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ARMENI, IL MASSACRO NEGATO 24/4/05

Fu il primo genocidio del XX secolo. Il 24 aprile del 1915, novant’anni fa, cominciò in Turchia la pulizia etnica degli armeni. Impresa riuscita e che ancora pochi chiamano col suo vero nome: genocidio

Emanuele Giordana

Domenica 24 Aprile 2005

“Nel 1914, quando ebbe inizio la prima guerra mondiale, i turchi vennero nel nostro villaggio, radunarono gli uomini armeni e li portarono via per arruolarli nell'esercito ottomano. Ma ci fu poi chi portò la notizia che, lungo la strada, li avevano uccisi tutti a colpi di accetta. Tra quegli uomini c'era anche mio padre”. Mesrop Minassian aveva 4 anni nel 1914. Nato a Samsun in Anatolia, è uno dei sopravvissuti al genocidio che novant’anni fa si consumò in Turchia nel tentativo (riuscito) di sterminare un intero popolo. La data simbolo è il 24 aprile del 1915 ma in realtà il progetto era già iniziato nel 1894 col sultano Abdul-Hamid, che aveva organizzato battaglioni di curdi detti appunto hamidiés e che, scrive Claude Mutafian, “sarebbero diventati la punta di diamante della repressione contro gli armeni”. Ma se per l’impero ottomano battevano gli ultimi rintocchi della storia, furono poi i “Giovani Turchi” a riprendere in mano il progetto di sterminio con maggior vigore
“Arrivarono – continua Mesrop - e ci fecero uscire tutti dalle case. Ragazze, donne, bambini: ci portarono tutti nel deserto. Così, come un agnellino, mi hanno strappato da mia madre. Mi misero sottoterra, mi seppellirono lasciando fuori solo la testa e si allontanarono dicendo: Domani uccidiamo anche questo qui. Poi se andarono a scegliersi le ragazze più belle: quelle brutte le uccidevano o le gettavano nel fiume. Aprivano la pancia alle donne incinte, per vedere se il figlio era maschio o femmina. Alle ragazze vergini tagliavano i capezzoli, mentre alle donne tagliavano i seni e glieli mettevano sulle spalle. Io, dal buco dove ero interrato, vedevo tutto con i miei occhi”.

Mesrop: l’uomo che vide il genocidio

Mesrop è uno dei pochi che ha potuto raccontare quella tragedia. Tutto il resto è fatto di ricordi. Per molti versi simili. Gerard Chaliand, come Antonia Arslan, si sono affidati alla memoria e ai racconti che si facevano in famiglia. Yves Ternon o Vahakn Dadrian invece si sono basato su archivi, carte, documenti. Ma le testimonianze dirette di quanto accadde a ridosso della Grande Guerra, quando i “Giovani Turchi” inseguivano il sogno panturco (che prevedeva la pulizia etnica dei non turchi), restano i più vividi.
A Mesrop capitò, dopo aver assistito alla tragedia di amici e parenti, di essere anche lui rapito: “Un turco che passava da quelle parti, sentì i miei lamenti. Venne, mi tirò fuori e mi portò a casa sua. Poi mi condusse dal mullah e mi fece circoncidere. Mi fecero stendere per strada, in mezzo al paese, in modo che chi passava vedesse che c’era un musulmano in più. Io rimasi con il mio padrone turco, badavo alle sue pecore. Mia madre era una donna molto bella ed era stata rapita da un altro turco. Il mio padrone un giorno mi lasciò andare da lei, perché la vedessi: arrotolavano le foglie del dolma. Mi vide e non disse niente, fece finta di nulla: intinse soltanto una foglia nell'acqua e me la diede perché la mangiassi….Il mio padrone mi utilizzava come servo. Ogni giorno mi diceva: Infedele! Porta le pecore al pascolo e torna! Mi davano i compiti più umili. Lui si accucciava per fare i suoi bisogni e poi mi diceva: Infedele! Porta una pietra e puliscimi il sedere!" Un giorno tardai e si infuriò, prese una grossa pietra e me la voleva tirare in testa, ma la moglie si mise in mezzo e io mi salvai”. Lo sterminio degli armeni però non c’entrava con la religione. Era uno sterminio in nome della purezza della razza, ossessione dell’efferato “secolo breve” come l’ha chiamato Eric Hobsbawm. All’alba del sabato 24 aprile 1915 si cominciò a ripulire Istanbul e poi via via, dalle città alle campagne dell’Anatolia orientale. I paesi occidentali voltarono al testa e a poco servirono le resistenze eroiche come quella di Mussa-Dagh, ricordata dal romanzo di Franz Werfel. Infine Ataturk concluse il programma e nel ’21, turchi e bolscevichi si accordarono sulle frontiere di una piccola Armenia sovietica. Tra sterminio, deportazione, fuga restavano in Turchia qualche decina di migliaia di armeni. Due milioni di persone con i cognomi in “ian” erano scomparse nel primo genocidio del XX secolo.

