tutte queste persone gravitino attorno alla chiesa. Non si tratta solo di un luogo di culto. C’è il centro comprensivo “S. Carlo Lwanga” che, aperto nel 1990 per un manipolo di studenti, ora accoglie circa mille ragazzi, dall’asilo alla scuola media, e dà lavoro a una trentina di insegnanti, tutti sud-sudanesi. Ma ci sono anche le attività per le donne e l’ambulatorio medico, l’unico al quale i sudanesi che abitano nella zona possano accedere liberamente.
Quella dei comboniani, che in collaborazione con francescani e salesiani e con le suore canossiane sono attivi anche in altre zone della città, non è l’unica presenza al fianco dei profughi sudanesi. Anche le chiese non cattoliche hanno programmi simili. Il coordinamento e la collaborazione tra le varie denominazioni cristiane sono stati possibili soprattutto in campo educativo. Tra i vari progetti congiunti, anche un corso di formazione per musaidin, gli “aiutanti” che hanno il compito di dare assistenza giuridica agli altri profughi, per aiutarli a scrivere le loro storie personali da presentare all’Acnur per ottenere lo status di rifugiati. Un lavoro non sempre facile, e non solo per l’infarinatura giuridica necessaria. La maggioranza di coloro che si rivolgono all’agenzia dell’Onu ha dietro di sé storie terribili di guerra, povertà, morte e sofferenza. E metterle nero su bianco, per farle valutare secondo parametri obiettivi, è un’operazione che costa fatica.
Sud-sudanesi ed egiziani paiono viaggiare su binari paralleli. Senza possibilità di incontro, tanto meno di scambio e integrazione. Due mondi a parte resi tali dai diritti non riconosciuti ai rifugiati, ma anche da una discriminazione neanche tanto nascosta da parte degli egiziani. I sudanesi che non lavorano nelle scuole per i loro figli solitamente trovano un impiego nelle case dei locali e degli stranieri. E si tratta soprattutto di donne. Per gli uomini trovare un posto, seppur umile, è ancora più difficile. In queste condizioni parlare di integrazione è praticamente impossibile, anche per quelle famiglie che riescono a raggiungere standard di vita simili a quelli della media locale. “In Egitto non c’è nessuna possibilità di integrazione per noi”. Parole come pietre in un caldo pomeriggio cairota, forti di un’esperienza più che decennale nella megalopoli egiziana. A parlare, Charles Wani Ladu, fino all’estate scorsa il preside della “S. Carlo Lwanga”. Originario di Juba, il capoluogo del Sudan meridionale, Ladu è arrivato al Cairo alla fine degli anni Ottanta, come studente. Trasformatosi in rifugiato, è diventato insegnante e poi headmaster nella scuola comboniana. Alcuni mesi fa il tanto agognato resettlement, un biglietto per una nuova vita da iniziare con la sua famiglia negli Stati Uniti. L’ultima volta che abbiamo parlato con lui aveva voluto rincarare la dose. “Se dovessi tornare indietro ora – aveva sottolineato – dopo quindici anni arriverei a Juba a mani vuote, senza aver costruito niente. Non perché non lo volessi, ma perché non mi è stato permesso”.
E c’è chi sta molto peggio. Sono tanti quelli che, appena arrivati dal Sudan o cronicamente senza lavoro, continuano a vivere nelle periferie più degradate della metropoli. A Kilo Arbaa wu Nus, ad esempio, un immenso quartiere dove le case in muratura si alternano alle baracche, all’estrema periferia nord del Cairo, dove la città lotta con il deserto e si vive in mezzo alla sporcizia e alla polvere. Anche qui, in una baraccopoli dal nome strano (letteralmente significa “chilometro quattro e mezzo”, il punto della strada Cairo-Ismailia dove le prime case del quartiere sono state costruite), sono i bambini ad attirare per primi l’attenzione. Bambini che giocano scalzi in mezzo alle immondizie e alle impalcature di legno abbandonate a se stesse, circondati da capre e polvere, ma con i volti allegri e curiosi. Circa ottocento famiglie di profughi sudanesi hanno trovato rifugio qui, mescolate a migliaia di famiglie egiziane che vivono nelle stesse condizioni di estrema povertà. Vista la distanza da qualsiasi chiesa, ad Arbaa wu Nus i comboniani hanno affittato alcuni locali. Poche stanze, che durante la settimana fanno da aule per i quattrocento e più bambini della scuola aperta nel 2000, ma che nei pomeriggi e nei giorni festivi si trasformano, ospitando gli incontri per la catechesi o quelli dei gruppi di donne, fino a diventare chiesa al momento delle celebrazioni eucaristiche.
Anche ad Arbaa wu Nus il sogno comune è il resettlement. Ma è una meta che si sta allontanando per tutti. Con la firma della pace tra Nord e Sud Sudan, il 9 gennaio scorso, l’Acnur dovrebbe iniziare a trasformare i propri programmi nei confronti dei profughi sudanesi, mirando al rimpatrio piuttosto che al trasferimento in Nord America o Australia. Ma nonostante tutte le difficoltà che pone la vita da rifugiato in un megalopoli come Il Cairo, il giudizio sembra unanime: per il momento di tornare in Sudan meridionale non se ne parla. E c’è chi cerca anche di scherzarci sopra. “Io sono pronto a tornare”, dice uno dei maestri. “Tra dieci o vent’anni forse. Adesso – aggiunge sorridendo – non sopravvivrei: troppe mine”.

Il reportage è uscito oggi su D di Repubblica



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