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FILIPPINE: DOPO LA BOMBA A DAVAO 5/3/2003

Incertezza sulla rivendicazione dell'attentato che ha ucciso almeno 21 persone tra cui un americano. Nubi sul processo di pace con i gruppi separatisti. Braccio di ferro sull'invio di mille marine Usa nell'arcipelago

Emanuele Giordana

Mercoledi' 5 Marzo 2003

Chi ha messo la bomba cercava una strage di ampie dimensioni. E’ una delle poche certezze sull’ordigno che nel pomeriggio di ieri ha devastato l’aeroporto di Davao nel sud dell’isola di Mindanao, uccidendo almeno 21 persone e ferendone oltre 130.. A quanto si sa, sembra che i morti siano tutti filippini tranne un missionario battista dello Iowa, rimasto ucciso nello scoppio, e altri due americani, tra cui un bambino, rimasti feriti. La polizia ha già eseguito diversi arresti ma sui mandanti è ancora buio. L'attentato è stato rivendicato da Abu sayyaf ma la rivendicazione non è sicura.
Finora la città, la maggiore della grande isola di Mindanao, era rimasta abbastanza fuori dalla guerra che oppone l’esercito filippino ai gruppi insurrezionalisti, ma la bomba di ieri l’ha violentemente portata al centro dell’attenzione. L’ordigno che è scoppiato nella zona degli arrivi dell’aeroporto, affollatissima come sempre a quell’ora, non è stato però l’unico della giornata. Un’ora più tardi, un’altra bomba è esplosa in un “plaza” di Tagum City, nella provincia di Davao del Norte, alcuni chilometri a nord di Davao: un morto e tre feriti.
Davao, oltre un milione di abitanti, si trova poco lontano dalla zona di Pikit dove, nel mese scorso, sono stati intensi i combattimenti tra l’esercito di Manila e il Milf (Fronte islamico Moro di liberazione) che ha però subito smentito ieri di aver a che fare con l’attentato: d’altro canto non è nelle corde di questo vecchio gruppo separatista armato di ispirazione islamica colpire i civili e praticare una strategia di attentati stragisti. Combattenti armati dagli anni ’70, usciti a “sinistra” dal più morbido Mnlf (il Fronte nazionale Moro), nel 2001 hanno firmato un cessate il fuoco con Manila e fatto sperare in una stagione di pace. Ma le cose sono cambiate da un po’ di tempo a questa parte e l’attentato, se passasse la linea che accusa il Milf come mandante, darebbe diverse carte in mano ai falchi che, nell’esercito, premono perché la presidente Gloria Arroyo scelga la linea dura e armata anziché il negoziato. Che tra l’altro dovrebbe riprender a giorni in Malaysia ma che rischia di vedere un rinvio o comunque un dialogo rabbuiato dall’ombra della strage.
Ma la bomba di ieri apre anche altri scenari. L’attentato potrebbe infatti sbloccare l’impasse sull’invio di un migliaio di marine americani nelle Filippine che il Congresso di Manila ha bloccato nelle scorse settimane. Dopo la strage diventerà più difficile rifiutare l’aiuto promesso dagli Stati Uniti per combattere il terrorismo, e che ieri è stato ricordato da Bush in persona.
La querelle dura già da tempo, sin dall’invio del primo contingente di marine nelle Filippine dopo l’11 settembre per fare training antiguerriglia all’esercito filippino contro i secessionisti di Abu Sayyaf. Ma recentemente l’Amministrazione ha spinto per un altro invio di un migliaio di marine. Inizialmente si era parlato di una spedizione simile alla precedente, cioè con regole di ingaggio che non prevedano, per i militari stranieri, azioni di fuoco sul terreno (vietate dalla Costituzione). Poi però il Pentagono aveva chiarito che questa volta le cose sarebbero andate diversamente. E la possibilità che il training si trasformasse in un appoggio militare diretto con il coinvolgimento delle truppe Usa, ha fatto irrigidire il Congresso filippino che ha bloccato la missione. Al ritorno da Washington, dove ha incontrato il suo omologo Donald Runsfeld, il segretario alla Difesa di Manila, Angelo Reyes, è stato vago: ha detto che le parti stanno considerando “altre opzioni” e che comunque il piano rientrerà negli ambiti previsti dalla Carta filippina. Ma è difficile credere che il Pentagono mollerà la presa. Il fronte asiatico di Enduring Freedom ha nelle Filippine la sua punta di diamante e la strage di ieri non fa altro che farla brillare di più.
Intanto oggi però, la presidente Arroyo ha respinto al mittente un'offerta di azione militare Usa. Le Filippine, dice, faranno da sole.



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