Araxi: la donna che fu salvata dal soldato

Araxi Onpashian aveva 7 anni nel 1915. E’ di Sivas, un’altra città dell’Anatolia. Il suo racconto è fatto di ricordi confusi “Ci portarono in esilio dalle parti del deserto di Surudj. Non ricordo come avvenne, mi persi: mi guardai intorno e non c’era più nessuno. Iniziai a piangere… Ad un tratto vidi che da lontano, in sella a un cammello, un uomo si avvicinava… Forse aveva capito che mi ero persa; mi prese e mi portò nella sua tenda. Mi diede del pane e mangiai, mi diede del latte e bevvi, mi indicò un angolo e lì mi addormentai. Così rimasi con lui. Di giorno spazzavo, mettevo ordine dentro la tenda e andavo a prendere l’acqua al pozzo. Il mio padrone era un beduino arabo. Mi voleva bene e diceva sempre: Sei molto bella, ragazzina! Aspettava che crescessi un po’ per darmi in sposa a suo figlio: ero di carnagione molto chiara e forse voleva rendere più bianca la sua stirpe…” Gli andò meglio che a Mesrop, che la tragedia dello sterminio organizzato aveva visto coi propri occhi nel giorno stesso della deportazione. “Un giorno, a piedi scalzi, vestita come sempre di stracci, ero andata al pozzo. Mentre tiravo su il secchio pieno d’acqua ad un tratto - non capii come - qualcuno colpì la mia schiena con qualcosa, forse con una cintura”. Non è il padrone beduino. “Mi colpisce e subito mi tira su a cavallo con lui. Frusta e inizia a galoppare. Dove mi porta? Il mio padrone beduino assieme ad altri arabi iniziò a inseguirci con il cammello. Ma noi eravamo già lontani…Mi voltai e guardai il viso del mio rapitore: era un soldato europeo, sembrava una persona perbene. Mi teneva in braccio come se fossi una sua parente. Arrivammo presso una specie di accampamento. Il militare pagò una donna curda gentile che ci fece entrare e ci nascose nella sua casa. La donna pensava che il soldato fosse mio padre… Il cavallo del soldato trottava nel buio. Continuammo la nostra strada. Era già mattina quando arrivammo a Istanbul. Il soldato fermò il cavallo davanti a una bella casa. Il padrone di casa era un medico greco a cui i turchi avevano rapito la figlia, una bambina di sette, otto anni. Il medico aveva incaricato questo soldato di cercarla, in cambio di una ricca ricompensa. Gli aveva dato una fotografia e gli aveva chiesto di trovarla e di riportarla a casa: il militare europeo, aveva infatti licenza di libera circolazione nelle province turche. Il soldato si era messo subito in viaggio. Quando quel giorno mi aveva visto vicino al pozzo, scalza e vestita di stracci, aveva pensato: Porterò questa piccola al medico, al posto della sua bambina: meglio di niente …” Per questo mi aveva rapito. Il medico greco ordinò alle cameriere di lavarmi per bene: ero molto sporca. Le donne mi strigliarono per bene; poi, mentre mi vestivano, una di loro vide sul mio braccio alcune lettere armene. Quelle lettere me le aveva incise mia madre, pensando che in questo modo se mi fossi perduta mi avrebbe potuto ritrovare. Nel vedere quegli strani segni le cameriere chiamarono subito il medico e gliele mostrarono. Questi, che era un uomo colto, guardò con gli occhiali e disse: armenikós, cioè “armeno”. E così, nonostante il suo lutto improvviso, mi condusse fino all’orfanotrofio armeno della città. Per qualche tempo rimasi nell’orfanotrofio.

Armenikos!

Un giorno si presentò un uomo; cercava una ragazzina sul cui braccio erano impresse in armeno le lettere “A” e “O”….Non ci crederete, ma quello era mio zio. Appena viste le lettere sul mio braccio, per la grande felicità iniziò a baciarmi. Mi ritirò subito dall’orfanotrofio e mi portò in una casa”. A volte anche una tragedia finisce con una nota di speranza. Conclude Araxi: “Aprì la porta una donna con i capelli completamente bianchi. Come mi vide, esclamò: E’ la mia! Povera madre mia, dopo avermi perduto aveva pianto talmente tanto che i capelli le si erano imbiancati. Anche lei aveva molto patito. Era stata serva presso un pascià arabo che voleva darla in sposa al figlio cieco. Il giorno del matrimonio, mia madre riuscì a scappare e, a piedi, cammina cammina, arrivò a Istanbul. Lì ritrovò suo fratello, e lui nell’orfanotrofio ritrovò me e mi portò a casa di sua sorella… Questa è la vita… Eh, figlia mia… Quando uno mette il piede fuori da casa sua, trova mille e una difficoltà. Cosa dire a quelli che ci hanno gettato in testa queste disgrazie? Chi ha provocato esodo, non veda il paradiso!”
Il paradosso del genocidio degli armeni è che, ancora oggi, per molti paesi questa vicenda non esiste. Nessuno ama ricordare perché e grazie a quali silenzi milioni di persone furono sradicate dalla loro terra, deportate e uccise dalla fame, dalla sete, dalla malattia e ovviamente dalle pallottole e dalle sciabole. La Turchia prima di tutto. Il ministero delle foreste turco ha deciso in marzo che cambierà i nomi di animali che contengano termini come curdo o armeno, come la volpe rossa o la pecora (Vulpes Vulpes Kurdistanicum o Ovis Armeniana). Un altro modo per cancellare quella pagina di storia.

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